Postcards from Impatience®

Time Travelling (collage by Eugenia Ioli)
Time Travelling (collage by eugenia loli)

Ottobre. Che in questo emisfero significa: riaccendere il riscaldamento, fare lezioni-prova gratuite in tutte le palestre del circondario, avere finalmente una scusa valida per la sociopatia grazie alle serie “tv” che ricominciano. E che nel tuo personale emisfero significa piccoli, nervosi bilanci:

Totale curricula inviati: 68
Totale risposte conquistate: 9
Totale colloqui sostenuti: 5
Totale feedback ricevuti: tendente allo zero
Totale lavori ottenuti: due mezzi che, inspiegabilmente, non ne fanno uno intero.

Ci vuole pazienza, ti ripeti.
Pazienza è una bella parola, oltre a essere il cognome di uno dei più cinici fumettisti di questo paese:

“Disposizione d’animo, abituale o attuale, congenita al proprio carattere o effetto di volontà e di autocontrollo, ad accettare e sopportare con tranquillità, moderazione, rassegnazione, senza reagire violentemente, il dolore, il male, i disagi, le molestie altrui, le contrarietà della vita in genere”

recita il Treccani. Deriva da “patire” ed è considerata, in maniera trasversale, una virtù tra le più pregiate e apprezzate da* spiritualon* di tutto il mondo.
Lə copy che è in te ci troverebbe un claim, anzi un payoff, ché la pazienza è più di un prodotto: la pazienza è un brand, un lifestyle, un marchio registrato che prevede coach preparatissimi, come la Zumba: la pazienza è ciò che ti permette di non urlare quando la girandola del tuo laptop è più ipercinetica del solito, di non bestemmiare davanti all’ennesimo ritardo di un pagamento e di non strangolare chi ti dice che l’arte contemporanea fa schifo perché questolosofareancheio.
Così, tra le varie possibilità che sintetizzino l’identità del marchio Pazienza®, ne troveresti una per ogni target, una adatta a ogni sensibilità o modo di vivere:

c’è il payoff diretto e rassegnato:
Patience. ‘cause life’s a bitch.
Quello apposito per chi ama il classico:
Be Patient: Rome wasn’t built in a day.
Quello comparativo:
Patience. Better than Hope®.
L’animalista:
Follow the ants. Be patient.
Il culinario:
Pazienza. Tutto il gusto in un rospo (da ingoiare).
L’ entusiasta:
Pazienza: Lo stress della tolleranza + l’angoscia del tempo che passa!
La formula per l’onnipotenza:
Patience: and you’re like a God.
E, infine, per chi ama le sfide:
Pazienza. E ora provate a non perderla. (Sai che questo è più un claim, ma ci sbuffi su.)

dramatist, o ciò che ne resta, che è in te, invece, ci scriverebbe una scena. O, meglio, un inizio. Perché lə dramatist, o ciò che diventerà, che c’è in te sa scrivere solo inizi: assaggia, morde con avidità, si sporca, poi lascia a metà, dopo aver disseminato briciole ovunque.
E sarebbe un inizio con una lunga didascalia:

Luce. Una figura vestita di blu è in piedi, posizione frontale, sguardo fisso.
Ha in mano una borsa in pelo di coniglio. Aspetta.
Si gratta il gomito.
Aspetta.
Parte: “Girls just wanna have fun” di Cyndy Louper.
Silenzio.

Figura umana vestita di blu:
«Abbiamo mangiato lumache,
cime di rapa, creste di gallo,
salsa bernese, salsa olandese, salsa svedese.
Abbiamo giocato a Pictionary,
a Monopoly, a Memory
al Sudoku, al Bunraku, a Zampakutou.
Abbiamo parlato di viaggi e allunaggi,
di stragi, complotti, strateghi e borlotti.
Ci siamo seduti sul divano.
Mi ha guardat* negli occhi
e ha detto: “buonanotte”.»

Buio.

Ma sei tu, nella tua interezza di scribacchin*, costrett* ad allenare la tua, di pazienza; e ti stupisci di come possa essere produttivo un lavor(ì)o non retribuito.
Vai a letto.
«Stavo scrivendo, ma è tardi, non finirò oggi.»
«Anche io stavo salvando il mondo, ma è tardi, non finirò oggi.»

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2 thoughts on “Postcards from Impatience®

  1. alice 12/10/2015 / 2:05 AM

    Per gran parte della mia vita sono stata paziente, tendevo a riflettere parecchio prima di agire. Se qualcuno mi rivolgeva una critica ingiusta o mi faceva uno sgarbo, io raramente reagivo d’impulso manifestando la mia contrarietà, anche quando ero sicura di non meritare la sua disapprovazione. Provavo imbarazzo per lui, pensavo “come mai mi fa questa cattiveria o dice queste cose di me?”. Mi soffermavo a fare delle ipotesi, cercavo di darmi delle spiegazioni, rivedevo mentalmente tutta l’interazione che c’era stata………e intanto mi ero persa il timing!
    Qualunque cosa avessi capito di me o dell’altro (o dell’altra) oramai potevo solo ripromettermi di usarla in un’occasione futura. La partita del giorno però non l’avevo giocata fino in fondo.
    Ad un certo punto ho capito che, almeno per me, talvolta la pazienza mascherava la vigliaccheria. Quando percepivo il rischio di uno scontro, in automatico io diventavo sorda alle mie emozioni, la rabbia veniva “coperta” dalla tristezza e mi sentivo svuotata, stanca. E continuavo a collezionare crediti (i “bollini” di Berne)! Allora ho preso una nuova decisione: mi sarei ascoltata sempre e avrei dato spazio a tutte le emozioni, compresa la rabbia.
    E così sto davvero meglio, perché la rabbia da energia, spinge all’azione.
    Sicuramente ciò che ho detto vale per me, e solo per me.
    Ma mi è venuto in mente leggendoti…..e mi è piaciuto dirtelo.

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  2. primagnan 13/10/2015 / 1:25 AM

    Grazie per aver condiviso il tuo piccolo racconto in questo spazio.
    Credo che la pazienza si eserciti mettendosi nei panni dell’altr*, provando a ragionare “come se” si fosse dentro la testa di chi ci sta facendo (a volte solo apparentemente) un torto o di chi afferma qualcosa che ci sembra assurdo e insostenibile.
    Non condivido l’idea dell’attesa come valore in sé, la filosofia del “le cose belle sono quelle fatte con calma”, né tantomeno aspiro a un’esistenza del tutto riflessiva e poco sanguigna. La pazienza, quella che, se esercitata, davvero ti regala la capacità di non arrabbiarti se non è necessario, di non gettare la spugna e quindi di poter imparare (quando è abbinata a quell’altra delicatissima virtù che è l’umiltà), ragionare, confrontarti e, sopra ogni cosa, accettare ciò che proprio non puoi cambiare, quella è qualcosa che personalmente bramo e cerco di coltivare.
    Certo, tutto questo l’ho imparato quando sono arrivat* in estremo ritardo alla Fiera dell’Ovvio, dove avevano già ripetuto X volte che la pazienza non è la repressione delle emozioni, un’ auto-censura, o un continuo trattenersi (magari nascondendosi dietro una presunta superiorità). Adesso sto facendo i corsi di recupero.

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