A kind of reality. Di realtà e altre finzioni

Rabbits, David Lynch. Come se fuori non ci fosse il mondo.
Rabbits, David Lynch. Come se fuori non ci fosse il mondo.

Nulla di nuovo sul fronte occidentale, a.k.a. il fronte dell’auto-sostentamento, e per quanto riguarda tutto il resto, ogni giorno scopri qualcosa che non immaginavi, stupendoti per il 50% di ciò che ti accade/leggi/senti, neanche fossi appena atterrat* da Marte.
Qualcosa sembra muoversi su quello orientale, a.k.a. il fronte delle risposte telegrafiche orfane di preposizioni e delle proposte di collaborazioni come socialmediacoso. Perché, in fondo, la scrittura è un calderone unico, tutto fa brodo, e i social sono fondamentali per l’azienda che vende (o che non vende affatto, ma vorrebbe tanto) a suon di like. È un lavoro creativo, ma qualcuno deve pur farlo.

Ogni volta che la realtà non è esattamente ciò che vorresti scivoli nella fiction, nel drama, nell’allestimento di un ambiente altro.
Ti concentri sulla fotografia, sulle luci, sulla messa a punto del set per una second life, non per forza migliore o peggiore della prima, che non ti prevede necessariamente come protagonista né come comparsa. Lo hai sempre fatto: se oggi ti assenti a comando dalla quotidianità che alterna ironicamente aspetti lavorativi stagnanti con aspetti artistico-relazionali sognanti, ieri curavi la regia di mondi immaginari, rifugi plausibili e incontri non ancora avvenuti.
Vanti un invidiabile curriculum come unreality designer.
In fondo, che cosa è ciò che chiamano reale? Un personaggio immaginato, progettato e modellato, è forse meno effettivo, meno vicino o afferrabile di Hilary Clinton, di un magazziniere battista del New Jersey o di un imprenditore del Bangladesh?

Hai passato momenti memorabili in compagnia di Vincenzo l’antropologo o di Chiara, la cantante jazz: stavi dietro le quinte, portavi loro il caffè al ginseng nelle pause e li dirigevi, modificandone i destini e decidendo delle loro vite, mentre sullo sfondo una prof. fashion victim blaterava di chimica senza alcuna convinzione.
E prima ancora, quando hai litigato con la Befana che aveva dimenticato di riempirti la calza, c’è stata quella bambina russa che lavorava al circo con la quale hai passato la fine delle vacanze, o quel ragazzino algerino con un talento innato per le equazioni.
Hai pianto quando è morto Kavesh, perché nessuno se lo aspettava, neppure tu, e hai riso quando Ada ha ingoiato una mosca mentre cantava. E nessuno di loro era vero e, al contempo, lo era più di tutt* coloro di cui non percepisci l’esistenza pur sapendo che occupano, da qualche parte, una porzione di terra.

Quando, parecchi anni fa, la parola realtà ha coinciso con un diario, capitato per sbaglio tra le tue mani, con su scritto il tuo nome accanto a una serie di epiteti che oggi ti farebbero ridere (o, sempre più spesso, inorgoglire) ma che all’epoca provocarono nausea, brividi e vergogna, è stato automatico catapultarti in quell’altra esistenza. Lo hai fatto senza sforzo, come se avessi premuto il solito pulsante per il teletrasporto.
Non eri più on stage e potevi bere la tua pepsi in platea dando indicazioni ai tuoi performer: «tu prosegui per l’India, poi loro ti raggiungono…Tu invece un po’ più in alto, a un metro da terra, che hai appena vinto il torneo di karate.»

Quando nei bagni del corridoio è comparso il tuo nome in stampatello rosso sulle piastrelle, legato alla parola “Puttana”, ti ci è voluto un po’ di più. In fondo era una preview di un wall che sarebbe arrivato molto, molto dopo. Dove potevi andartene ora? Cambiare scuola, cambiare città, cambiare stagione? Cambiare anno! Non potevi immaginare qualcosa di più lontano di un tempo futuro. Università, esami, erasmus. Locali e pub dove quella parola rimbalzava da una bocca all’altra dei tuoi personaggi con leggerezza, tra le risate, in almeno 2, 3, 4 lingue diverse.

E, tutto sommato, i pugni di questa realtà furono piuttosto soffici se confrontati con quelli che hai visto recapitare sul viso di altr*. Hai visto e sentito di schiaffi, calci, sputi squadristi e ne hai visto altri ancora, un po’ più distratti: sgambetti inconsapevoli, presunti innocenti.
Vorresti una realtà alternativa che faccia la sua comparsa all’improvviso, schiacciando queste realtà principali, spiazzandole e disarmandole.
E tra attivismo, rabbia e impotenza, ti ostini ancora a immaginare l’altrove, mentre aspetti che questo invada di altri colori quell’assurdità che chiamano realtà.

Scena #0.

Figura umana di statura piccola, vestita di giallo, siede a un piccolo tavolo.
Davanti a lei, su un’altra sedia, una figura umanoide di statura altrettanto piccola.

Figura vestita di giallo:

«Ancora un po’ di tè?
Ti ho portat* qui così possiamo parlare.
Lì ogni volta che apro bocca ridono.
Oggi ho detto: “è una questione di principio”.
Mi hanno guardata, c’è stato un attimo di silenzio.

Poi hanno riso, tutt* in coro.

Mi sembrava pure una cosa bella: sono esplos* così, all’unisono,
come se un direttore d’orchestra avesse dato loro il via.
Così ho riso anch’io e, nuovamente, tutt* insieme, hanno smesso.

Sicur* che non vuoi un po’ di tè?

Qui invece posso parlarti o stare in silenzio, senza risate improvvise.
Mi piacciono le risate, ma senza spintoni.
Ti ricordi quando abbiamo fatto quel gioco di tapparci il naso e la bocca
e resistere senza respirare?
Vincevi sempre tu.
A me veniva da ridere, poi mi dimenticavo e respiravo.

Lyù dice che prima o poi smettono, che non devo dar retta a loro.
Io il poi non lo capisco, e il prima non me lo ricordo:
ogni volta cerco di ripetermelo, sotto gli spintoni.
Primaopoiprimaopoiprimaopoi, ma c’è solo l’adesso.

È come quando arriva ottobre:
mica te lo ricordi che prima morivi di caldo
e mica lo sai che poi arriverà la neve e Natale.
C’è solo la pioggia, e mentre ti bagni non ti serve il primaopoi.
Però io non voglio che Lyù si dispiaccia e allora faccio di sì con la testa.

Guarda che finisco tutto il tè se non ne prendi!

Lyù dice che un giorno mi porterà dove a nessuno sembrerò stran*.
Io ho detto che vorrei andare dove sono tutt* un po’ strani,
così a nessuno sembrerei normale.
Ha riso. Mi piacciono le sue risate.
Beh, mi piacciono anche le tue.

Anche se ti fai un po’ pregare.

Lyù capisce il poi e l’un giorno ma io no.
Io capisco il qui.
È qui che posso parlarti,
posso dirti principio, pedissequamente e sporadico.
Posso dirti che mi piacciono i peperoni e che non mi piace la vaniglia.
Posso dirti anche che mi piacciono la tua schiena e i tuoi capelli.»

Stanno in silenzio. Parte Space Oddity di Bowie.

«Ecco, lo vedi, è finito il tè.»

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