My Personal Nerdom part #3: «I love you»«I know». L’amore ai tempi di Star Wars

«Le sole persone nell’universo che non l’hanno mai visto sono i protagonisti di Star Wars! Perché le hanno vissute! Loro hanno vissuto le guerre stellari!» (da How I met your mother)

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The Other Side, Jorge Pérez Higuera

Potresti dire tante cose su Star Wars: provare a decantarne l’estetica e la fotografia, tentarne una fin troppo ovvia interpretazione alla luce degli archetipi del Viaggio dell’Eroe di Vogler, o avventurarti in qualche improbabile parallelismo con la filosofia Nietzschiana (al di là del bene, del male e della Forza).

Ma dopo aver letto:

  • un articolo che analizza la distruzione della Morte Nera dal punto di vista economico
  • un’introduzione a un saggio che paragona la saga di Lucas a un Apocalypse Now per bambin* figli* della Guerra Fredda
  • tonnellate di opinioni, concordi all’unanimità, sui primi tre episodi (dai lapidari “They just suck” a complesse analisi sul postmodernismo intrinseco alla trilogia prequel…che finivano immancabilmente con un “They just suck”)

sei arrivat* alla conclusione, estremamente post-moderna (e, per questo, un filo cinica), che tutto è già stato detto su Star Wars.
Tutto è già stato scritto, filmato, analizzato, parodiato, digerito, vomitato e pubblicato senza vergogna sul web.
Contrariamente ai riferimenti culturali della tua infanzia, film così sfigati che neppure chi li ha girati ricorda più, Star Wars ha influenzato in lungo e in largo tutta la cultura pop degli ultimi 30 anni, collocandosi ormai al di fuori di ogni possibile riflessione (anche perché lo stuolo di fan conserva ogni nuova parola per il 16 dicembre).
Non c’è nessuna analisi cervellotica che possa farti apparire più intelligente, nessuna rivisitazione hipster che non sia già stata presa di mira dagli haters di tutto il globo, nessuna trovata originale che potesti tirar fuori in proposito.

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Intollerabile è il mancato successo planetario di Return To Oz, un film con uno spiccato Dark Side

Allora perché non unirti al coro dei pareri inutili e assolutamente non richiesti stilando una personale classifica di bizzarrie e amenità che hai amato a seguito della tua personalissima prima visione della trilogia?

Non tergiverserai sulle delusioni: ok, non c’è un «Luke, I’m your father!», ma un semplice «I am your father», con enfasi sul soggetto (casomai sfuggisse a qualcun* l’Ego del parlante) e, certo, avresti preferito non vedere il suddetto padre senza la sua fascinosa maschera (un po’ come quando la Bestia si tramuta in principe grazie al bacio di Belle e…beh, complimenti Belle, grande mossa).
Non ti soffermerai neppure sul moralismo imperante (e imperiale) o sull’evidente, grottesco, maschilismo etero-normativo di entrambe le parti.
Accetterai che Star Wars è così: esattamente ciò che vedi. Nessun sarcasmo, nessun significato nascosto, ma tanti geniali dettagli e, casomai non fossi veramente l’unic* in tutto l’universo (non espanso) a non aver visto ancora la saga, lanci, per pura precauzione, un formale spoiler alert.

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Cose per cui vale la pena vedere Star Wars nel 2015:

(un omaggio a Manhattan e alla felice rassegnazione di Isaac Davis)

  1. Il modo in cui C-3PO cammina col culo all’insù. Amore a prima zoppicata.
  2. L’irresistibile umorismo di R2-D2. Il che ci insegna come il linguaggio non sia sempre un limite alle cose essenziali della vita.
  3. L’accento british di C-3PO (svenimenti, mugolii, migolii vari).
  4. L’idea che C-3PO somigli all’Omino di Latta di Return to Oz, ma più magro, più verboso e obiettivamente più cool.
  5. «How rude!». How awsome.
  6. Il look trans-human di Darth Vader. E il suo essere, tutto sommato, un filo Queer.
  7. La posatezza del cattivo.
  8. Il suo accento (ok, per la prima volta non sei dalla parte dei ribelli…ma come si fa a scegliere Harrison Ford e la sua becera fallocrazia yankee?).
  9. La bellezza dei paesaggi desolati di Tatooine, pianeta che ti ricorda un po’ la tua isola di LAputa, ma anche un po’ il Kansas di Dorothy Gale.
  10. Le scene di massa degli Stormtrooper.
  11. La colonna sonora. Chapeau.
  12. La scena del “jazz club” sgangherato. Some like it hot, even on other planets.
  13. Sì, la fotografia. E i costumi.
  14. Il lessico del Maestro Yoda. Che ti ricorda, pure quello, un po’ LAputa.
  15. «I love you»«I know». La risposta geniale che tutt* cercavano da tempo. Ti dimentichi a chi è stata messa in bocca e ci vedi solo la perla de* sceneggiat*i.

 

Alice in Multilove. Adolescenza e drammaturgia: distruzioni per l’uso

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Nella tana dell’incertezza

Non son stata io, io in persona a levarmi questa mattina? Mi pare di ricordarmi che mi son trovata un po’ diversa. Ma se non sono la stessa dovrò domandarmi: Chi sono dunque? (Alice in Wonderland, L.Carroll)

L’incertezza sulla propria natura. La conosci, a stento la accetti, ne vieni travolt*. Tant’è che, se domani sarai web (copy)writer, oggi sei peer-coach in performing arts, come recita la tua qualifica professionale.

Sogni sotto teca

“Sto per confessarti un segreto: sai uno di quei sogni nel cassetto talmente grandi che il cassetto fatica ad aprirsi? Ecco, è da quando sono piccol* che ho un sogno così: quello di scrivere, nella vita.”

Perché, parlando di soddisfazioni, la più grande non è stata quella di sentirti dire: “Sai, il tuo spettacolo era una figata. Sono uscit* fuori che ero in stato semicomatoso. Quando è così vuol dire che sto proprio bene”. Questo è ciò che, in egual misura a)gonfia il tuo piccolo e mastodontico ego b)ti fa venire voglia di continuare, se con un tuo lavoro riesci almeno a toccare le corde di un esserino in divenire dalla sensibilità spiccata e tormentata.

Quello che invece davvero ti ha fatto sentire utile nella tua posizione di peer-coach è l’averl* vist* tutt* lì, sotto il sole di un pomeriggio di luglio, mentre rinunciavano al mare o alla fresca penombra delle proprie camerette per darsi in pasto a due figure che, a tentoni, mettevano insieme i pezzi di un puzzle senza alcuna immagine di riferimento. E, ancora, rivederl*, in un sabato pomeriggio invernale, rinunciare alle poche ore libere dalla scuola, pront* ancora una volta a un salto nel buio.

Ti sei sempre sentit* più a tuo agio (prima in maniera del tutto inconsapevole, poi furbescamente conscia) nella creazione di un ambiente: nella descrizione di una porzione di mondo, possibilmente da spiare o da osservare come dietro a una teca, piuttosto che in una costruzione narrativa lineare.

Nel primo step del progetto le porzioni di mondo (underground) si sono rivelate da sé nel momento in cui è stato trovato trovato il luogo. Quando Michael De Certeau parla di “necessità di fondare il luogo da cui [si] parla”, di farsi luogo, forse intende proprio questo: il valore di ciò che si va a enunciare, a narrare, seppur in senso non convenzionale, dipende e si fonda sull’ambiente da cui proviene.

In quel caso il luogo è stato del tutto artificiale: un giardino giapponese, la riproposizione di un altrove, uno spaccato protetto e protettivo che a sua volta ha accolto tanti spaccati sotto teca.

E in questo secondo step, grado zero di un più ampio progetto modulare, l’artificio raggiunge la sua quintessenza: un teatro, da ribaltare e riabitare, ma pur sempre un teatro.

Inventare un nuovo tempo

Il passo successivo, oltre a quello piuttosto immediato (e immediatamente necessario) del farsi luogo, è quello di provare a inventare un nuovo tempo: definizione di drammaturgia che trovi particolarmente azzeccata, partorita da Claudia Castellucci.

Il tempo, contrariamente allo spazio, difficilmente ci viene consegnato pronto.

Osservando e ascoltando uno spazio, riesci a comprendere cosa abbia da dirti: non devi far altro che farti tramite e lasciarlo parlare (intendiamoci, non che questo sia facile).

Il tempo invece va modellato, dichiarato, dominato, sedotto.

Invidi da sempre chi ha la capacità innata di giocarci, con un feeling immediato e duraturo.

Tu e il tempo avete sempre avuto degli incontri fugaci, spesso ricchi di passione, spesso infiniti lassi carichi di noia.

Ma in occasioni come queste, in cui la creazione di un tempo, quindi il tentativo di una drammaturgia, è subordinata a un’azione formativa (o ne è in qualche modo il suo rituale di chiusura) hai un carico di responsabilità diverso: nove piccole anime scalpitanti alle quali fornire delle chiavi di accesso, per le quali costruire una capanna e alle quali dare delle sveglie da programmare, per poter creare in autonomia ognuna il proprio tempo.

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Le soddisfazioni abbondano, in questo mondo altro: da uno sguardo che si solleva con diversa consapevolezza dopo un’indicazione data, a un’intuizione geniale partorita dal singolo o, apoteosi!, dal gruppo all’unisono. Da chi con coraggio replica a una tua proposta con una migliore, a chi ti ritiene degn* di un’importante e ambiziosa confidenza.

Ma per ogni soddisfazione c’è un dubbio, una crisi, una fuga: dagli abbandoni (e i conseguenti nuovi ingressi) alla domanda: dove se ne va la didattica, il peer-coaching agognato e tanto studiato, quando tutto è finalizzato a un esito performativo? Qual è il confine fra creare spettacolo e facilitare l’espressione di mondi adolescenti, che a loro somiglino e a loro appartengano? Qual è la giusta misura tra il percorso e il punto d’arrivo?

Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti. (Alice in Wonderland, L. Carroll)

Continui, come loro e insieme a loro, senza sapere come si arriva in quel luogo, cambiando strada e spostando la meta. Per rendere evidente l’inesplicabile.