My Personal Japan. Part #1: Tokyo, primo weekend

Giappone: quello che pensavi di sapere e quello che hai dovuto riconsiderare.
Di attraversamenti, queerness e Star Wars.

Come si scrive un racconto di viaggio? Non lo sai come si scrive. Il Giappone è il luogo più lontano in cui sia mai stat*, un luogo di cui avevi una chiara immagine e dei chiari suoni in mente, ma di cui ti mancava, naturalmente, l’elemento fondamentale che lo rende un unico al mondo: l’esperienza dello spazio, della condivisione di ridotte porzioni di terra e aria. Perché queste poche settimane sono state nient’altro che un fugace attraversamento: overwhelming, soverchiante sì, un quasi perdersi. Non lo sai come si scrive un racconto di viaggio, ma questo attraversamento è incontenibile e parrebbe, dunque, scriversi da sé. Finendo sul foglio come un inanellarsi automatico di stupore; di banalità, forse; di piccole scoperte e rinnovate consapevolezze. Una mini guida per arty-geeky-queer-snobbish people.

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Puntata numero 1: il primo week end a Tokyo.

Riguardi gli appunti di viaggio: quelli dei primi giorni sono asciutti, inconsistenti. Poi sempre più lunghi, goffi, nel loro tentativo di catturare rapidamente le sensazioni, i pensieri, i luoghi. La prima sera a Tokyo decidi di affrontare subito la questione che ti accompagnerà per il resto del viaggio: googlare Vegetarian Restaurants Tokyo. Optate per Terauma, un ristorante situato in quello che diventerà il tuo quartiere preferito: Shinjuku. Gli appunti recitano ingenui “difficilissimo far capire cosa mangio e cosa no”; tale condizione si riproporrà quasi ogni sera, senza, peraltro, grossa frustrazione da parte tua. Ti abitui subito a specificare che no, gli shrimps non sono okay, e non lo sarebbe neppure l’onnipresente brodo di pesce, ma non in importa. Il punto è che, per * giappones*, non c’è nulla di esotico o di modaiolo nel mangiare vegetariano, perché il tofu è cibo da monaci e la spiritualità non viene inseguita al ristorante. Okonomiyaki (un po’ frittata, un po’ pancake, ma alla piastra) con dentro niku (carne), per The Gloomy; Yakisoba (spaghetti di grano saraceno alla piastra) con verdure, per te. Ottimo inizio. I siti internet di locali e ristoranti (ma anche de* singol* artist* e, spesso dei gruppi di artist*) sono monolingue: perdersi nella loro navigazione equivale spesso a viaggiare nel dadaismo della grafica, in un delizioso (consapevole?) elogio della poetica post-internet. Personalmente, ci sguazzi morbidamente come fossero miele, pur non capendo assolutamente nulla dei contenuti.

Ti addentri nel magico mondo di Shinjuku e dell’area di Kabukichō, che non definiresti a luci rosse solo perché le luci sono di ogni colore. Eviti accuratamente il contatto con qualunque buttadentro; nessuno, comunque, insiste: il quartiere non è pericoloso, per chiunque abbia messo il naso fuori di casa almeno una volta e sappia declinare quei pochi inviti, chiari come il sole. Oltretutto, ben poch* si filano i gaijin (i non-giapponesi). L’unico sussulto te lo dà qualche topo un po’ troppo grande per essere kawaii, che se ne sta per i fatti propri, intento a rovistare nella spazzatura.

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Il primo vero amore a Tokyo è il Golden Gai: una griglia di strettissime stradine pedonali che ospita numerosi minuscoli e adorabili bar. Not cheap at all, to be onest; in molti posticini c’è un charge di 1000 yen, charge che i* visitator* tenderanno a voler recuperare consumando tutto il sakè (il generico per alcool, nb) che possono. Ti infili al bar SUZU, scovato grazie alla guida di Timeout ai luoghi più LGBT friendly della città. Jazz, ottimo whiskey, cocktail a regola d’arte. E una clientela massima di cinque persone. Una figura dai lunghi capelli accende una sigaretta dietro l’altra con dei fiammiferi, liberando nell’aria profumo di festa sommessa. Sei già lì a fantasticare sulla sua vita nella metropoli, sulla sua bellezza che afferri a malapena, poiché di profilo, quando The Gloomy interviene, con un fortunato tentativo anglofono, magicamente accolto da un sorriso. Si scioglie la distanza che rendeva lə sconosciut* l’incipit di un racconto edito da Feltrinelli, rivelando un perfetto e, rarissimo in Giappone, eigo (inglese). Sviscerato il motivo della visita a quel particolare bar, il mixologist (esiste un modo per dirlo in italiano?) ti indica un altro luogo dove possa incontrare il suo titolare, attivista e co-presidente del Tokyo Pride. Il luogo indicato è un izakaya, uno di quei posti in cui mangi (un po’) e bevi (possibilmente un po’ di più). Ma questa è una storia che andrà avanti, con inaspettate chiacchierate, nei giorni successivi.

La notte finisce al Nessun Dorma, dove venite introdott* da Anna (ex figura misteriosa e sconosciuta): tra eigo, italiano, engrish e nihongo (chotto dake!), la conversazione degenera amabilmente. Ti ritrovi a replicare con eccessivo entusiasmo le mosse di Sailor Moon, recitandone la consueta formula “E ti punirò in nome della luna!”. Ah, i cliché: come si trasformano in un divertente porto sicuro durante le serate alcoliche fra stranieri!

Il giorno dopo scopri Shibuya. Per descriverla devi servirti dell’intraducibile ichi go ichi e, che delinea sia il concetto del qui ed ora, sia l’idea di un incontro che non avverrà nuovamente. Questo è per te, fin da subito, lo Shibuya Crossing. Non un’attrazione qualunque, non certo un monumento: un posto di passaggio, un attraversamento che si fa luogo. Un gesto collettivo che si realizza in maniera diversa ogni volta, mai e poi mai uguale a se stesso. Ne sei estasiat*: questo incrocio sembra condensare in sé il rapporto con lo spazio tipico di questa città e de* su* abitanti, per poi esplodere, composto, in una manciata di secondi, nella forma più quotidiana e straordinaria del moto a luogo, dell’ “andare verso”.

Il ristorante scelto a Shibuya è il Gomaya: ogni cosa qui è a base di sesamo. The Gloomy è accolt* da un “coooool!” del* camerier*, mentre tu sperimenti poco a poco la proverbiale gentilezza giapponese. Te ne innamori perdutamente, portandone tuttora i segni. Tofu nero al sesamo e verdura al vapore con mentai-mayonnaise. Assaggi per la prima volta dei burdock (gobo) chips: continui a ignorare cosa siano, accontentandoti del fatto che fossero ottimi.

Segue una visita a The Vibe Bar Wild One, un bar arredato a mo’ di show room di vibratori dove sorseggiare dei cocktail nella media (dai prezzi sopra la media). Si entra nel bar attraverso due grandi grandi labbra: gli schienali delle sedie sono vagine complete di clitoride, ed è permesso far vibrare qualunque cosa abbia ancora la batteria carica. Se all’inizio il bar è popolato solo da gaijin, verso le 22.30 fanno ingresso alcune coppie locali. È difficile raccontare quale sia il rapporto della società giapponese con la sessualità: priv* di morale cattolica o di altre invadenti religioni, i* giappones* accolgono apertamente ogni comportamento della sfera sessuale, ma con una discrezione tale che non vi è discorso pubblico che si sviluppi sopra tali comportamenti.

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L’ultima lunga parte della serata è di nuovo a Shinjuku. Saluti l’alba a Shinjuku-Nichome, area che accoglie gran parte della scena LGBTQIA tokyense (hai sempre sognato di poterlo dire, fin da bambin*: tokyense. Sincopato e nasale come un’adorabile puntualizzazione). E se due posti favolosi come Dorobune e Gold Finger sono riservati alle “ladies”, l’Arty Farty è aperto a ogni viandante, specie nella sera del suo 23esimo anniversario. Pole dance in versione maschile, una drag bellissima, tante anime festose e accoglienti. Per la prima volta, vedi diverse persone che fanno dei brevissimi pisolini accanto alla pista, prima di riprendere le danze come se niente fosse.

La prima metro della giornata, per voi sipario in chiusura, viaggia silenziosa. Vi porta al Seven Eleven, il combini che crea un’irreparabile dipendenza. Al tamago sando, il tuo tramezzino all’uovo quotidiano. Idealmente scortat* da poliziott* gentili, che dirigono i lavori e i passaggi impugnando delle invidiabili spade laser (yes, they’re on the dark side!), siete finalmente a letto, pervas* da un’ebbrezza nuova.

TO BE CONTINUED [qui la seconda parte, qui la terza]

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