È arrivata la primavera. E non hai niente da metterti.

C’è qualcosa di commovente in un corpo testardo, che si ostina a trovare la risposta da sé, tentativo dopo tentativo. È la tenacia, e chi danza ne è ricc*. Il bello di lavorare con chi fa della danza un allenamento continuo, una pratica, un lavoro, è proprio questo: stupirsi nel vedere un corpo che prende vita all’improvviso, non solo per lo stimolo esterno, non solo sotto una guida altra, ma per sua stessa cocciuta, sacrosanta ostinazione.

Se la scrittura non è degli scrittori, come scrive magistralmente una non scrittrice, la danza non è dei danzatori, come hai creduto per un tempo sufficientemente lungo da farti divenire snob. L’idea, poi, che la scrittura appartenga anche ai danzatori, come a ogni entità autoriale (umana o meno: un’intelligenza artificiale che sia anche autrice artificiale è il non plus ultra dei tuoi sogni transumanisti) è balenata, almeno in questi ultimi anni di attaccamento all’autorialità come fosse un respiratore, come fosse la sola cosa possibile.

Qualche mese fa se ne è andata una persona alla quale devi dei discorsi sulla conservazione della propria autorialità in ogni forma di didattica (preferibilmente quella sperimentale, quella peer, quella amata, insomma); sono discorsi che ti hanno formata più di tanti testi (pur amati, anche quelli): il germe autoriale da non togliersi di dosso. È accaduto in un momento in cui l’importanza dell’autorialità è tanto prepotente e fiera da farti rispondere, a chi ti chiede una precisa qualifica professionale, “autrice” (“so che è generico”, ti scusi, “ma non posso farne a meno”), prima di ogni altro termine anglofono. Ed è esattamente così: non ne puoi fare a meno.

In un momento in cui lavorare con (per?) persone giovani, molto giovani, che ci si ostina a chiamare adolescent* (con quel suono in mezzo, “sc“, che in te richiamerà sempre, inevitabilmente, l’aSCella), se ne è andata, pochi giorni fa, una persona che ha generosamente, gioiosamente, formato un* te molto piccol*, iniziandol* in qualche modo a una qualche forma di danza (che non era dei danzatori, e forse neppure degli autori, ma era la risposta a una domanda) e alle tecnologie: il primo computer, gli albori di internet, la prima chat. Non può non essere un archetipo, quell* te, quell’emozione tutta nuova di parlare con un qualcuno che sembrava un qualcosa. Transumanesimo rudimentale, il medioevo gioioso del tuo apprendistato sentimental-digitale.

Già altrove ti sei domandata se diventare adulti non sia questo: fare un mestiere che non si sa riassumere in una sola parola e ricevere notizie di una bruttezza ineluttabile. Ineluttabilità.

[Là fuori c’è qualcuno che alla tua età hai dei pargoli, fatti da sé; tu l’altroieri hai messo  le mutande al contrario (no, non al rovescio, che sarebbe stato troppo semplice, né il davanti -dietro, che sarebbe stato fin troppo banale. Laterali.), per accorgertene solo ore dopo. Chissà, probabilmente stavi cercando di emulare Il blu del campo innevato, la sex-terrorist di Shimoneta, a modo tuo.]

shimoneta
SOX: Ero-t(ic)errorist organization

Un’amica, una rivoluzionaria femminista dalla quale impari costantemente, tra un sorriso e una birra, ti ha detto che dobbiamo rassegnarci alla complessità delle nostre istanze. A volte è così, facciamocene carico per il solo fatto che è difficile e pesante, ma è reale. Non tutto deve essere in forma sexy, non tutto và reso immediatamente digeribile: perfino la rivoluzione è sexy nella sua complessità, probabilmente.

Così, arresa alla complessità che governa i tuoi giorni, ti prenditi il lusso (fai 3 volte al dì, per 5 minuti, dopo i pasti) di non essere adult*, di appropriarti di una sola parola per definire il tuo mestiere, di appropriarti della scrittura e della danza, di guardare a questi adolescenti ascellari dal basso delle tue mutande laterali, e di credere che abbiano ragione loro, a farla complicata, a farla semplice, a farla, comunque sia. Il resto, ineluttabilmente, accada.

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«Una ragazza con problemi di femminismo».

(a una certa, o ti incazzi o scrivi).

so-retro

Vorresti fare con le parole ciò che qualunque gruppo indie – o synth pop, o sperimentale a suon di chitarre acustiche e voci roche) fa con le canzoni dozzinali: prendere qualcosa di confezionato, di conosciuto e riconosciuto, e ripensarlo, rivomitarlo in una nuova veste (più furba, più spoglia, apparentemente più colta, sicuramente più rivelatrice). Non abbellire, ma ricreare, partendo da un materiale assolutamente conosciuto.

Ma poi guardi ciò che ha scritto Miranda July e ti domando cosa ci sia più da scrivere al mondo, se al mondo ha già scritto lei (un po’ esageri, ma è la fase dell’innamoramento). Le parole sono già così nude che verrebbero subito smascherate.

Ammiri il coraggio di chi sceglie un’idea e la porta fino in fondo, senza provare a stupire, senza arricchire nulla. È ciò che vorresti fare con la scrittura, ma non solo: è ciò che vorresti fare con le idee: avere almeno l’audacia di guardarle in faccia. Ti si potrebbe dire “brav*” anche solo per questo, potresti dirtelo da sol*, per una volta saresti cert* di non scambiare l’autostima (e l’autovalutazione) con l’arroganza (e la presunzione).

Passi il tempo a difendere le idee senza poi, non dico andarci a letto, ma almeno titillarle quel tanto che basta per un «sì. stasera sto con te». Più le difendi più sei esaust*, per quanto nella lotta abbia scoperto una resistenza che non credevi tua (che ti rende esausta, anche se ti procura timid* alleat*). Di colpo ti ritrovi in avanguardia: tu che non vuoi prenderti la responsabilità neppure di una pianta grassa.

Hai già redatto altrove (dove scrive un’altra versione di te, quella professionale. Diresti che sei la sua nemesi, se foste solo in due) il dizionario delle parole fraintese: lo hai rubato a Kundera, che nel romanzo che tutt* abbiamo letto alle superiori, elencava i concetti travisati che rendevano impossibile la comunicazione fra due amanti. Se solo i due si fossero degnati di abbandonare il peso delle storie precedenti, e utilizzare l’ormai noto per ricreare un nuovo condiviso, avrebbero avuto meno problemi a comprendersi. Ostinati a utilizzare il vecchio per descrivere il nuovo, destinati a non incontrarsi (in realtà, poveri personaggi: era l’autore un gran nostalgico- o un gran furbo: sapeva che qualunque elenco fa subito poesia).

Le definizioni ci obbligano a imbrigliarci in maglie, talvolta larghe, talvolta scomode: sono però una via sbrigativa e spesso efficace per provare a dirsi qualcosa e perfino a capirsi, senza volersi riferire eternamente a una rimpianta storia finita. Sono icastiche, spesso tagliate con l’accetta, ma possono salvare relazioni interpersonali e amorose, lavorative e occasionali, tè pomeridiani e ritrovi serali davanti a un film.

Ti senti constantemente incompres*, questo è un dato di fatto. Che sia solo un periodo o una condanna perenne (partorirai con dolore, ti sentirai sempre inadeguat*, avrai sempre fame… quelle lì), poco importa. Sommato all’aggressività di chi sente costantemente in dovere di sgomitare, il mix è letale quel tanto che basta per non dare il giusto peso alle cose (e arrabbiarsi. E sì. E, uffa, sì).

Così, hai deciso che per provare a mettere a frutto la frustrazione del non farti capire, dovevi almeno provare a condividerlo, un po’ di vocabolario frainteso. Proverai a farlo senza pedanteria: ché se un elenco fa subito poesia, un elenco di definizioni fa subito prosa adolescenziale tipo “manuale di [email protected] teen ager [email protected] dalla a alla z” (l’adultità, ma che brutta, bruttissima cosa).

[Questo atto risponde un po’ a quel: “Dovresti proprio scriverne, sai?”. Ma scrivere è un mestiere, non c’è alcuno sfogo nel farlo, così come non c’è mai qualcosa di fine a se stesso. Eppure, c’è qualcosa di definitivo nel voler fissare ciò che risulta sincopato altrove, qui, nello spazio “safe”, il luogo sicuro a cui fare ritorno quando tutto il resto è occupato. Il luogo che già di per sé ha torto.]

Però dicevi, non pedante; dunque uno schiaffo e una carezza: per ogni definizione *tuttatua* una parola nuova e bellissima.

Definizione *tuttatua*: femminismo. Cosa è? (Cosa non è?)

A volte passi il tempo a chiarire cosa il femminismo non è (per te). Provi invece qui a dire cosa è (per te-non lo ripeterai, è sottinteso): chi si definisce quasi solo con dei ^non^ sa bene quanto, alla lunga, possa esser faticoso (e anche, dai, poco creativo). Femminismo è guardare oltre il proprio naso, sia esso gobbo, all’ingiù, all’insù. È cercare di scavalcare i confini, è mettersi nei panni scomodi degl* altr*. È valutare l’esistenza altrui, anche quando non si aveva proprio idea che un’esistenza tanto differente dalla tua potesse esserci. È riflessione e rivoluzione, è resistenza e ironia, è movimento e silenzio. È ascolto. È aprire gli occhi su prospettive che non si pensava di poter avere, è il sé e l’altro da sé, è consenso e rispetto. È *amore*, in ogni forma, ma molto di più è ^innamoramento^. È cultura molto più che natura, è un divenire molto più che nascerci, è empatia molto più che sacralità, è un allearsi molto più che dividersi. È fare un casino di sbagli, anche goffi e cretini. È umiltà da aggiungere a sacchetti ogni dì. È voglia di imparare ogni giorno, è desiderio di mettersi in discussione. È forma e contenuto, è linguaggio e azione. È volontà. È ascolto. È inclusione. È un processo, una direzione, una tendenza. Una ramificazione, una sovrapposizione, spesso caotica. È un’affermazione; è, spesso, una negazione. È una contraddizione che prova a rimescolare le carte.

Ma soprattutto: è quella cosa che al “ma figurati, io la penso già così, perché mica c’è differenza, per me, siamo tutte persone” risponde con “Ok, favolosssso, però it’s not about you e ciò che penzi, it’s about come il mondo funziona per tutte queste persone che dovrebbero essere ugualissime ma, di fatto, non lo sono-ancora.”

privilegio

Indissolubilmente connesso con il concetto di intersezionalità, una parola con troppe sillabe per essere pronunciata senza smaronarsi ogni tre per due:

bob-intersectionality
Bob, il triangolo a strisce: o di come le oppressioni siano tutte interconnesse e non possano essere risolte separatamente.

Il femminismo ultimamente lo avevi visto un po’ malconcio, un po’ sottotono. Ma ha detto che sta facendo una cura a base di ginseng e pappa reale e, ciò, guarda, ti dico: a me ora mi pare proprio che stia una favola.

Per chi è stat* così meravigliosamente meravOglios* da leggere fino a qui, come promesso, una parola bellissima che hai appena imparato, in omaggio:

Grancipòrro: o Cancer pagurus, granchio commestibile, che può raggiungere notevoli dimensioni. In senso figurato: errore madornale, strafalcione: «Ho proprio pigliato un granciporro