Bisessuale non è una parolaccia. Prove tecniche di scardinamento del pudore.

[Disclaimer: il seguente post possiede una dose di ironia molto personale e nessuna pretesa di esaustività. Che magari non c’è bisogno di dirlo, ma non si sa mai]

Bisessuale non è una parolaccia. Neanche pansessuale, eh. UH, GUARDA! UN UNICORNO! Ok, riproviamo.

unicorno1

Bisessuale non è una parolaccia. Neppure una malattia. Neppure uno di quei disturbi che non sono una malattia, ma riguardano comunque qualcosa di fastidioso e ricorrente, tipo un eczema, un piede d’atleta o una vaginite; quelle cose che a scuola ci vai lo stesso, però che palle, cioè, meglio se non ce l’avevi. Bisessuale in realtà non è così. È tipo un paio di scarpe verdi, o un vaso di petunie. O una chioma di capelli ricci, o un giornale. O una persona. Ma probabilmente quel “sessuale” può trarre in inganno e far pensare a prudori continui. Ecco, bisessuale non indica una persona che, davanti a un bivio, si ritrova a non sapere da che parte andare, martellata dal pressante pensiero “sesso, sesso, sesso”. Si badi bene, non è che questa determinata cosa non possa capitare mai nel mondo. Alcune persone dimenticano improvvisamente come scendere le scale, altre trovano estremamente bello riempire le proprie mutande di formiche, altri si divertono a fissare il muro mentre si scaccolano. Tutto ciò è una figata, ma non delinea una categoria, ecco.

La persona bisessuale non è dunque un essere promiscuo per natura, amante dei festini sfrenati a base di ruhm e cocaina za zà. La persona bisessuale può anche, e dico anche, passare il sabato sera a guardare Una mamma per amica mentre beve birra e indossa il pigiama di flanella, e la domenica a guardare Chievo-Empoli mentre si da lo smalto sulle unghie.

La persona bisessuale sa distinguere, di norma, tra la destra e la sinistra, più o meno come la media delle persone. Solitamente, come Derek Zoolander, ha le proprie preferenze e i propri limiti rispetto al lato verso il quale rivolgersi. Si narra di una persona bisessuale residente in provincia di Cuneo che una volta nel ’94 abbia votato Forza Italia, ma non abbiamo dati certi in merito.

La persona bisessuale mangia carne, la persona bisessuale è respiriana, la persona bisessuale è astemia, la persona bisessuale vive in periferia, la persona bisessuale non si perde un vernissage nella nuova galleria in via mazzini 82 neanche quando piove fango.

E così via. Esercizi di fine unità:

La persona bisessuale:

a. è una creatura mitologica che ama sia Star Wars che Star Trek
b. è un* super hero con il potere dell’invisibilità
c. è un pony
d. è una cattedrale gotica
e. una persona che non ha capito i sensi unici

(Un aiutino. Era la B.)

Se la parola “omosessuale” si è liberata dello scomodo suffisso pieno di S, difficile a pronunciarsi per romagnol* e persone affette da sigmatismo, declinandosi in forme che non fanno un continuo riferimento alle scabrose zozzerie, quanto piuttosto a isole greche o a sinonimi di felicità, le persone bisessuali sguazzano ancora in un guano laido e torbido, additato talvolta come un guano di indecisione e ipocrisia. Invece, le persone pansessual… UH! UN DODO! mmh, ok.

dodo

A tal punto, potrebbe risultare utile ai più un elenco sostitutivo di nomi meno sordidi.
Sbizzarrirsi con la fantasia è lecito: in fondo, si sta parlando davvero di qualcosa che esiste? Tra i primi nomi possibili:

  • Giani: dal mitico Giano Bifronte, in onore del dio che si muove sempre, che parte da se stesso e a se stesso ritorna. Come qualcun* che va in giro a rimorchiare, ma viene considerat* troppo gay o troppo etero, e deve, pertanto, tornarsene a casetta propria. Il nome più gettonato perché destinato a diventare: Gianni, un nome di cui puoi fidarti.
  • BIAdesivy: dal celebre nastro bi-adesivo. Ma con la Y, per fare più international.
  • Ambid: traslato da ambidestr*, tuttavia modificabile in quanto troppo simile a “ambiguo”
  • Hey!: questo è proprio bello. Immaginate, un esercito di “Hey!”, pronto a tutto pur di attirare l’attenzione sulla propria pacifica esistenza. Immancabile l’inno dei Chemical Brothers “Hey Boy, Hey Girl”. Il punto esclamativo si pronuncia, non è muto.

Insomma, le idee per degli affettuosi nomignoli meno disturbanti non mancano. I diminutivi nemmeno: in tal modo si eviterà di incappare in uno scomodo susseguirsi di S, come quando si abbrevia “Alessandro” in “Ale”. Stessa cosa avviene per l’eterosessuale: sdraiarsi su un breve e risoluto “etero”, chiudendola lì sulla faccenda del sessuale, non ha prezzo. È dunque lecito riferirsi alla persona bisessuale con un Bi di cortesia. Sarà facile ricordarlo pensando come suona la traduzione inglese del verbo essere o, in alternativa, alla seconda lettera dell’alfabeto. Attenzione: lasciate perdere la beta: si tratta di una condizione, spesso, non provvisoria. Insomma, è proprio una B.

Esistono una serie infinita di aggettivi attribuibili alla persona Bi: alta, magra, autoritaria, giovane, distratta, indisponente, gentile, svedese. Perfino asessuale (binomio facilmente ricordabile con le lettere AB). O pansessuale, che non è proprio il contrario di asessuale; si narra che esistano persone pansessuali asessuali ma pan-estetiche e/o pan-romantiche (che poi non è il nome di una nuova merendina del mulino bianco, però potrebbe esserlo). Se il pan- risulta imbarazzante, vuoi per l’accostamento con quel dio caprino molesta-ninfe, vuoi per il cibo che evoca a base di frumento, è possibile un’alternativa gluten-free altrettanto deliziosa: pomosessuale. Designa una sessualità inclusiva e post-moderna a base di mela della val di Non. Gnam.

pansexual-flag

Annunci

Le Erinni: quando il senso di colpa ti sorprende, sorprendilo con gli Afterhours

Disclaimer: questo post è stato scritto con estremo senso di colpa. Nel tempo impiegato per la stesura di esso si sarebbero potuti effettuare due tutorial sull’utilizzo di Pinterest per la promozione dei propri eventi, bonificare due paludi, effettuare almeno tre comizi sulle disparità di genere nel Triveneto. Per rimediare, le Erinni hanno già commissionato la stesura di almeno tre post impegnati.

Le Erinni ti inseguono, ti braccano, ti fanno la posta e poi ti aspettano dietro l’angolo, all’incrocio, per farti lo sgambetto.

Esseri mitologici che incarnano il senso di colpa e si manifestano a te in forma di:

  • tua madre che scuote la testa davanti al tuo nuovo taglio di capelli 
  • l’insegnante di yoga
  • amic* irriducibilmente punk e fuori corso schifati e basiti per il tuo contratto a tempo indeterminato
  • il panda del WWF deluso dai tuoi ultimi acquisti che non sono in ecopelle
  • *l commess* della bottega equa e solidale al cospetto della tua Cola Conad (zucchero, caffeina e 1,45€ in meno rispetto al Guaranito®)

E mentre pensi che questo senso di colpa non lo vorresti perché non ti aiuta e non ti renderà una persona che lavora meglio-sorride meglio-lotta meglio-scopa meglio, sei terrorizzat* dalla prospettiva: starò scrivendo qualcosa di estremamente reazionario?

Un incubo che da solo batte la nudità alla lavagna, l’esame di maturità invalidato dopo anni e la bomba atomica che ti esplode dentro l’autoradio.

Non sono reazionario, cantava Manuel Agnelli. Non sono reazionari-o, non sono reazionari-o.
Sì, ma neppure immaginario, per cui suscettibile di agenti esterni e di quella cosa straniante chiamata “mondo esterno”.

Le Erinni arrivano alla vista serale della pila di piatti da lavare, si siedono sul divano, fra te e la stanchezza, sorseggiano un Negroni sbagliato mentre, con un ghigno dipinto sul volto, ti dicono di non far caso a loro. Ti guardano, mentre non fai:

non fai abbastanza esercizio, non mangi abbastanza sano, non ti fai valere abbastanza, non fai abbastanza vita sociale né abbastanza attivismo.

Ti guardano, soddisfatte, mentre non scrivi abbastanza, mentre non ti proponi abbastanza.

Le Erinni si nutrono di Negroni accompagnato da non-abbastanza alla paprika.

cersei-lannister
Oh, honey. Non far caso a me.

Atto di dolore: mie Erinni, mi pento e mi dolgo dei miei risultati mancati, perché mancandoli ho meritato i vostri castighi e tradito la mia promessa di essere sempre presente a me stess*, pien* di energie, sempre sul pezzo.

Propongo, con il vostro strano aiuto, una nuova to-do-list per colmare tutti i risultati non raggiunti e non offendervi, così, mai più.

Non sarai reazionari-*, ma i retaggi cattolici te li porti dietro come l’Imodium in viaggio: ben nascosto, ma oh, non si sa mai. Te li ha messi tua madre nello zainetto, tipo il k-way quando andavi in gita, «che magari piove».

Le Erinni, in forma del* fig* fascinos* e di successo che potresti essere se, ti si appollaiano sulla spalla come un condor quando chiudi il libro che stai leggendo; perché leggerlo in lingua originale è tutta un’altra cosa, ma quella velocità data dalla lettura nella tua madrelingua, pur maltradotta, pur traditrice, ti manca, specie alla sera, quando hai kg. di parole addosso.

Le Erinni sono lì, pronte con la frusta, senza safeword, in forma di Simone de Beauvoir, in forma del subcomandate Marcos e di Gramsci, in forma di blogger, di guru del web marketing e di moderno santino di riferimento, ogni volta che non sei all’altezza, ogni volta che il capitalismo ti seduce e ogni volta che te ne allontani saltellante. Ogni volta che abbracci il solipsismo e ogni volta che te ne penti.

«Ok, Erinni. A me piacevate molto nell’Orestea, vi seguivo sempre, davvero. Pure quando via hanno fatte Eumenidi, che comunque perdevate un po’di smalto a essere in buona, ma capisco che era necessario per l’audience.

Io non sono reazionari-*, Erinni. Anzi, lo sento il peso del privilegio, me l’accollo tutto il fardello del vantaggio rispetto a altrui condizioni, così come sento l’ingiustizia generazionale, la mia diversità, lo scalino che mi separa socialmente da.
Non c’ho tutta l’energia però, Erinni mie. E devi dormire, e devi scrivere, e devi essere e devi fare. Ogni tanto mi piace pure ascoltarmi Shakira, e pure Christina Aguilera quando cantava Genie in a bottle, che tutti pensavamo sparisse nel giro di un mese tipo Vitamin C (e chi è? eh, appunto), e invece eccola ancora sulla cresta dell’onda.

Sto scrivendo narrativa, Erinni, per la prima volta nella vita. Poi ve lo passo il manoscritto, così mi massacrate con l’editing e col test di Bechdel (quello lo passo, mi sa, ho studiato), giuro. Sta per debuttarmi uno spettacolo in un bel festival Erinni; ho imparato cos’è un’espressione regolare questa settimana, e qual è la giusta distanza fra le piante quando si coltivano i pomodori.
È pure ricominciato Unreal, Erinni. Dai, che ce lo guardiamo inseme. I piatti li laviamo un’altra volta».

 

La scienza punk: soluzioni erudite per sopravvivere a una vita di stenti / Tecnologia e romanticismo #1

Crionica. O di come la tecnologia avanzata sia la strada per un nuovo romanticismo.

Altro che matrimonio.

artist_eugenialoli_cover
eugenia loli e il futuro. Tutto chiaro.

 «Cryogenics is a branch of physics that studies the production and effects of very low temperatures, while cryonics is the practice of using very low temperatures to try to preserve a human being.»

In questo articolo è spiegato piuttosto bene, passo per passo, di cosa si tratta: cosa è la crionica, come funziona, quali sono gli step da seguire sulla via per l’immortalità.

In sostanza, ti fai una sorta di assicurazione sulla vita, paghi per farti vetrificare (che è diverso da “congelare”) al momento della tua morte, da una delle poche compagnie al mondo che offrono questo servizio (due delle quali, a quanto pare, sono organizzazioni no profit). Queste ti danno un braccialetto che aiuti, se dovessi morire all’improvviso, a far capire alla persona che ti troverà che deve rivolgersi a quella determinata compagnia.

Insomma, poi arriva il punto, cioè muori.

Che poi, «morire». Cosa significa morire?

Esiste(va) un favoloso libercolo per adolescenti in cui la protagonista (e io narrante) parlava di crescita, scoperta del sesso, amicizia, amore, e della propria incasinata vita, ma aveva paura di pronunciare (scrivere) la parola “morte”. Aveva dunque deciso di chiamarla banana, producendo risultati esilaranti alla lettura di frasi come “il giorno della banana di mio nonno” e via discorrendo.
Verrà usata anche qui un’altra parola, non tanto per paura, quanto per la necessità di ricorrere a un nuovo concetto che supplisca all’idea, in questo caso poco soddisfacente, di “cessazione delle funzioni vitali”. La parola sarà, con grande originalità e molta poca voglia di sbattersi, etrom.

Vetrificazione: come diventare uno Swaroskji immortale

Nel 1999, la scienziata Lilia Kuleshova ha vetrificato degli ovociti umani: da questi ha fatto nascere una bambina in salute da una donna infertile di 47 anni.
La cosa è più o meno così: un crioprotettore viene inserito nei fluidi corporei (o lo sostituiscono?). Questa pratica, chiamata CPS (Supporto Cardio-polmonare), serve a tenere il corpo nelle condizioni stabili (cioè a far funzionare cuore, polmoni, ecc. ): ti vengono iniettati diversi medicinali per evitare putrefazione, coagulazione del sangue, e altre schifezze. A quel punto, vieni attaccato a una speciale macchina cuore-polmoni. Questa macchina abbassa la temperatura corporea fino a pochi gradi sopra lo zero. Parte del sangue viene sostituito con una soluzione per la preservazione degli organi a bassa temperatura.

Questo è ciò che viene fatto sul posto, non appena schiatti. Cioè, non appena ertom ti coglie.

Dunque, dicevamo: a questo punto vieni messo sotto ghiaccio e trasportato fino a uno degli impianti di crionica. Lì tutto il sangue viene sostituito con una soluzione che, diversamente dall’acqua, permette la vetrificazione. A quel punto vieni raffreddato in più fasi, fino a  -196 C°, che poi è la temperatura dell’azoto liquido.

Questa cosa della vetrificazione è importantissima: il congelamento infatti presenta il problema che l’acqua, quando viene raffreddata fino a sotto lo zero, si espande e crea cristalli di ghiaccio. Questi  rompono le pareti cellulari, provocando danni irreversibili ai tessuti.

Invece, i liquidi che portano alla vetrificazione non si espandono, ma le loro molecole rallentano fino a fermarsi completamente senza espandersi, senza modificarsi.

A quel punto qualsiasi attività biologica è ferma: sei fermo nel tempo e nel tuo corpo non cambia nulla. Il cervello non subisce danni. È dunque plausibile che questo sia recuperabile.

Morte o etrom?

Ma torniamo a: che cosa è la morte/etrom? Quando è che possiamo dire che una persona è morta?

Quando non respira? No, non è sufficiente: con un massaggio cardiaco e una respirazione bocca a bocca, vedi CPR, si “resuscita” qualcun* che ha smesso di respirare.

Quando non ha più battito? No, non è sufficiente: ci sono cose come adrenalina, defibrillazione, e altre amenità, che “riportano in vita” una persona che non ha più battito.

Nel momento in cui il cuore smette di battere si avvia il processo di decomposizione.

Ma tu sei, fondamentalmente, un cervello (lo sei? cosa è che ti definisce? Qui si entra in un ambito spinosetto. Il punto è: definire cosa è la morte ci costringe a definire cosa è l’io. Ma questo sarà argomento della prossima puntata), finché il cervello è intatto.

Nel medioevo una persona che veniva trafitta da parte a parte con una spada non veniva neppure raccolta dal campo di battaglia: le veniva fatta bere della  zuppa di cipolla, e, se il profumo di questa veniva su dalla ferita, sapevano che non vi era speranza di recuperarla. Se questo avvenisse oggi, trasportando la persona infilzata in un ospedale moderno si avrebbe un’alta percentuale di intervento: dal punto di vista dei medievali sarebbe vista come una resurrezione.

La crionica fa questo: trasporta, vetrificandolo, un corpo (un cervello?) che oggi ci appare morto, irrecuperabile, in un futuro in cui è invece possibile recuperarlo. Nel frattempo, tale tecnologia ferma la persona nel tempo, impedendo il processo di decomposizione.

Insomma, ti addormenti morto, ti risvegli vivo nel futuro, stile Fry di Futurama (che non s’addormenta, ma cade letteralmente dentro il futuro). Etrom.

Con un fisso mensile ragionevole (ehm), accedi a questo servizio di conservazione.

Immaginate naming e claim per tale servizio:

Lazarus. Stand up and walk into the future! o Your personal Jesus: quando tre giorni non bastano, rivolgiti a noi. 

Dove sta il romanticismo in tutto ciò? Nelle proposte del Gloomy, che a una banale dichiarazione d’amore, preferisce un: «ci vieni con me nel futuro? Insomma, quando muori, ti fai vetrificare, così da risvegliarci insieme in un futuro e vivere la nostra vita chapter 2?»

Oltre la morte apparente, oltre il 21° secolo.

Apocalisse zombie non ti temo. Ho dalla mia la scioglievolezza amorosa fiduciosa nel futuro.

 

 

 

 

Il fascino indiscreto della rana pescatrice: porno antispecista e altri sogni di anarchia

Disclaimer: i fatti narrati in questo articolo sono frutto di pura fantasia. Ciò non significa che non siano veri. Le vicende raccontate non riguardano direttamente chi scrive. O forse sì. Nessuna pannocchia è stata maltrattata durante la stesura del post.

C’è stato un tempo in cui una tra le tue maggiori paure era che qualcun* digitasse una “y” sulla tua barra degli indirizzi. Se mai avessi imparato a utilizzare la navigazione in incognito nei momenti di solitudine, non avresti dovuto cercare di fermare chiunque, in un eccesso di zelo, provasse a mostrarti l’ultimo video virale su Youtube, per paura che il primo risultato fosse un altro “you” rosa, sgargiante e poco discreto.

Poi hai capito: aprendo una nuova finestra anonima, hai iniziato a digitare Pornhub. Maggiore scelta, migliore grafica e un ufficio marketing che sa il fatto suo.

Nonostante i loro Copy&Art debbano ancora lavorare su alcuni (yawn!) stereotipi di genere, la svolta è avvenuta all’inizio del mese: con il geniale rebrand improvviso e la moltitudine di hot pannocchie disinibite che hanno invaso, scoppiettanti, il portale, Pornhub ha inconsapevolmente aperto un capitolo della tua vita (e, ne sei cert*, anche di quella di tant* altr*).  Altro che i soliti cetrioli per l’onanismo green, altro che le obsolete battute maliziose durante la scelta delle banane al supermarket: la rivoluzione del porno antispecista è iniziata, ed è a prova di celic*!

cornography
Cornography – Per un pop-porn gluten free

Redenzione radicale

Non solo promuovi l’utilizzo di preservativi ecologici, per un sesso sicuro e vegano, non solo ti converti ai vibratori a energia solare (che però si spengono sul più bello): attrezzat* con polsini e gag-mouth in tessuto eco-friendly, sei pront* a sposare la causa di un BDSM cruelty free. Gasat* per la sensazionale scoperta, che ti fa sentire improvvisamente più vicin* a Madre Natura e a tutte le creature del cielo e della terra, cerchi di non sgarrare su nulla, di essere intransigente come un* ver* dominante e un* ver* veg-attivista; così facendo, però, entri immediatamente nel tunnel senza uscita della coerenza: quanti batteri si possono uccidere a colpi di frustino in ecopelle? E il gatto a nove code non soffre, povera bestia, a essere agitato così per l’aria?

Gender fluidity: fluido come il mare

Accantonata l’idea di un sadomasochismo vegetale e senza sofferenza, senti che la vera rivoluzione antispecista, antisessista, anti-capitalista e genderbender sta nel regno animale e, soprattutto, negli abissi marini.

La natura, infatti, ci ha regalato bellezze inestimabili e creature che sfuggono anarchicamente a ogni consuetudine: troppa meraviglia per non dare inizio un voyeurismo meno antropocentrico.

I pesci della famiglia delle Cirrhitidae sono ermafroditi capaci di passare da un gender all’altro a seconda del meteo. I pesci pappagallo si riservano almeno due opzioni alla volta, che non si sa mai, mentre gli intersessuali pesci pagliaccio attraversano le barriere della famiglia tradizionale, sperimentando la multi-genitorialità, poiché coinvolgono gli anemoni nella cura delle uova.

Ma il premio porno-romanticismo va alle rane pescatrici: gli esemplari di genere maschile hanno forma di semplici sacchetti di carne che si attaccano alle femmine e producono sommessamente sperma come unica attività autonoma, mentre la femmina sorseggia mojito. Vengono praticamente inglobati dall’amata durante l’accoppiamento, amata che può dedicarsi allo yoga o allo studio della fisica quantistica senza rinunciare a un atto sessuale duraturo. Il vero amore.

findingnemo3
Una rana pescatrice conversa con un pesce pagliaccio e un’amica di dimorfismo e intersessualità

Hai finalmente trovato la pace dei sensi nell’osservazione della natura.

Per un porno zen e pure un po’ punk.

Forever Young (Adult)

Pineapples.jpg

Troppo giovane per le borse di studio per la ricerca indipendente, troppo vecchi* per quelle di studio-dipendente-dalle-date-d’esame. Tutto è sempre un nuovo inizio, ma all’ennesima volta che un’impiegat* statale ti tratta come un* 18enne al primo impiego il sorriso di circostanza si trasforma in una semiparesi che nasconde la voglia di rispondere davvero con la gestualità di un* 18enne.

Abbandonat* all’invio solitario di CV, cover letters, applications, portfoli, questionari, domande di ammissione, in cui racconti di avere una spiccata attitudine per lavoro in team, sviluppata probabilmente durante i pomeriggi passati a creare cori greci che infestassero i tuoi drammi (salvo poi sentirti dire che no, non c’è budget, niente coro, riduci e fai un monologo) resisti, abituat* all’idea che lo Stato per te non ci sia mai stato, che il welfare sia solo un inglesismo senza corrispettivo in italia(no), al fatto più o meno scontato che fino ai 35 sei una promessa, poiché prometti solennemente, davanti a IO, di lavorare sottopagat*, senza contributi, in salute e in malattia, finché vecchiaia non ti separi da* nuov* giovan*, scagliandoti dall’altra parte, quella delle promesse disattese.

Postmodern* a sufficienza per snobbare radici, tradizioni e presepi, ricerchi
un’identità (due identità, tre identità, quattro identità si dondolavano sopra il filo di una ragnatela, e trovando la cosa interessante…) in continua mutazione. Ascolti cantaut*i italian* indie rock che parlano di te (ma guadagnano sei volte tanto), della tua disillusione e del romanticismo al tempo della doppia spunta blu (come la metti con la faccenda del “non riconoscersi nell’opera d’arte?” Non si sa. Sei postmodern*, ed è la scusa per qualunque non-scelta).

Onicofagia e paura dell’ignoto come ingredienti essenziali della ricetta per il tuo personal branding: fai fatica a essere te stess* per svariate ore al giorno, tiri avanti grazie al giubilo dato dai 5 minuti di certezze quotidiani: l’identità autoriale è un’illusione, l’identità autoriale è una menzogna.

Non dormire, pensa, scrivi, sveglia, ancora 10 minuti, colazione sull’autobus, tè, scrivi, tè, pensa, tè, non perdere tempo, mangia, leggi, capitalizza, scrivi, pensa, chiedi, scrivi, fatti venire un’idea, fretta, pensa, fretta, frutta, tè, ama, non dormire, fatti venire un’idea per realizzare l’idea di prima, non sbuffare, mangia, sogna, gatte, glutei, shake, blog, twitter, bevi, bòia. Shh.

Young-Adult-Charlize-Theron

Immagini sia così che si diventi adult*: fare un lavoro che da bambin* non avresti potuto riassumere in una sola parola e fare finta di sapere come ci si comporta quando le cose brutte accadono anche a te, di colpo.
Facendoti sentire sol*, come un ananas in mezzo alla neve.

(Mentre ignori che anche tutt* gl* altr* hanno ben poche palme sulle quali abitare).

#Shottini Quantistici: La Weltanschauung del* Freak Lance part#2

Nel paludoso mondo de* creativ*, tra la certezza che la creatività ammazzerà l’arte e l’abbondare di ironia che sembra aleggiare intorno alle tipiche figure atipiche del mercato (brrr), tu, Freak Lance (in confidenza semplicemente FL), sguazzi nella melma del fare-fareinfrettaebene e del «Gradirei piuttosto trovarmi a un raduno di appassionat* di pantofole di flanella. Con in mano una birra analcolica. Calda.»

Freak Lance & creatività

Giochi con le parole tutto il giorno allo scopo di trovare qualcosa di vendibile. Poi alla sera sei così invischiat* nel trip che parli a suon di claim:

«Pensavo di preparare una frittata per cena. 700 mg di colesterolo, zero sbatta»«Vorrei uno spritz, grazie. Il rosso perfetto alla fine di una giornata di merda».

All’ennesimo payoff turistico che ti viene richiesto, lezioso e blasonato in stile:

Atlantide: sprofonda nel benessere

o

Triangolo delle Bermuda: la tua oasi di pace
Sarcasticamente abbozzi un «Eldorado: un incantesimo dischiuso fra i petali del tempo». «Splendido!» Esclama chi, a quanto pare, non ha mai visto Italia 1 a cavallo fra i due millenni.

Freak Lance & ilpostofisso

Mentre con riso amaro elenchi tutt* i simpaticon* che nella tua vita ti hanno trattat* come un’etern* 18enne al primo impiego, senti nell’aria una voce speranzosa come di nonna o figura simil-genitoriale a scelta: «Ma vedrai, questa sarà la volta buona!».
Che più che una promessa ti suona come una minaccia.

We-Go-to-the-Gallery-7
We Go to the Gallery, Miriam Elia

 

La testa resta su una spiaggia poco popolata, fredda, frequentata da pinguini che ti scrutano con aria di sufficienza. I tuoi pensieri si accomodano su una sdraio, mentre sorseggi un Sex (sei già on the beach).

Allora, dov’eri rimast* con quel monologo?

#Shottini Quantistici: La Weltanschauung del* Freak Lance part#1

tumblr_nz7ezxeRwv1rq6gxwo1_1280
Elina Brotherus – Giraffe and Owl from Carpe Fucking Diem

Lavoro in team: a distopic experience.

La tua inadeguatezza alla vita da scribacchin* in affitto full time si evince dalle piccole, insormontabili sfide quotidiane.

Freak Lance & Cliente Alfa®

Freak Lance in trasferta da Cliente Alfa® fighettissim* in veste di copy/account/creativ*/la qualunque.
Un sex-appeal da riviera romagnola l* accoglie in giacchetta perfetta, taglio di capelli perfetto, occhiali stilosi da chissà quanti mila euro (perfetti). In pochi minuti * FL è in grado di irrorare il caffè offerto* su:

documenti sparsi
tavolo
il proprio maglione
i sopracitati occhiali, posati incautamente sul sopracitato tavolo.

Prima che Cliente Alfa® se ne accorga, * FL cerca di pulire un po’ tutto con la manica del sopracitato maglione. Sporcando ancora di più le lenti degli occhiali (sì, quegli occhiali da centordicimila euro).
Un* FL beve solo tè aromatizzato alla vaniglia, che non necessita di zucchero aggiuntivo da mescolare, che se ne sta buono nella sua tazza personalizzata e non salta fuori da una tazzina di carta al primo rimbalzo di una paletta usa&getta.

Freak Lance & giovialità

Un* FL è liet* di lavorare in un team, ma alcuni momenti mettono in luce la pretesa di condividere una precisa weltanschauung. Tale concezione del mondo propria degli esseri sociopatici esclude la visione di serie tv doppiate e reality show in cui la gente si umilia per un piatto di linguine alle bacche di goji: questa impossibilità di pacifica convivenza l* porta spesso e volentieri a desiderare un luogo di rifugio lontano dalla pausa pranzo condivisa.

knitted-hood-for-internet-privacy

Freak Lance & creatività prêt-à-consommer

Un* FL ha capito, volente o nolente, di essere vittima di quel perfezionismo disadattativo, mix di narcisismo e ansia, tutt’altro che positivo, tutt’altro che lodevole e tremendamente intralciante del «Posso farlo meglio, posso farlo molto meglio e, sai che ti dico? mi sa che manco lo inizio, tanto potrei sempre farlo meglio!».
Perciò, mentre FL si crogiola nel proprio perfezionismo, indecis* se utilizzare la parola molto o optare per quell’indubbia sfumatura differente propria di tanto, gli ordini arrivano in forma di rassicuranti evergreen: fallo bene-fallo in fretta. «Emozionami. Per ieri.»

Per distopia si intende, in medicina, la dislocazione di viscere o di un tessuto dalla sua normale sede. * FL è indubbiamente un tessuto prelevato e impiantato in un altrove.

(P.S. * FL non è snob. Non del tutto, almeno. È solo cascat* con i suoi anfibi sporchi dentro una realtà immaginifica differente, in cui tutt* indossano i tacchi a spillo)

 

Lobby Roads. Le 5 strade del potere che non hai percorso

stage con rimborso
Lo Stage, pratica BDSM fra le più estreme

Strabuzza gli occhi e, segretamente, si sfrega le mani con soddisfazione.
Ti sembra di vederle: un secondo paio di mani che sotto la scrivania si compiacciono di aver trovato qualcun* come te da spennare, spremere, sfruttare.
E non perché tu sia merce, di per sé, così rara o preziosa, ché di scribacchin* che sanno fare un po’ di questo e un po’ di quello in fondo è pieno il globo (lo è?). Ma il tuo insolito cv, comparato a quelli di imberbi neo-laureat* tutto-marketing-niente-esperienza che si sono fatti avanti per una posizione tanto appetibile, fa breccia nel suo cuore di CEO©.

30 giorni di prova. Full time. Gratis.

A strabuzzare gli occhi ora sei tu.

6 mesi di stage con rimborso al di sotto della soglia minima pronunciabile a voce alta e… (squillo di trombe) prospettiva di inserimento immediato.

«Come reagisce sotto pressione?»
Che domanda anni ’80, cuore di CEO©. Ti aspetti un Ciribiribì Kodak da un momento all’altro.
Chissà cosa vorrebbe che rispondessi. La tentazione è quella di stupire con un candido «malissimo», ma ti limiti a un sopracciglio ricurvo.
«Perché alla fine si tratta di un periodo formativo completamente spendibile».
Spendibile e sperperabile come, evidentemente, il tuo tempo. Il tuo full time.

Gioisci nell’ accorgerti di come il mondo dell’arte e quello del marketing si siano finalmente incontrati e uniti nel sacro vincolo del no budget.

Sei infatti più che avvezz* a bellissime (quelle sì) e stimolanti proposte di collaborazioni artistiche low (no) budget: perché mai dovresti stupirti per questa tendenza allargat*? Sari mica così ingenu*?
Per ogni offerta simile pensi a come sei stat* snob a aborrire gli hobby pensando che non ti riguardassero.
Hai canalizzato ogni energia, ogni pratica e ogni scoperta per creare dei setting, degli ambienti e, dillo pure, delle storie. E farlo per mestiere.
Ma tra le cose che hai scoperto da poco ce n’è una curiosa e croccante: hai saltato quel passaggio tanto mainstream dell’hobby come dopolavoro, come svago, e lo hai direttamente innalzato alla nobile posizione di professione full time.
E ora prova a presentarti: col tuo nome poco serio e la dicitura “professione hobbysta”. Fai parte di quella schiera che ha eletto il rischio maggiore a scelta di vita, e ti ritrovi oltre il lavoro e oltre il dopo-lavoro: sei nell’era del post-postlavoro.
Nessuno stipendio che sostenga quello che credevi essere un mestiere ma una serie di rimborsi di spese effettuate con i soldi prestati, bofonchiati, immaginati.

Sei stat*, ancora una volta, sciocc*, perché è evidente cosa ti sia sfuggito: una L al posto della H.
Hai messo una H e un apostrofo di troppo; tossivi, forse, in quel momento, quel momento sbagliato in cui ti sei trovat* a fare l’hobbysta mentre potevi fare, agiatamente, lə lobbysta, l’unico mestiere che non conosce mai crisi, se non d’identità (in fondo, chi diavolo sa cosa sia un* lobbist* e cosa faccia per esserlo?)
Già Dargen D’Amico, lobbista della parola rimata, indiscusso poeta tra i più influenti degli anni ’10, suggeriva come esista il passatempo di creare e consolidare lobby dietro le cose più disparate, perfino i semafori.
Con un semplice cambio di lettera avresti potuto intraprendere alcune delle più fortunate carriere da lobbista e far parte di alcuni tra i più oscuri e potenti gruppi di pressione al mondo:

  1. La lobby delle borse blu dell’Ikea: per un qualche motivo sembreremmo avercela tutt* contro. O, almeno, tutt* coloro che sono costrett* a subire la frustrazione e l’assurdità dell’invito: “Ti piace la tua borsa gialla? Prendine una blu”. La lobby delle borse blu regna incontrastata alle casse e impedisce la diffusione delle borse gialle al di fuori dei confini Ikea.
  2. La lobby degli sciroppi per la tosse, spin-off della lobby dell’industria farmaceutica. Misurino a forma di bicchiere da shot, colori sgargianti, effetti inebrianti. Il tutto per favorire abusi, dipendenza e picchi di vendite.
  3. La lobby dei web designer scarsi, i cui principali scopi sono il boicottaggio del buon gusto, la diffusione delle teorie complottiste new age tramite banner psichedelici e la perdita delle diottrie su vasta scala. Legata indissolubilmente alla lobby degli oculisti e degli psichiatri.
  4. La lobby degli ombrelli: strettamente connessa alla lobby delle previsioni del tempo e, naturalmente, a quella del controllo climatico e delle scie chimiche. Se continui a perderli, distruggerli durante le tempeste e dimenticarli all’ingresso del bar è perché in qualche modo te la sei inimicata.
  5. La lobby delle botole. Così potente e segreta che non è dato sapere per chi lavori e contro quale rimedio naturale o istituzione sacra stia lavorando.

Fai un lungo respiro, ti alzi. Immagini quella stessa cifra che ti è stata proposta come rimborso mensile in cambio delle fatidiche 40 ore settimanali nelle mani de* figl* adolescenti di chi ti sta davanti, ogni sabato. Non sorridi, non è stato un piacere conoscersi.

Sgusci fuori, c’è ancora luce. Una donna si affaccia a una finestra dalle persiane verdi e accende una sigaretta; un ragazzo lancia una trottola lungo il marciapiede, fa un balzo, la insegue. È un buon inizio, per una storia.

Postcards from Impatience®

Time Travelling (collage by Eugenia Ioli)
Time Travelling (collage by eugenia loli)

Ottobre. Che in questo emisfero significa: riaccendere il riscaldamento, fare lezioni-prova gratuite in tutte le palestre del circondario, avere finalmente una scusa valida per la sociopatia grazie alle serie “tv” che ricominciano. E che nel tuo personale emisfero significa piccoli, nervosi bilanci:

Totale curricula inviati: 68
Totale risposte conquistate: 9
Totale colloqui sostenuti: 5
Totale feedback ricevuti: tendente allo zero
Totale lavori ottenuti: due mezzi che, inspiegabilmente, non ne fanno uno intero.

Ci vuole pazienza, ti ripeti.
Pazienza è una bella parola, oltre a essere il cognome di uno dei più cinici fumettisti di questo paese:

“Disposizione d’animo, abituale o attuale, congenita al proprio carattere o effetto di volontà e di autocontrollo, ad accettare e sopportare con tranquillità, moderazione, rassegnazione, senza reagire violentemente, il dolore, il male, i disagi, le molestie altrui, le contrarietà della vita in genere”

recita il Treccani. Deriva da “patire” ed è considerata, in maniera trasversale, una virtù tra le più pregiate e apprezzate da* spiritualon* di tutto il mondo.
Lə copy che è in te ci troverebbe un claim, anzi un payoff, ché la pazienza è più di un prodotto: la pazienza è un brand, un lifestyle, un marchio registrato che prevede coach preparatissimi, come la Zumba: la pazienza è ciò che ti permette di non urlare quando la girandola del tuo laptop è più ipercinetica del solito, di non bestemmiare davanti all’ennesimo ritardo di un pagamento e di non strangolare chi ti dice che l’arte contemporanea fa schifo perché questolosofareancheio.
Così, tra le varie possibilità che sintetizzino l’identità del marchio Pazienza®, ne troveresti una per ogni target, una adatta a ogni sensibilità o modo di vivere:

c’è il payoff diretto e rassegnato:
Patience. ‘cause life’s a bitch.
Quello apposito per chi ama il classico:
Be Patient: Rome wasn’t built in a day.
Quello comparativo:
Patience. Better than Hope®.
L’animalista:
Follow the ants. Be patient.
Il culinario:
Pazienza. Tutto il gusto in un rospo (da ingoiare).
L’ entusiasta:
Pazienza: Lo stress della tolleranza + l’angoscia del tempo che passa!
La formula per l’onnipotenza:
Patience: and you’re like a God.
E, infine, per chi ama le sfide:
Pazienza. E ora provate a non perderla. (Sai che questo è più un claim, ma ci sbuffi su.)

dramatist, o ciò che ne resta, che è in te, invece, ci scriverebbe una scena. O, meglio, un inizio. Perché lə dramatist, o ciò che diventerà, che c’è in te sa scrivere solo inizi: assaggia, morde con avidità, si sporca, poi lascia a metà, dopo aver disseminato briciole ovunque.
E sarebbe un inizio con una lunga didascalia:

Luce. Una figura vestita di blu è in piedi, posizione frontale, sguardo fisso.
Ha in mano una borsa in pelo di coniglio. Aspetta.
Si gratta il gomito.
Aspetta.
Parte: “Girls just wanna have fun” di Cyndy Louper.
Silenzio.

Figura umana vestita di blu:
«Abbiamo mangiato lumache,
cime di rapa, creste di gallo,
salsa bernese, salsa olandese, salsa svedese.
Abbiamo giocato a Pictionary,
a Monopoly, a Memory
al Sudoku, al Bunraku, a Zampakutou.
Abbiamo parlato di viaggi e allunaggi,
di stragi, complotti, strateghi e borlotti.
Ci siamo seduti sul divano.
Mi ha guardat* negli occhi
e ha detto: “buonanotte”.»

Buio.

Ma sei tu, nella tua interezza di scribacchin*, costrett* ad allenare la tua, di pazienza; e ti stupisci di come possa essere produttivo un lavor(ì)o non retribuito.
Vai a letto.
«Stavo scrivendo, ma è tardi, non finirò oggi.»
«Anche io stavo salvando il mondo, ma è tardi, non finirò oggi.»