L’amore, la curiosità, il Lan Party. Tre motivi per ricominciare a scrivere in agosto

«Quali sono i tre pilastri, i tre capisaldi della tua vita?» chiedi un po’ a chiunque ci sia intorno a te, nel tentativo di ravvivare una torrida serata estiva nella piazza più chiccosa del centro di  Legoland. Tre, d’altronde, è un numero perfetto, asimmetrico, non divisibile se non per se stesso (ok, anche per uno, ma che senso ha dividere per uno? È come un* bambin* senza amic* che si auto-distribuisce tutte le caramelle. Ti piace vincere facile.) e un numero non divisibile costringe all’impegno; come si può essere indecis* davanti a un numero tutto d’un pezzo, che non ammette compromessi?

È quindi il numero giusto per un breve elenco di valori intramontabili: e se per fortuna tra le risposte ricevute manca un’obsoleto e urticante dio-patria-famiglia, molt* sono stat* costretti dall’afa, dall’alcol o dall’inaspettata invadenza della domanda, a un’egocentrata sincerità.

L’amore, la curiosità e il Lan Party. Non necessariamente in quest’ordine.

Questa è stata la risposta interessante di The Gloomy: trittico portavoce di una geekness estrema, evocatrice di capolavori letterari e cinematografici e, diciamocelo, deliziosamente impeccabile dal punto di vista metrico. Motivo per cui ora fa da titolo a questo post.
Una triade pareva il format corretto per snocciolare al meglio i motivi per ricominciare a scrivere in pieno agosto, ma senza annoiare troppo * lettor*.

L’amore.

L’amore di cui hai la vita ripiena, l’amore per la scrittura e anche l’amore per chi legge. L’amore per sé, che ha portato ultimamente a sagge, quanto rischiose, decisioni e consapevolezze: il tempo è l’unica ricchezza che si ha e che si sceglie di possedere. Da qui, l’abbandono di attività che non ci appartengono, il conseguente attimo di horror vacui (colpo accusato più dal portafogli che dalla testa, a dire il vero) e la successiva sensazione di libertà.

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La curiosità.

Nella furba Stranger Things, serie cult ancor prima di nascere perché figlia di cult (una serie raccomandata, insomma), il piccolo e adorabile Dustin rimprovera il proprio professore di scienze che, impegnato in un sabato sera rimorchioso targato 80’s, rifiuta di fornire nozioni scientifiche ai propri studenti (impegnati invece, SPOILER ALERT, nientepopodimeno che nella costruzione di una vasca di deprivazione sensoriale), apostrofandolo con sagge parole «Lei ci dice di lasciare sempre aperta la porta della curiosità, perché ora vuole lasciare chiusa questa porta Mr. Clarke?».

Già, perché mai dovremmo lasciare chiusa tale porta? Chi fa ricerca, e chi scrive fa sempre e incessantemente ricerca, ha il dovere di essere moss* da costante e bruciante curiosità: quella che non fa dormire il 7enne la mattina del 25 dicembre, quella della Sig.ra Fletcher e di Miss Murple, quella che portò Alice nel Paese delle mostruose meraviglie e quell’egoista di Ulisse nell’abisso degli inferi.

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Il Lan Party.

Ecco, il Lan Party (d’ora in poi solo LP). Il LP, per chi non lo sapesse, è un grumo umanoide dedicato alla videoludica, in cui chi gioca lo fa in modalità multiplayer tramite una rete LAN. Un’istituzione nerd di antica memoria. Le sue misteriose origini si perdono infatti nella notte dei tempi, in cui * prim* gamers con scimmia personale (non ammaestrata) al seguito occupavano le grotte con i loro computer. Vennero poi i garage, i sottoscala, gli scantinati e infine… ancora gli scantinati, data la scarsa familiarità de* giocator* vampir* con i raggi solari.
Nella casina okkupata dal* qui presente scribacchin*, presso Legoland, il LP è l’evento annuale per eccellenza: la sagra dell’insulto e del junk food, della carenza di vitamina E e dell’amicizia.
Un motivo in più per isolarsi con il proprio laptop, non prima di aver augurato buon divertimento chi gioca con foga, e blaterare di tutto il blaterabile tramite tastiera.

Stand by Me ricordo di un'estate 1986 film

L’estate non ti piace di per sé, ma si porta appresso ondate di acqua salata e cambiamento. Porta con sé zanzare e eritemi, facili nostalgie e doverosi  bilanci, come se a ogni settembre si dovesse tornare a scuola.
Anche se non hai mai smesso di scrivere, barcamenandoti per mesi e mesi tra blog altrui, pagine about, e narrativa ancora troppo privata, agosto, questo stop nel calendario lungo 31 giorni, pare il mese giusto per riversare sulla spiaggia (su questa spiaggia) tutte le parole che attendono di essere lette. Ché non bisogna sempre aspettare di metter su il post perfetto.

Il tutto accompagnato da quel pensiero rassicurante di chi con la sicurezza ha poca familiarità: «Suvvia, chi vuoi che legga un blog ad agosto?».

E allora, che un nuovo inizio sia. On the beach.

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Let’s celebrate. Chandelier

Disclaimer: questo post ha un alto contenuto di vita quotidiana, fattacci privati, alcool e zucchero. Come come ogni post e ogni buon limoncello, d’altronde.

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Hai presente quando passi la sera del tuo compleanno in un luogo di perdizione, a dialogare sullo stato del porno mainstream, sorseggiando il tuo cocktail preferito? No?

Hai presente quando sei lì che decidi dove può essere la tua prossima vacanza e, mentre tutti sognano spiagge e relax, sospiri “Nessuno avrà l’ardire di venire con me su Marte“, venendo poi smentit*?

Hai presente quando sai che non esiste la persona dei tuoi sogni, però esiste qualcuno che i tuoi sogni li rivolta ed è pront* a buttarsi con te in quella follia imprevedibile che è la realtà?

Se non ce l’hai presente, prova a googlare: “Quando è che meno me lo aspetto?”

Scegli Maps, e troverai la via secondaria e tortuosa per arrivare all’ignoto.
Scegli Immagini, e ti si paleseranno soffitti luminosi ma, soprattutto, illuminati. Cammina su quelli, non sui pavimenti.

Questa è la storia di un* scribacchin* che sapeva scrivere solo inizi e aveva paura dei finali. Poi s’accorse che tra l’inizio e il finale c’è quella parte goduriosa che è il qui e ora. Il nel mentre, il finché, come pare si dica a Legoland.

Così partì: cercava un divano e si ritrovò con un lampadario, cercava un passaggio fugace e si ritrovò con un progetto. Si fece rana smemorata e colibrì, si fece pianura e montagna, si fece neutro, per raccontare passioni smisurate e brucianti.

Si fece un sacco di risate.

Ripensò sé stess* e l’Universo, che forse all’Universo mai ci aveva pensato, e srotolò quel suo stupido grumo di certezze. Decise che da grande avrebbe voluto solo inventare le cose, possibilmente belle, non importa quale fosse il finale.

Questa è la storia di un* scribacchin* sempre a sproposito, che riusciva a trovare la propria misura solo nella ricerca. Non della completezza, non della perfezione, men che mai della normalità, che la normalità nessuno la capisce. Solo del tentativo di frequentare l’ignoto e l’imprevedibile.

Decise di parlare di sé, di ciò che sapeva e di fare domande su ciò che ancora non conosceva.

No, questa non è la storia di un* scribacchin*, ma di una creatura che incontrò The Gloomy. E se l’un* si fece tempesta, l’altr* si fece luogo. L’altrove divenne una giornata di festa, la condivisione fu un segreto, di quelli custoditi da parole in codice e sguardi complici.

The Gloomy volava dove altr* non osavano, dove il dubbio è migliore di ogni certezza, dove ogni follia era lecita, purché frutto di caos e insaziabile curiosità.
Lasciando sgoment* i più, costruendo racconti, azzardando possibilità. Non smettendo mai di giocare. Avvolt* da un’aura di bellezza inconsapevole (ma esiste forse altra bellezza?).

Questa non è una storia, ma l’inizio di un dono. Un atto d’amore e ingiustificata anarchia.

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La scienza punk: soluzioni erudite per sopravvivere a una vita di stenti / Tecnologia e romanticismo #1

Crionica. O di come la tecnologia avanzata sia la strada per un nuovo romanticismo.

Altro che matrimonio.

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eugenia loli e il futuro. Tutto chiaro.

 «Cryogenics is a branch of physics that studies the production and effects of very low temperatures, while cryonics is the practice of using very low temperatures to try to preserve a human being.»

In questo articolo è spiegato piuttosto bene, passo per passo, di cosa si tratta: cosa è la crionica, come funziona, quali sono gli step da seguire sulla via per l’immortalità.

In sostanza, ti fai una sorta di assicurazione sulla vita, paghi per farti vetrificare (che è diverso da “congelare”) al momento della tua morte, da una delle poche compagnie al mondo che offrono questo servizio (due delle quali, a quanto pare, sono organizzazioni no profit). Queste ti danno un braccialetto che aiuti, se dovessi morire all’improvviso, a far capire alla persona che ti troverà che deve rivolgersi a quella determinata compagnia.

Insomma, poi arriva il punto, cioè muori.

Che poi, «morire». Cosa significa morire?

Esiste(va) un favoloso libercolo per adolescenti in cui la protagonista (e io narrante) parlava di crescita, scoperta del sesso, amicizia, amore, e della propria incasinata vita, ma aveva paura di pronunciare (scrivere) la parola “morte”. Aveva dunque deciso di chiamarla banana, producendo risultati esilaranti alla lettura di frasi come “il giorno della banana di mio nonno” e via discorrendo.
Verrà usata anche qui un’altra parola, non tanto per paura, quanto per la necessità di ricorrere a un nuovo concetto che supplisca all’idea, in questo caso poco soddisfacente, di “cessazione delle funzioni vitali”. La parola sarà, con grande originalità e molta poca voglia di sbattersi, etrom.

Vetrificazione: come diventare uno Swaroskji immortale

Nel 1999, la scienziata Lilia Kuleshova ha vetrificato degli ovociti umani: da questi ha fatto nascere una bambina in salute da una donna infertile di 47 anni.
La cosa è più o meno così: un crioprotettore viene inserito nei fluidi corporei (o lo sostituiscono?). Questa pratica, chiamata CPS (Supporto Cardio-polmonare), serve a tenere il corpo nelle condizioni stabili (cioè a far funzionare cuore, polmoni, ecc. ): ti vengono iniettati diversi medicinali per evitare putrefazione, coagulazione del sangue, e altre schifezze. A quel punto, vieni attaccato a una speciale macchina cuore-polmoni. Questa macchina abbassa la temperatura corporea fino a pochi gradi sopra lo zero. Parte del sangue viene sostituito con una soluzione per la preservazione degli organi a bassa temperatura.

Questo è ciò che viene fatto sul posto, non appena schiatti. Cioè, non appena ertom ti coglie.

Dunque, dicevamo: a questo punto vieni messo sotto ghiaccio e trasportato fino a uno degli impianti di crionica. Lì tutto il sangue viene sostituito con una soluzione che, diversamente dall’acqua, permette la vetrificazione. A quel punto vieni raffreddato in più fasi, fino a  -196 C°, che poi è la temperatura dell’azoto liquido.

Questa cosa della vetrificazione è importantissima: il congelamento infatti presenta il problema che l’acqua, quando viene raffreddata fino a sotto lo zero, si espande e crea cristalli di ghiaccio. Questi  rompono le pareti cellulari, provocando danni irreversibili ai tessuti.

Invece, i liquidi che portano alla vetrificazione non si espandono, ma le loro molecole rallentano fino a fermarsi completamente senza espandersi, senza modificarsi.

A quel punto qualsiasi attività biologica è ferma: sei fermo nel tempo e nel tuo corpo non cambia nulla. Il cervello non subisce danni. È dunque plausibile che questo sia recuperabile.

Morte o etrom?

Ma torniamo a: che cosa è la morte/etrom? Quando è che possiamo dire che una persona è morta?

Quando non respira? No, non è sufficiente: con un massaggio cardiaco e una respirazione bocca a bocca, vedi CPR, si “resuscita” qualcun* che ha smesso di respirare.

Quando non ha più battito? No, non è sufficiente: ci sono cose come adrenalina, defibrillazione, e altre amenità, che “riportano in vita” una persona che non ha più battito.

Nel momento in cui il cuore smette di battere si avvia il processo di decomposizione.

Ma tu sei, fondamentalmente, un cervello (lo sei? cosa è che ti definisce? Qui si entra in un ambito spinosetto. Il punto è: definire cosa è la morte ci costringe a definire cosa è l’io. Ma questo sarà argomento della prossima puntata), finché il cervello è intatto.

Nel medioevo una persona che veniva trafitta da parte a parte con una spada non veniva neppure raccolta dal campo di battaglia: le veniva fatta bere della  zuppa di cipolla, e, se il profumo di questa veniva su dalla ferita, sapevano che non vi era speranza di recuperarla. Se questo avvenisse oggi, trasportando la persona infilzata in un ospedale moderno si avrebbe un’alta percentuale di intervento: dal punto di vista dei medievali sarebbe vista come una resurrezione.

La crionica fa questo: trasporta, vetrificandolo, un corpo (un cervello?) che oggi ci appare morto, irrecuperabile, in un futuro in cui è invece possibile recuperarlo. Nel frattempo, tale tecnologia ferma la persona nel tempo, impedendo il processo di decomposizione.

Insomma, ti addormenti morto, ti risvegli vivo nel futuro, stile Fry di Futurama (che non s’addormenta, ma cade letteralmente dentro il futuro). Etrom.

Con un fisso mensile ragionevole (ehm), accedi a questo servizio di conservazione.

Immaginate naming e claim per tale servizio:

Lazarus. Stand up and walk into the future! o Your personal Jesus: quando tre giorni non bastano, rivolgiti a noi. 

Dove sta il romanticismo in tutto ciò? Nelle proposte del Gloomy, che a una banale dichiarazione d’amore, preferisce un: «ci vieni con me nel futuro? Insomma, quando muori, ti fai vetrificare, così da risvegliarci insieme in un futuro e vivere la nostra vita chapter 2?»

Oltre la morte apparente, oltre il 21° secolo.

Apocalisse zombie non ti temo. Ho dalla mia la scioglievolezza amorosa fiduciosa nel futuro.

 

 

 

 

Il fascino indiscreto della rana pescatrice: porno antispecista e altri sogni di anarchia

Disclaimer: i fatti narrati in questo articolo sono frutto di pura fantasia. Ciò non significa che non siano veri. Le vicende raccontate non riguardano direttamente chi scrive. O forse sì. Nessuna pannocchia è stata maltrattata durante la stesura del post.

C’è stato un tempo in cui una tra le tue maggiori paure era che qualcun* digitasse una “y” sulla tua barra degli indirizzi. Se mai avessi imparato a utilizzare la navigazione in incognito nei momenti di solitudine, non avresti dovuto cercare di fermare chiunque, in un eccesso di zelo, provasse a mostrarti l’ultimo video virale su Youtube, per paura che il primo risultato fosse un altro “you” rosa, sgargiante e poco discreto.

Poi hai capito: aprendo una nuova finestra anonima, hai iniziato a digitare Pornhub. Maggiore scelta, migliore grafica e un ufficio marketing che sa il fatto suo.

Nonostante i loro Copy&Art debbano ancora lavorare su alcuni (yawn!) stereotipi di genere, la svolta è avvenuta all’inizio del mese: con il geniale rebrand improvviso e la moltitudine di hot pannocchie disinibite che hanno invaso, scoppiettanti, il portale, Pornhub ha inconsapevolmente aperto un capitolo della tua vita (e, ne sei cert*, anche di quella di tant* altr*).  Altro che i soliti cetrioli per l’onanismo green, altro che le obsolete battute maliziose durante la scelta delle banane al supermarket: la rivoluzione del porno antispecista è iniziata, ed è a prova di celic*!

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Cornography – Per un pop-porn gluten free

Redenzione radicale

Non solo promuovi l’utilizzo di preservativi ecologici, per un sesso sicuro e vegano, non solo ti converti ai vibratori a energia solare (che però si spengono sul più bello): attrezzat* con polsini e gag-mouth in tessuto eco-friendly, sei pront* a sposare la causa di un BDSM cruelty free. Gasat* per la sensazionale scoperta, che ti fa sentire improvvisamente più vicin* a Madre Natura e a tutte le creature del cielo e della terra, cerchi di non sgarrare su nulla, di essere intransigente come un* ver* dominante e un* ver* veg-attivista; così facendo, però, entri immediatamente nel tunnel senza uscita della coerenza: quanti batteri si possono uccidere a colpi di frustino in ecopelle? E il gatto a nove code non soffre, povera bestia, a essere agitato così per l’aria?

Gender fluidity: fluido come il mare

Accantonata l’idea di un sadomasochismo vegetale e senza sofferenza, senti che la vera rivoluzione antispecista, antisessista, anti-capitalista e genderbender sta nel regno animale e, soprattutto, negli abissi marini.

La natura, infatti, ci ha regalato bellezze inestimabili e creature che sfuggono anarchicamente a ogni consuetudine: troppa meraviglia per non dare inizio un voyeurismo meno antropocentrico.

I pesci della famiglia delle Cirrhitidae sono ermafroditi capaci di passare da un gender all’altro a seconda del meteo. I pesci pappagallo si riservano almeno due opzioni alla volta, che non si sa mai, mentre gli intersessuali pesci pagliaccio attraversano le barriere della famiglia tradizionale, sperimentando la multi-genitorialità, poiché coinvolgono gli anemoni nella cura delle uova.

Ma il premio porno-romanticismo va alle rane pescatrici: gli esemplari di genere maschile hanno forma di semplici sacchetti di carne che si attaccano alle femmine e producono sommessamente sperma come unica attività autonoma, mentre la femmina sorseggia mojito. Vengono praticamente inglobati dall’amata durante l’accoppiamento, amata che può dedicarsi allo yoga o allo studio della fisica quantistica senza rinunciare a un atto sessuale duraturo. Il vero amore.

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Una rana pescatrice conversa con un pesce pagliaccio e un’amica di dimorfismo e intersessualità

Hai finalmente trovato la pace dei sensi nell’osservazione della natura.

Per un porno zen e pure un po’ punk.

#Shottini Quantistici: pillole from the beach / In difesa di Kylo Ren

Ok, avevi detto che non c’era altro da dire su Star Wars.
Ma avevi anche detto che non saresti mai andat* a vivere a sud della grassa e lussureggiante Sybaria, cosa che è accaduta nel momento del tuo trasferimento nella bella e chiassosa Desìa.

E poi stavolta non si tratta solo di Star Wars, o del chiacchieratissimo episodio VII sul quale tutt* hanno messo bocca prima e dopo (e anche durante, nonostante le gomitate del vicino) l’uscita del film.
Da quando il nuovo capitolo ha fatto capolino nelle sale di tutto il mondo è in corso un’operazione trasversale di discredito nei confronti di uno dei più interessanti wannabe che la Disney ci abbia fornito. Un’azione di bullismo intollerabile e ingiustificata da parte di quei nostalgici di Darth Vader che pensano sia meglio per lui rimettere su la maschera.

Ecco dunque, una breve, non ragionata, opinione non richiesta, from the beach:

Dalla parte de* non-fig*

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Kylo Ren in un momento di relax e eterna indecisione tra i lati

`E come quando alle medie t’innamoravi del* compagn* lungon*, con braccia e gambe cresciuti di 20 cm in una sola estate, mentre tutt* * altr* andavano dietro al* fik* di turno, proporzionat*, dai docili lineamenti e il perfetto sorriso.

È come quando tutt* volevano essere principesse, ma tu ti rivedevi tanto in Lady Oscar; come quando, alle superiori, tutt* impazzivano per i front man/woman/whatever e tu guardavi chi c’era, a testa china, dietro al basso.

Poi arrivò l’epoca in cui i nerd conquistarono il mondo, crearono colossi, guardando gli altr* dall’alto in basso, fieri della propria nerditudine. Arrivarono * hypster colt*, tecnologic* e occhialut*, e arrivò, faticosamente, la queerness un po’ più diffusa.

Ma tutto questo ancora non basta perché il mondo accetti un villain come Kylo Ren.

Kylo Ren, che guarda la vita da dietro una maschera pesantissima, è questo: uno spilungone, magrolino, con delle orecchie e un naso sproporzionati.
Uno che sa benissimo di non incutere alcun timore nel suo avversario al momento dello svelamento. Uno che ha vissuto all’ombra di un nome troppo importante.
Kylo Ren è un freak, non ha le physique du
rôle, è destinato a scontentare tutt*: amanti del cattiv* tutt* d’un pezzo-già formato, che aspettano solo di deridere quell’ adolescente impacciato. E, soprattutto, scontenta se stesso.
Eppure ci prova, se la toglie quella maschera, Kylo Ren. Pur non avendo ancora scelto del tutto da che lato stare, si mostra, pubblicizzando la propria inadeguatezza.

Sa che non spaventerà l’avversari*, ma può disorientarl*.

Chiamato “frignetta” da brillanti disegnatori, che scivolano inaspettatamente nel sessismo più becero, Kylo Ren, adolescente bullizzato è, per l’appunto, un adolescente.
Quindi sa.
* piccol*, * giovan*, sanno, perché vivono e esperiscono senza bisogno di spiegazione ciò a cui * più vecchi* si sono dovut* lentamente adattare.

So, don’t bully Kylo.

Perché, qualunque lato si scelga, il mondo sta andando verso un’altra direzione, ed è più probabile che a governarci tutt* sarà qualcun* che sta al di fuori delle categorie.

Un* looser, più che un* supercool. Uno Kylo Ren, più che un Darth Vader (o un Luke).

P.S. : E, comunque, Adam Driver spacca. Sia che impersoni qualche weirdo di periferia nell’indie universe, sia che si trovi addosso il fardello di imperare in una galassia lontana lontana e ricca di merchandising.

My Personal Nerdom part #3: «I love you»«I know». L’amore ai tempi di Star Wars

«Le sole persone nell’universo che non l’hanno mai visto sono i protagonisti di Star Wars! Perché le hanno vissute! Loro hanno vissuto le guerre stellari!» (da How I met your mother)

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The Other Side, Jorge Pérez Higuera

Potresti dire tante cose su Star Wars: provare a decantarne l’estetica e la fotografia, tentarne una fin troppo ovvia interpretazione alla luce degli archetipi del Viaggio dell’Eroe di Vogler, o avventurarti in qualche improbabile parallelismo con la filosofia Nietzschiana (al di là del bene, del male e della Forza).

Ma dopo aver letto:

  • un articolo che analizza la distruzione della Morte Nera dal punto di vista economico
  • un’introduzione a un saggio che paragona la saga di Lucas a un Apocalypse Now per bambin* figli* della Guerra Fredda
  • tonnellate di opinioni, concordi all’unanimità, sui primi tre episodi (dai lapidari “They just suck” a complesse analisi sul postmodernismo intrinseco alla trilogia prequel…che finivano immancabilmente con un “They just suck”)

sei arrivat* alla conclusione, estremamente post-moderna (e, per questo, un filo cinica), che tutto è già stato detto su Star Wars.
Tutto è già stato scritto, filmato, analizzato, parodiato, digerito, vomitato e pubblicato senza vergogna sul web.
Contrariamente ai riferimenti culturali della tua infanzia, film così sfigati che neppure chi li ha girati ricorda più, Star Wars ha influenzato in lungo e in largo tutta la cultura pop degli ultimi 30 anni, collocandosi ormai al di fuori di ogni possibile riflessione (anche perché lo stuolo di fan conserva ogni nuova parola per il 16 dicembre).
Non c’è nessuna analisi cervellotica che possa farti apparire più intelligente, nessuna rivisitazione hipster che non sia già stata presa di mira dagli haters di tutto il globo, nessuna trovata originale che potesti tirar fuori in proposito.

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Intollerabile è il mancato successo planetario di Return To Oz, un film con uno spiccato Dark Side

Allora perché non unirti al coro dei pareri inutili e assolutamente non richiesti stilando una personale classifica di bizzarrie e amenità che hai amato a seguito della tua personalissima prima visione della trilogia?

Non tergiverserai sulle delusioni: ok, non c’è un «Luke, I’m your father!», ma un semplice «I am your father», con enfasi sul soggetto (casomai sfuggisse a qualcun* l’Ego del parlante) e, certo, avresti preferito non vedere il suddetto padre senza la sua fascinosa maschera (un po’ come quando la Bestia si tramuta in principe grazie al bacio di Belle e…beh, complimenti Belle, grande mossa).
Non ti soffermerai neppure sul moralismo imperante (e imperiale) o sull’evidente, grottesco, maschilismo etero-normativo di entrambe le parti.
Accetterai che Star Wars è così: esattamente ciò che vedi. Nessun sarcasmo, nessun significato nascosto, ma tanti geniali dettagli e, casomai non fossi veramente l’unic* in tutto l’universo (non espanso) a non aver visto ancora la saga, lanci, per pura precauzione, un formale spoiler alert.

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Cose per cui vale la pena vedere Star Wars nel 2015:

(un omaggio a Manhattan e alla felice rassegnazione di Isaac Davis)

  1. Il modo in cui C-3PO cammina col culo all’insù. Amore a prima zoppicata.
  2. L’irresistibile umorismo di R2-D2. Il che ci insegna come il linguaggio non sia sempre un limite alle cose essenziali della vita.
  3. L’accento british di C-3PO (svenimenti, mugolii, migolii vari).
  4. L’idea che C-3PO somigli all’Omino di Latta di Return to Oz, ma più magro, più verboso e obiettivamente più cool.
  5. «How rude!». How awsome.
  6. Il look trans-human di Darth Vader. E il suo essere, tutto sommato, un filo Queer.
  7. La posatezza del cattivo.
  8. Il suo accento (ok, per la prima volta non sei dalla parte dei ribelli…ma come si fa a scegliere Harrison Ford e la sua becera fallocrazia yankee?).
  9. La bellezza dei paesaggi desolati di Tatooine, pianeta che ti ricorda un po’ la tua isola di LAputa, ma anche un po’ il Kansas di Dorothy Gale.
  10. Le scene di massa degli Stormtrooper.
  11. La colonna sonora. Chapeau.
  12. La scena del “jazz club” sgangherato. Some like it hot, even on other planets.
  13. Sì, la fotografia. E i costumi.
  14. Il lessico del Maestro Yoda. Che ti ricorda, pure quello, un po’ LAputa.
  15. «I love you»«I know». La risposta geniale che tutt* cercavano da tempo. Ti dimentichi a chi è stata messa in bocca e ci vedi solo la perla de* sceneggiat*i.

 

My Personal Nerdom part #2. Ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare il Cosplay

Sono giorni di aggressività.
Sarà l’ora legale, che non hai mai capito, sarà che è tornato quel momento in cui tropp* hanno improvvisamente da dirti cosa dovresti essere e cosa dovresti fare.
Piovono suggerimenti non richiesti mentre qualcun* dalla nebbia poco oltre Legoland indica, invece, un nuovo punto di vista; nella nebbia ci son cose che a dirle non ci credi: scenari illuminanti e sguardi luminosi. Ed ecco, allora, una definizione azzeccata per la tua attività ininterrotta: oscillare tra il pop e l’apocalisse.

Contro ogni aggressività, contro ogni «dovresti», scegli di ripetere un’esperienza vissuta maldestramente qualche anno fa, quando ancora il nerdom ti era oscuro come la teoria della relatività ristretta, e recarti nel luogo della perdizione per eccellenza, imparando tante cose in più rispetto a quell* te ingenu* e spaesat* che fu.
Ecco dunque una miniguida per ogni candid* avventor*:

Il pop:

Oltre la nebbia di Legoland, oltre l’autostrada che si fa improvvisamente strettissima tra colline verdi e docili dopo la piana biancastra imperante, vi è Lucca Comics&Games.
Lucca C&G, come l’Halloween di Nightmare Before Christmas, è una città circondata da mura e prato verde in cui abitanti e sindaco, ogni anno, il giorno dopo la fiera, iniziano a pensare a quella successiva: un’incessante attività di brulicanti Umpa Loompa, guerriere Sailor e personaggi di One Piece, che la renda ogni anno più ricca, caotica, delirante.
La città viene allestita a fine ottobre ma sgonfiata e riposta nello sgabuzzino accanto al materassino per il mare dopo ognissanti. Zerocalcare, anello di congiunzione fra te e the gloomy, fra il nerdom e il centro sociale, fra Rebibbia e Bim Bum Bam, ne è cittadino onorario, mentre Cristina D’Avena ne possiede ormai le chiavi.

Cosa non fare a Lucca Comics

1. Non comprare il biglietto. Fumetti e giochi si comprano su internet, i ramen non sono più gratis dall’86 e in ogni caso non riusciresti a entrare per via dell’immensa coda.

2. Non assumere liquidi. La fila media per il bagno in un qualunque locale è la stessa che c’è per la Japan Town. Se hai comprato il biglietto (ahia, non hai letto la regola n°1?), devi fare delle scelte. Dimentica che il tuo corpo ha delle esigenze oppure usa i bagni chimici (certo, e come la mettiamo con mantello e calzamaglia?)

3. Noi siamo Anonimi. («Che Cosplayer sei?». Non rispondere, mai. E non deludere il prossim* ammettendo «No, sono vestit* normale»)

4. Gli Anonimi sono una legione. (Hai davvero detto Assassin’s Creed in luogo di Star Wars?)

5. Gli Anonimi non perdonano. (perciò non scambiare Deadpool per l’Uomo Ragno. Se lo fai, evita di dirlo a voce alta.)

6. Non stupirti della compagnia: se non ti guardano in faccia, stentano a salutarti o non colgono la tua richiesta di high five forse non è detto che ti stiano rifiutando: magari sono dei timidi otaku che danno confidenza quando decidono di averne voglia e non per seguire le convenzioni sociali.

Cosa fare a Lucca Comics : (ovvero come fregarsene delle apparenze e vivere felici)

7. Foto. Tante.

8. Sorridere. Lascia i pensieri a casa e non deludere chi pensa che anche tu sia un Cosplayer.

9. Ammira i crossplayer, cosplayer crossgender.

34. Un concetto ha sempre una versione porno, senza eccezioni. Goditi Lamù in perizoma senza puntualizzare sul fatto che dovrebbe indossare una culotte.

35. Se al momento un concetto non ha una versione porno, prima o poi verrà creata. (Abbi fede, Lucca la rigonfiano tutti gli anni)

38. In realtà non esiste alcun limite a tutto, nemmeno il cielo. (ci sono gruppi che possono permettersi di comprare un elicottero. Sii estasiat*)

42. Niente è sacro. (Godi per qualunque celestiale visione ma incazzati per il ban a Immanuel Casto. Siamo a Lucca C&G, non al Vaticano)

Una cosplayer di Maria Montessori
Una cosplayer di Maria Montessori durante Discorso Giallo (Fanny&Alexander)

L’apocalisse

Come sempre, divori e processi tutto ciò che vedi e senti: se in passato hai pensato che questo fosse un difetto da correggere, un bug, oggi lo accetti come una feature.
Interpreti la realtà: guardi le cose e hai già deciso come trasformarle, incorniciarle, riutilizzarle.
Pensi ai Cosplayer, alla loro metamorfosi, all’esibizione: vorresti averne uno stuolo, una folla, da mettere in scena per indagare, attraverso la loro pelle, le loro spade e la loro abnegazione, la dinamica del ruolo, dell’interpretazione, del gioco.
Ti perdi nel disegno luci: la loro bellezza sfacciata, un fondale bianco e dieci gelatine ghiaccio.
Il loro sorriso che resiste al caldo, al freddo, al trucco e ai tacchi e una voce off che domanda ossessivamente : «Who am I?».

Ti risveglia Mary Poppins: vuole inspiegabilmente una foto con te. Sorridi, sei a Lucca Comics.
Ti chiedi se qualcun* altr* riesca con la stessa disinvoltura a frequentare sia Santarcangelo che questo paradiso geek. Ti rispondono di sì, più di quant* pensi.
Sorridi ancora e capisci che questa è la caratteristica dei freaks, dei pesci fuor d’acqua: esser curios* di tutto, poter mordere il reale per risputarlo fuori sotto un’altra forma. Senza più paura di uscire dal seminato.

E, come sempre, torni al lavoro, qualunque nome questo abbia assunto nell’ultimo mese: tra il pop, che ti fa elaborare strategie di comunicazione non convenzionale per l’azienda convenzionata, e l’apocalisse, sempre in agguato, che ti racconta, vezzeggia e, temporaneamente, abbandona.

My personal Nerdom part #1. Some like it geek

The Other Side, Jorge Pérez Higuera
The Other Side, Jorge Pérez Higuera

“Mandami un abstract, un curriculum più discorsivo, due righe SU DI TE”

Ti chiedono di definire te stess*, di raccontarti.
Cosa hai mai da dire su di te?
Un po’ come Alice in Wonderland davanti al fumoso Caterpillar, you “hardly know, sir, just at present.”. Perché sai di esserti trasformat* tante di quelle volte che non puoi più descriverti come avresti fatto anche solo un anno fa.

Stacchi gli occhi dalla pagina che resta bianca in attesa di queste “2 righe”, accendi il bollitore e ti tuffi nel terzo tè alla vaniglia del pomeriggio.
Ti chiedono periodi certi, di quelli che terminano con un bel punto, quando tu ne avresti solo di interrogativi, e rispondono con vaporosa genericità quando sei tu a far domande (con tua grande, tangibile fatica).
Sei in dubbio sulla tua identità, su ciò che ti piace e su ciò che invece ti annoia. A chi ti chiede “che cosa fai… intendo, nella vita?” dai una risposta slabbrata, preceduta da una serie di mugolii, balbettii, occhi che roteano. “Ma, sai, ho dei dubbi anche su questo”. L’interlocutore solitamente storce il naso e lascia perdere, quando non rincara la dose con un: “Ma come! Dovresti dirlo con un po’ più di convinzione!”.
Hai imparato solo di recente che avere dubbi non è una condizione riservata a chi, come te, alberga nell’indecisione, ma è anche (e soprattutto) il presupposto di base di chiunque segua un pensiero scientifico.
E se è vero che questo è scritto sulla brochure che ti danno all’ingresso della fiera dell’ovvio, è anche vero che quando te l’hanno data eri distratt*, probabilmente intent* a scoprire faccine tra i buchi nell’intonaco. E poi, di certo, con quella brochure ci hai fatto una barchetta che hai regalato alla prima faccia simpatica incontrata per strada.
Dunque, se pur in ritardo, ti ritrovi sulla strada del dubbio, in compagnia di chi lo esalta e lo elegge a spirito guida (mentre storce naso e bocca davanti alla parola “spirito”).
In compagnia di chi ti rivela mondi inesplorati e accende lucine e lampadari su concetti del tutto nuovi. Apri gli occhi per la prima volta, quegli occhi monotematici, viziati e snob, drogati di performing art.

Ed ecco il nerdom.

Dal basso della tua ignoranza credevi che il “nerdom” fosse una sorta luogo dell’anima: a metà strada tra un pensatoio e un’enorme emporio. Pensavi avesse anche qualcosa del buco nero, perché nella tua testa il nerdom è minaccioso: ingoia, fagocita e distorce.
Invece salta fuori che la definizione di nerdom non è altro che: l’attitudine, il comportamento di un nerd. O, ancora meglio, il fatto stesso di essere nerd.
E qui capisci che ancora una volta pecchi di ingenuità: il segreto del suo significato sta tutto nell’anagramma, o negli anagrammi:

1)normed: conforme a una norma, a una regola.
Avendo passato adolescenza e giovinezza tra centri sociali e aule occupate stai già canticchiando “conforme a chi? conforme a cosa?”.
The gloomy no. Non ha mai sentito parlare dei CCCP, ma in compenso scuote la testa con desolazione se chiedi ingenuamente: “Che cos’è la Morte Nera?”.
Sì, ci sono delle regole, delle norme di base e tu le ignori tutte, piccol* anarcoide.

2)modern: e, no, qui non ci si riferisce a quel genere di danza che fa tanto palestra anni ’90, ma a un’ esaltazione della modernità, della tecnologia, addirittura a una fiducia nel futuro.
Tutto questo è nuovo per te, ma allo stesso tempo combacia perfettamente con la tua ossessione per il contemporaneo, per ciò che esprime lo zeitgeist e guarda oltre. Curioso come tali concetti siano vicini a quel che cerchi nell’arte.

Fai caso anche alle ultime tre lettere, “dom”, e questo ti basta per intuire che, per definizione, il nerd ha già vinto, comanda, sta sopra.
Perché è metodico. Perché ogni cosa è una missione da portare a termine con successo, che si tratti di una campagna di Sails of Glory o di gratificanti preliminari. E le missioni non sono roba da fanalini di coda.

Tu non hai mai visto Star Wars.
Non hai mai letto un manga.
Confondi Legolas con Lex Luthor.
Ma, improvvisamente, hai voglia di raccontarlo, questo nerdom sconosciuto, per come appare agli occhi di un* scribacchin* con la fissa del teatro sperimentale.
Perché, tra tutte le cose che hai capito troppo tardi, c’è anche questa: una passione totalizzante divora e non lascia spazio ad altro. Una passione che si nutre di altre passioni, idee e visioni, crea spazi infiniti, cambia stato, si evolve. E ti illudi di poter essere come l’universo: in espansione.

Torni al pc, la pagina non è più bianca. Il neologismo “kofkoocqcceeewwceeeeeewwcwef” si pavoneggia in tutto il suo Times New Roman 12: dei piccoli gnomi morbidi e giallognoli passeggiano incuranti sulla tua tastiera. Li scacci via con la mano, non è tempo di giocare. O forse sì: indugi in loro compagnia, mentre le dita saltellano e provano ad acchiapparli; dopo torneranno a consumarsi, a stancarsi, a ingegnarsi per scrivere vita morte e curriculum. Ma ora hanno una missione da compiere.