My Personal Nerdom part #2. Ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare il Cosplay

Sono giorni di aggressività.
Sarà l’ora legale, che non hai mai capito, sarà che è tornato quel momento in cui tropp* hanno improvvisamente da dirti cosa dovresti essere e cosa dovresti fare.
Piovono suggerimenti non richiesti mentre qualcun* dalla nebbia poco oltre Legoland indica, invece, un nuovo punto di vista; nella nebbia ci son cose che a dirle non ci credi: scenari illuminanti e sguardi luminosi. Ed ecco, allora, una definizione azzeccata per la tua attività ininterrotta: oscillare tra il pop e l’apocalisse.

Contro ogni aggressività, contro ogni «dovresti», scegli di ripetere un’esperienza vissuta maldestramente qualche anno fa, quando ancora il nerdom ti era oscuro come la teoria della relatività ristretta, e recarti nel luogo della perdizione per eccellenza, imparando tante cose in più rispetto a quell* te ingenu* e spaesat* che fu.
Ecco dunque una miniguida per ogni candid* avventor*:

Il pop:

Oltre la nebbia di Legoland, oltre l’autostrada che si fa improvvisamente strettissima tra colline verdi e docili dopo la piana biancastra imperante, vi è Lucca Comics&Games.
Lucca C&G, come l’Halloween di Nightmare Before Christmas, è una città circondata da mura e prato verde in cui abitanti e sindaco, ogni anno, il giorno dopo la fiera, iniziano a pensare a quella successiva: un’incessante attività di brulicanti Umpa Loompa, guerriere Sailor e personaggi di One Piece, che la renda ogni anno più ricca, caotica, delirante.
La città viene allestita a fine ottobre ma sgonfiata e riposta nello sgabuzzino accanto al materassino per il mare dopo ognissanti. Zerocalcare, anello di congiunzione fra te e the gloomy, fra il nerdom e il centro sociale, fra Rebibbia e Bim Bum Bam, ne è cittadino onorario, mentre Cristina D’Avena ne possiede ormai le chiavi.

Cosa non fare a Lucca Comics

1. Non comprare il biglietto. Fumetti e giochi si comprano su internet, i ramen non sono più gratis dall’86 e in ogni caso non riusciresti a entrare per via dell’immensa coda.

2. Non assumere liquidi. La fila media per il bagno in un qualunque locale è la stessa che c’è per la Japan Town. Se hai comprato il biglietto (ahia, non hai letto la regola n°1?), devi fare delle scelte. Dimentica che il tuo corpo ha delle esigenze oppure usa i bagni chimici (certo, e come la mettiamo con mantello e calzamaglia?)

3. Noi siamo Anonimi. («Che Cosplayer sei?». Non rispondere, mai. E non deludere il prossim* ammettendo «No, sono vestit* normale»)

4. Gli Anonimi sono una legione. (Hai davvero detto Assassin’s Creed in luogo di Star Wars?)

5. Gli Anonimi non perdonano. (perciò non scambiare Deadpool per l’Uomo Ragno. Se lo fai, evita di dirlo a voce alta.)

6. Non stupirti della compagnia: se non ti guardano in faccia, stentano a salutarti o non colgono la tua richiesta di high five forse non è detto che ti stiano rifiutando: magari sono dei timidi otaku che danno confidenza quando decidono di averne voglia e non per seguire le convenzioni sociali.

Cosa fare a Lucca Comics : (ovvero come fregarsene delle apparenze e vivere felici)

7. Foto. Tante.

8. Sorridere. Lascia i pensieri a casa e non deludere chi pensa che anche tu sia un Cosplayer.

9. Ammira i crossplayer, cosplayer crossgender.

34. Un concetto ha sempre una versione porno, senza eccezioni. Goditi Lamù in perizoma senza puntualizzare sul fatto che dovrebbe indossare una culotte.

35. Se al momento un concetto non ha una versione porno, prima o poi verrà creata. (Abbi fede, Lucca la rigonfiano tutti gli anni)

38. In realtà non esiste alcun limite a tutto, nemmeno il cielo. (ci sono gruppi che possono permettersi di comprare un elicottero. Sii estasiat*)

42. Niente è sacro. (Godi per qualunque celestiale visione ma incazzati per il ban a Immanuel Casto. Siamo a Lucca C&G, non al Vaticano)

Una cosplayer di Maria Montessori
Una cosplayer di Maria Montessori durante Discorso Giallo (Fanny&Alexander)

L’apocalisse

Come sempre, divori e processi tutto ciò che vedi e senti: se in passato hai pensato che questo fosse un difetto da correggere, un bug, oggi lo accetti come una feature.
Interpreti la realtà: guardi le cose e hai già deciso come trasformarle, incorniciarle, riutilizzarle.
Pensi ai Cosplayer, alla loro metamorfosi, all’esibizione: vorresti averne uno stuolo, una folla, da mettere in scena per indagare, attraverso la loro pelle, le loro spade e la loro abnegazione, la dinamica del ruolo, dell’interpretazione, del gioco.
Ti perdi nel disegno luci: la loro bellezza sfacciata, un fondale bianco e dieci gelatine ghiaccio.
Il loro sorriso che resiste al caldo, al freddo, al trucco e ai tacchi e una voce off che domanda ossessivamente : «Who am I?».

Ti risveglia Mary Poppins: vuole inspiegabilmente una foto con te. Sorridi, sei a Lucca Comics.
Ti chiedi se qualcun* altr* riesca con la stessa disinvoltura a frequentare sia Santarcangelo che questo paradiso geek. Ti rispondono di sì, più di quant* pensi.
Sorridi ancora e capisci che questa è la caratteristica dei freaks, dei pesci fuor d’acqua: esser curios* di tutto, poter mordere il reale per risputarlo fuori sotto un’altra forma. Senza più paura di uscire dal seminato.

E, come sempre, torni al lavoro, qualunque nome questo abbia assunto nell’ultimo mese: tra il pop, che ti fa elaborare strategie di comunicazione non convenzionale per l’azienda convenzionata, e l’apocalisse, sempre in agguato, che ti racconta, vezzeggia e, temporaneamente, abbandona.

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A kind of reality. Di realtà e altre finzioni

Rabbits, David Lynch. Come se fuori non ci fosse il mondo.
Rabbits, David Lynch. Come se fuori non ci fosse il mondo.

Nulla di nuovo sul fronte occidentale, a.k.a. il fronte dell’auto-sostentamento, e per quanto riguarda tutto il resto, ogni giorno scopri qualcosa che non immaginavi, stupendoti per il 50% di ciò che ti accade/leggi/senti, neanche fossi appena atterrat* da Marte.
Qualcosa sembra muoversi su quello orientale, a.k.a. il fronte delle risposte telegrafiche orfane di preposizioni e delle proposte di collaborazioni come socialmediacoso. Perché, in fondo, la scrittura è un calderone unico, tutto fa brodo, e i social sono fondamentali per l’azienda che vende (o che non vende affatto, ma vorrebbe tanto) a suon di like. È un lavoro creativo, ma qualcuno deve pur farlo.

Ogni volta che la realtà non è esattamente ciò che vorresti scivoli nella fiction, nel drama, nell’allestimento di un ambiente altro.
Ti concentri sulla fotografia, sulle luci, sulla messa a punto del set per una second life, non per forza migliore o peggiore della prima, che non ti prevede necessariamente come protagonista né come comparsa. Lo hai sempre fatto: se oggi ti assenti a comando dalla quotidianità che alterna ironicamente aspetti lavorativi stagnanti con aspetti artistico-relazionali sognanti, ieri curavi la regia di mondi immaginari, rifugi plausibili e incontri non ancora avvenuti.
Vanti un invidiabile curriculum come unreality designer.
In fondo, che cosa è ciò che chiamano reale? Un personaggio immaginato, progettato e modellato, è forse meno effettivo, meno vicino o afferrabile di Hilary Clinton, di un magazziniere battista del New Jersey o di un imprenditore del Bangladesh?

Hai passato momenti memorabili in compagnia di Vincenzo l’antropologo o di Chiara, la cantante jazz: stavi dietro le quinte, portavi loro il caffè al ginseng nelle pause e li dirigevi, modificandone i destini e decidendo delle loro vite, mentre sullo sfondo una prof. fashion victim blaterava di chimica senza alcuna convinzione.
E prima ancora, quando hai litigato con la Befana che aveva dimenticato di riempirti la calza, c’è stata quella bambina russa che lavorava al circo con la quale hai passato la fine delle vacanze, o quel ragazzino algerino con un talento innato per le equazioni.
Hai pianto quando è morto Kavesh, perché nessuno se lo aspettava, neppure tu, e hai riso quando Ada ha ingoiato una mosca mentre cantava. E nessuno di loro era vero e, al contempo, lo era più di tutt* coloro di cui non percepisci l’esistenza pur sapendo che occupano, da qualche parte, una porzione di terra.

Quando, parecchi anni fa, la parola realtà ha coinciso con un diario, capitato per sbaglio tra le tue mani, con su scritto il tuo nome accanto a una serie di epiteti che oggi ti farebbero ridere (o, sempre più spesso, inorgoglire) ma che all’epoca provocarono nausea, brividi e vergogna, è stato automatico catapultarti in quell’altra esistenza. Lo hai fatto senza sforzo, come se avessi premuto il solito pulsante per il teletrasporto.
Non eri più on stage e potevi bere la tua pepsi in platea dando indicazioni ai tuoi performer: «tu prosegui per l’India, poi loro ti raggiungono…Tu invece un po’ più in alto, a un metro da terra, che hai appena vinto il torneo di karate.»

Quando nei bagni del corridoio è comparso il tuo nome in stampatello rosso sulle piastrelle, legato alla parola “Puttana”, ti ci è voluto un po’ di più. In fondo era una preview di un wall che sarebbe arrivato molto, molto dopo. Dove potevi andartene ora? Cambiare scuola, cambiare città, cambiare stagione? Cambiare anno! Non potevi immaginare qualcosa di più lontano di un tempo futuro. Università, esami, erasmus. Locali e pub dove quella parola rimbalzava da una bocca all’altra dei tuoi personaggi con leggerezza, tra le risate, in almeno 2, 3, 4 lingue diverse.

E, tutto sommato, i pugni di questa realtà furono piuttosto soffici se confrontati con quelli che hai visto recapitare sul viso di altr*. Hai visto e sentito di schiaffi, calci, sputi squadristi e ne hai visto altri ancora, un po’ più distratti: sgambetti inconsapevoli, presunti innocenti.
Vorresti una realtà alternativa che faccia la sua comparsa all’improvviso, schiacciando queste realtà principali, spiazzandole e disarmandole.
E tra attivismo, rabbia e impotenza, ti ostini ancora a immaginare l’altrove, mentre aspetti che questo invada di altri colori quell’assurdità che chiamano realtà.

Scena #0.

Figura umana di statura piccola, vestita di giallo, siede a un piccolo tavolo.
Davanti a lei, su un’altra sedia, una figura umanoide di statura altrettanto piccola.

Figura vestita di giallo:

«Ancora un po’ di tè?
Ti ho portat* qui così possiamo parlare.
Lì ogni volta che apro bocca ridono.
Oggi ho detto: “è una questione di principio”.
Mi hanno guardata, c’è stato un attimo di silenzio.

Poi hanno riso, tutt* in coro.

Mi sembrava pure una cosa bella: sono esplos* così, all’unisono,
come se un direttore d’orchestra avesse dato loro il via.
Così ho riso anch’io e, nuovamente, tutt* insieme, hanno smesso.

Sicur* che non vuoi un po’ di tè?

Qui invece posso parlarti o stare in silenzio, senza risate improvvise.
Mi piacciono le risate, ma senza spintoni.
Ti ricordi quando abbiamo fatto quel gioco di tapparci il naso e la bocca
e resistere senza respirare?
Vincevi sempre tu.
A me veniva da ridere, poi mi dimenticavo e respiravo.

Lyù dice che prima o poi smettono, che non devo dar retta a loro.
Io il poi non lo capisco, e il prima non me lo ricordo:
ogni volta cerco di ripetermelo, sotto gli spintoni.
Primaopoiprimaopoiprimaopoi, ma c’è solo l’adesso.

È come quando arriva ottobre:
mica te lo ricordi che prima morivi di caldo
e mica lo sai che poi arriverà la neve e Natale.
C’è solo la pioggia, e mentre ti bagni non ti serve il primaopoi.
Però io non voglio che Lyù si dispiaccia e allora faccio di sì con la testa.

Guarda che finisco tutto il tè se non ne prendi!

Lyù dice che un giorno mi porterà dove a nessuno sembrerò stran*.
Io ho detto che vorrei andare dove sono tutt* un po’ strani,
così a nessuno sembrerei normale.
Ha riso. Mi piacciono le sue risate.
Beh, mi piacciono anche le tue.

Anche se ti fai un po’ pregare.

Lyù capisce il poi e l’un giorno ma io no.
Io capisco il qui.
È qui che posso parlarti,
posso dirti principio, pedissequamente e sporadico.
Posso dirti che mi piacciono i peperoni e che non mi piace la vaniglia.
Posso dirti anche che mi piacciono la tua schiena e i tuoi capelli.»

Stanno in silenzio. Parte Space Oddity di Bowie.

«Ecco, lo vedi, è finito il tè.»

Postcards from Impatience®

Time Travelling (collage by Eugenia Ioli)
Time Travelling (collage by eugenia loli)

Ottobre. Che in questo emisfero significa: riaccendere il riscaldamento, fare lezioni-prova gratuite in tutte le palestre del circondario, avere finalmente una scusa valida per la sociopatia grazie alle serie “tv” che ricominciano. E che nel tuo personale emisfero significa piccoli, nervosi bilanci:

Totale curricula inviati: 68
Totale risposte conquistate: 9
Totale colloqui sostenuti: 5
Totale feedback ricevuti: tendente allo zero
Totale lavori ottenuti: due mezzi che, inspiegabilmente, non ne fanno uno intero.

Ci vuole pazienza, ti ripeti.
Pazienza è una bella parola, oltre a essere il cognome di uno dei più cinici fumettisti di questo paese:

“Disposizione d’animo, abituale o attuale, congenita al proprio carattere o effetto di volontà e di autocontrollo, ad accettare e sopportare con tranquillità, moderazione, rassegnazione, senza reagire violentemente, il dolore, il male, i disagi, le molestie altrui, le contrarietà della vita in genere”

recita il Treccani. Deriva da “patire” ed è considerata, in maniera trasversale, una virtù tra le più pregiate e apprezzate da* spiritualon* di tutto il mondo.
Lə copy che è in te ci troverebbe un claim, anzi un payoff, ché la pazienza è più di un prodotto: la pazienza è un brand, un lifestyle, un marchio registrato che prevede coach preparatissimi, come la Zumba: la pazienza è ciò che ti permette di non urlare quando la girandola del tuo laptop è più ipercinetica del solito, di non bestemmiare davanti all’ennesimo ritardo di un pagamento e di non strangolare chi ti dice che l’arte contemporanea fa schifo perché questolosofareancheio.
Così, tra le varie possibilità che sintetizzino l’identità del marchio Pazienza®, ne troveresti una per ogni target, una adatta a ogni sensibilità o modo di vivere:

c’è il payoff diretto e rassegnato:
Patience. ‘cause life’s a bitch.
Quello apposito per chi ama il classico:
Be Patient: Rome wasn’t built in a day.
Quello comparativo:
Patience. Better than Hope®.
L’animalista:
Follow the ants. Be patient.
Il culinario:
Pazienza. Tutto il gusto in un rospo (da ingoiare).
L’ entusiasta:
Pazienza: Lo stress della tolleranza + l’angoscia del tempo che passa!
La formula per l’onnipotenza:
Patience: and you’re like a God.
E, infine, per chi ama le sfide:
Pazienza. E ora provate a non perderla. (Sai che questo è più un claim, ma ci sbuffi su.)

dramatist, o ciò che ne resta, che è in te, invece, ci scriverebbe una scena. O, meglio, un inizio. Perché lə dramatist, o ciò che diventerà, che c’è in te sa scrivere solo inizi: assaggia, morde con avidità, si sporca, poi lascia a metà, dopo aver disseminato briciole ovunque.
E sarebbe un inizio con una lunga didascalia:

Luce. Una figura vestita di blu è in piedi, posizione frontale, sguardo fisso.
Ha in mano una borsa in pelo di coniglio. Aspetta.
Si gratta il gomito.
Aspetta.
Parte: “Girls just wanna have fun” di Cyndy Louper.
Silenzio.

Figura umana vestita di blu:
«Abbiamo mangiato lumache,
cime di rapa, creste di gallo,
salsa bernese, salsa olandese, salsa svedese.
Abbiamo giocato a Pictionary,
a Monopoly, a Memory
al Sudoku, al Bunraku, a Zampakutou.
Abbiamo parlato di viaggi e allunaggi,
di stragi, complotti, strateghi e borlotti.
Ci siamo seduti sul divano.
Mi ha guardat* negli occhi
e ha detto: “buonanotte”.»

Buio.

Ma sei tu, nella tua interezza di scribacchin*, costrett* ad allenare la tua, di pazienza; e ti stupisci di come possa essere produttivo un lavor(ì)o non retribuito.
Vai a letto.
«Stavo scrivendo, ma è tardi, non finirò oggi.»
«Anche io stavo salvando il mondo, ma è tardi, non finirò oggi.»

Where the magic happens (o anche no)

Ore 16.31, settembre, pagina 199.
La protagonista del libro che hai appena divorato trova lavoro.
Scoppi a piangere come se fosse appena successo a te, alla tua migliore amica, a un parente stretto.
Ok la pillola, ok gli ormoni, ok che sei sempre stat* un* sentimentale.
Ma qui c’è un problema.

La più classica delle ellissi temporali ha catapultato il personaggio dalla fine dell’estate del precedente capitolo, in cui era disoccupata e disperata, alla vigilia di Natale, in cui è prossima alle ferie pagate. Senti i campanellini, senti Jingle Bells, senti lo zucchero del pandoro che ti asfalta la gola. E sai che quel tuo pianto è frutto di una tensione che cerchi di non esternare troppo (se non con the gloomy, la cui pazienza farebbe irritare San Cirano), tensione che ora è stata liberata dall’immedesimazione. La protagonista di quel libro sei tu, tanti sono i punti in comune che vi uniscono. Ti identifichi in lei, ti sei riconosciut* (e pazienza se abòrri e bolli come reazionaria la definizione secondo cui il pubblico ha bisogno dell’arte per potercisi riconoscere: qui non si tratta di arte, questa è proprio cronaca).
Sei tu che alla fine della bella stagione hai bisogno di un lavoro, sei tu che mandi speranzos* curricula non richiesti completi di foto (di 6 anni fa), sei tu che, compulsivamente, premi il tasto refresh con la speranza di trovare nella tua inbox qualcosa di più di un aggiornamento di LinkedIn (che non sai usare).

Avresti potuto spendere qualche parola in più, ingegnarti per un inizio originale, spiazzante, accattivante.
Avresti potuto spiegare “Chi sei”, ma ilcopypiùbravoditalia dice che il “Chi sono” è del tutto out, superato, anni ’80, demodé.
Avresti potuto cominciare da molto più lontano. Invece cominci da oggi.

Nei giorni scorsi hai ricevuto delle risposte inaspettate alle tue autocandidature (poche, per la verità) e, sull’onda dell’entusiasmo, ignorando del tutto quell’intestazione a piè di pagina che rivelava quanti chilometri ti separano dal luogo magico in cui tutto, ma proprio tutto può accadere, perfino che qualcuno legga una tua mail e non la cestini al pari dell’ennesima inutile notifica di Google+ (scherzo, Google. Sai che ti adoro), hai risposto a tua volta: «certo, sono disponibiliss(ssssss)im*. Ehm. Disponibile. Posso, insomma, vediamo. Va bene giovedì? (perché se non va bene vengo pure di sabato alle 7 del mattino, eh)».
Segni su Google Calendar (visto?) l’appuntamento che pare lontanissimo. Ere geologiche ti separano dal pellegrinaggio al luogo magico, dove tutto può accadere, soprattutto che diano per scontato che tu possieda una macchina e non sia, per carità, un* di que* freakketton* appiedat*.

La mattina del colloquio (in realtà, della più informale «chiacchierata» quando «passi di qui») ti rivolgi a Google Maps (hai capito ora, sciocchin*?), che con il suo solito candore ti svela che per raggiungere il luogo ameno impiegherai 1ora e 51 minuti, contando anche quell’ultimo istante che passerai davanti allo specchio nella hall, tentando si assumere un’andatura adulta e self confident.

8 euro, a/r, 4 autobus; un minuto di ritardo sulla prima corsa. 5 ore in totale.
Ti prepari come se andassi in gita al lago e passi il viaggio in compagnia di turisti tedeschi convinti che l’estate non finisca prima di Halloween, trovi per miracolo il civico 5z/q, arrivi alla meta. Ti accoglie un CEO cordialissimo e abbronzato, stranamente preparatissimo sul tuo curriculum, incuriosito dal tuo background «inusuale».
Ti racconta dei problemi con i clienti, di quanto fatturavano prima, di quanto hanno dovuto tagliare adesso, matuseigiovaneenontelopuoiricordare. Un po’ di turpiloquio qua e là per farti capire che la situazione è informale.
Seguono i complimenti per la tua creatività.
Segue un «ci risentiamo quando potrò darti qualche certezza».
Seguono tre quarti d’ora di attesa della corriera di ritorno.
Non c’è una pensilina, non una panchina o un muretto. Ti siedi sul marciapiede mentre sfogli il libro appena iniziato. Una donna emigrata in Svizzera, tornata in Italia per le vacanze, ti fa i complimenti per il vestito e ti dice che da giovane ne aveva uno uguale. Ti dice anche che il colloquio è andato sicuramente bene e che ti richiameranno, ma dopo un poco si gira, si dimentica e ti rivolge la parola in tedesco.
Abbandoni con l’ultima corsa il luogo magico, dove può accadere tutto, anche che ti si faccia un colloquio assolutamente nella norma.
Ripensi a come modificare il tuo curriculum per farlo sembrare un po’ meno inusuale e un po’ più utile, ripensi a quel «ci risentiamo», provi a ignorare il resto della frase e ti concentri su quell’indicativo presente che significa, si sa, immediato futuro. Magari addirittura autunno.

Ok, l’estate non ti è mai piaciuta, ok, dicembre è da sempre il tuo mese preferito. Ma qui c’è una speranza alla quale ti aggrappi: quella che ti fa credere ancora ai folletti e ai «dobbiamo proprio rivederci»; l’ingenuità che ti fa apprezzare delle luminarie ben fatte nonostante l’astio per il consumismo-gli sprechi-le feste comandate, e che ti suggerisce che, a breve, quel pianto liberatorio sarà uno scroscio autoriferito e non solo il degno epilogo di un libro letto tutto d’un fiato.