È arrivata la primavera. E non hai niente da metterti.

C’è qualcosa di commovente in un corpo testardo, che si ostina a trovare la risposta da sé, tentativo dopo tentativo. È la tenacia, e chi danza ne è ricc*. Il bello di lavorare con chi fa della danza un allenamento continuo, una pratica, un lavoro, è proprio questo: stupirsi nel vedere un corpo che prende vita all’improvviso, non solo per lo stimolo esterno, non solo sotto una guida altra, ma per sua stessa cocciuta, sacrosanta ostinazione.

Se la scrittura non è degli scrittori, come scrive magistralmente una non scrittrice, la danza non è dei danzatori, come hai creduto per un tempo sufficientemente lungo da farti divenire snob. L’idea, poi, che la scrittura appartenga anche ai danzatori, come a ogni entità autoriale (umana o meno: un’intelligenza artificiale che sia anche autrice artificiale è il non plus ultra dei tuoi sogni transumanisti) è balenata, almeno in questi ultimi anni di attaccamento all’autorialità come fosse un respiratore, come fosse la sola cosa possibile.

Qualche mese fa se ne è andata una persona alla quale devi dei discorsi sulla conservazione della propria autorialità in ogni forma di didattica (preferibilmente quella sperimentale, quella peer, quella amata, insomma); sono discorsi che ti hanno formata più di tanti testi (pur amati, anche quelli): il germe autoriale da non togliersi di dosso. È accaduto in un momento in cui l’importanza dell’autorialità è tanto prepotente e fiera da farti rispondere, a chi ti chiede una precisa qualifica professionale, “autrice” (“so che è generico”, ti scusi, “ma non posso farne a meno”), prima di ogni altro termine anglofono. Ed è esattamente così: non ne puoi fare a meno.

In un momento in cui lavorare con (per?) persone giovani, molto giovani, che ci si ostina a chiamare adolescent* (con quel suono in mezzo, “sc“, che in te richiamerà sempre, inevitabilmente, l’aSCella), se ne è andata, pochi giorni fa, una persona che ha generosamente, gioiosamente, formato un* te molto piccol*, iniziandol* in qualche modo a una qualche forma di danza (che non era dei danzatori, e forse neppure degli autori, ma era la risposta a una domanda) e alle tecnologie: il primo computer, gli albori di internet, la prima chat. Non può non essere un archetipo, quell* te, quell’emozione tutta nuova di parlare con un qualcuno che sembrava un qualcosa. Transumanesimo rudimentale, il medioevo gioioso del tuo apprendistato sentimental-digitale.

Già altrove ti sei domandata se diventare adulti non sia questo: fare un mestiere che non si sa riassumere in una sola parola e ricevere notizie di una bruttezza ineluttabile. Ineluttabilità.

[Là fuori c’è qualcuno che alla tua età hai dei pargoli, fatti da sé; tu l’altroieri hai messo  le mutande al contrario (no, non al rovescio, che sarebbe stato troppo semplice, né il davanti -dietro, che sarebbe stato fin troppo banale. Laterali.), per accorgertene solo ore dopo. Chissà, probabilmente stavi cercando di emulare Il blu del campo innevato, la sex-terrorist di Shimoneta, a modo tuo.]

shimoneta
SOX: Ero-t(ic)errorist organization

Un’amica, una rivoluzionaria femminista dalla quale impari costantemente, tra un sorriso e una birra, ti ha detto che dobbiamo rassegnarci alla complessità delle nostre istanze. A volte è così, facciamocene carico per il solo fatto che è difficile e pesante, ma è reale. Non tutto deve essere in forma sexy, non tutto và reso immediatamente digeribile: perfino la rivoluzione è sexy nella sua complessità, probabilmente.

Così, arresa alla complessità che governa i tuoi giorni, ti prenditi il lusso (fai 3 volte al dì, per 5 minuti, dopo i pasti) di non essere adult*, di appropriarti di una sola parola per definire il tuo mestiere, di appropriarti della scrittura e della danza, di guardare a questi adolescenti ascellari dal basso delle tue mutande laterali, e di credere che abbiano ragione loro, a farla complicata, a farla semplice, a farla, comunque sia. Il resto, ineluttabilmente, accada.

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«Una ragazza con problemi di femminismo».

(a una certa, o ti incazzi o scrivi).

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Vorresti fare con le parole ciò che qualunque gruppo indie – o synth pop, o sperimentale a suon di chitarre acustiche e voci roche) fa con le canzoni dozzinali: prendere qualcosa di confezionato, di conosciuto e riconosciuto, e ripensarlo, rivomitarlo in una nuova veste (più furba, più spoglia, apparentemente più colta, sicuramente più rivelatrice). Non abbellire, ma ricreare, partendo da un materiale assolutamente conosciuto.

Ma poi guardi ciò che ha scritto Miranda July e ti domando cosa ci sia più da scrivere al mondo, se al mondo ha già scritto lei (un po’ esageri, ma è la fase dell’innamoramento). Le parole sono già così nude che verrebbero subito smascherate.

Ammiri il coraggio di chi sceglie un’idea e la porta fino in fondo, senza provare a stupire, senza arricchire nulla. È ciò che vorresti fare con la scrittura, ma non solo: è ciò che vorresti fare con le idee: avere almeno l’audacia di guardarle in faccia. Ti si potrebbe dire “brav*” anche solo per questo, potresti dirtelo da sol*, per una volta saresti cert* di non scambiare l’autostima (e l’autovalutazione) con l’arroganza (e la presunzione).

Passi il tempo a difendere le idee senza poi, non dico andarci a letto, ma almeno titillarle quel tanto che basta per un «sì. stasera sto con te». Più le difendi più sei esaust*, per quanto nella lotta abbia scoperto una resistenza che non credevi tua (che ti rende esausta, anche se ti procura timid* alleat*). Di colpo ti ritrovi in avanguardia: tu che non vuoi prenderti la responsabilità neppure di una pianta grassa.

Hai già redatto altrove (dove scrive un’altra versione di te, quella professionale. Diresti che sei la sua nemesi, se foste solo in due) il dizionario delle parole fraintese: lo hai rubato a Kundera, che nel romanzo che tutt* abbiamo letto alle superiori, elencava i concetti travisati che rendevano impossibile la comunicazione fra due amanti. Se solo i due si fossero degnati di abbandonare il peso delle storie precedenti, e utilizzare l’ormai noto per ricreare un nuovo condiviso, avrebbero avuto meno problemi a comprendersi. Ostinati a utilizzare il vecchio per descrivere il nuovo, destinati a non incontrarsi (in realtà, poveri personaggi: era l’autore un gran nostalgico- o un gran furbo: sapeva che qualunque elenco fa subito poesia).

Le definizioni ci obbligano a imbrigliarci in maglie, talvolta larghe, talvolta scomode: sono però una via sbrigativa e spesso efficace per provare a dirsi qualcosa e perfino a capirsi, senza volersi riferire eternamente a una rimpianta storia finita. Sono icastiche, spesso tagliate con l’accetta, ma possono salvare relazioni interpersonali e amorose, lavorative e occasionali, tè pomeridiani e ritrovi serali davanti a un film.

Ti senti constantemente incompres*, questo è un dato di fatto. Che sia solo un periodo o una condanna perenne (partorirai con dolore, ti sentirai sempre inadeguat*, avrai sempre fame… quelle lì), poco importa. Sommato all’aggressività di chi sente costantemente in dovere di sgomitare, il mix è letale quel tanto che basta per non dare il giusto peso alle cose (e arrabbiarsi. E sì. E, uffa, sì).

Così, hai deciso che per provare a mettere a frutto la frustrazione del non farti capire, dovevi almeno provare a condividerlo, un po’ di vocabolario frainteso. Proverai a farlo senza pedanteria: ché se un elenco fa subito poesia, un elenco di definizioni fa subito prosa adolescenziale tipo “manuale di [email protected] teen ager [email protected] dalla a alla z” (l’adultità, ma che brutta, bruttissima cosa).

[Questo atto risponde un po’ a quel: “Dovresti proprio scriverne, sai?”. Ma scrivere è un mestiere, non c’è alcuno sfogo nel farlo, così come non c’è mai qualcosa di fine a se stesso. Eppure, c’è qualcosa di definitivo nel voler fissare ciò che risulta sincopato altrove, qui, nello spazio “safe”, il luogo sicuro a cui fare ritorno quando tutto il resto è occupato. Il luogo che già di per sé ha torto.]

Però dicevi, non pedante; dunque uno schiaffo e una carezza: per ogni definizione *tuttatua* una parola nuova e bellissima.

Definizione *tuttatua*: femminismo. Cosa è? (Cosa non è?)

A volte passi il tempo a chiarire cosa il femminismo non è (per te). Provi invece qui a dire cosa è (per te-non lo ripeterai, è sottinteso): chi si definisce quasi solo con dei ^non^ sa bene quanto, alla lunga, possa esser faticoso (e anche, dai, poco creativo). Femminismo è guardare oltre il proprio naso, sia esso gobbo, all’ingiù, all’insù. È cercare di scavalcare i confini, è mettersi nei panni scomodi degl* altr*. È valutare l’esistenza altrui, anche quando non si aveva proprio idea che un’esistenza tanto differente dalla tua potesse esserci. È riflessione e rivoluzione, è resistenza e ironia, è movimento e silenzio. È ascolto. È aprire gli occhi su prospettive che non si pensava di poter avere, è il sé e l’altro da sé, è consenso e rispetto. È *amore*, in ogni forma, ma molto di più è ^innamoramento^. È cultura molto più che natura, è un divenire molto più che nascerci, è empatia molto più che sacralità, è un allearsi molto più che dividersi. È fare un casino di sbagli, anche goffi e cretini. È umiltà da aggiungere a sacchetti ogni dì. È voglia di imparare ogni giorno, è desiderio di mettersi in discussione. È forma e contenuto, è linguaggio e azione. È volontà. È ascolto. È inclusione. È un processo, una direzione, una tendenza. Una ramificazione, una sovrapposizione, spesso caotica. È un’affermazione; è, spesso, una negazione. È una contraddizione che prova a rimescolare le carte.

Ma soprattutto: è quella cosa che al “ma figurati, io la penso già così, perché mica c’è differenza, per me, siamo tutte persone” risponde con “Ok, favolosssso, però it’s not about you e ciò che penzi, it’s about come il mondo funziona per tutte queste persone che dovrebbero essere ugualissime ma, di fatto, non lo sono-ancora.”

privilegio

Indissolubilmente connesso con il concetto di intersezionalità, una parola con troppe sillabe per essere pronunciata senza smaronarsi ogni tre per due:

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Bob, il triangolo a strisce: o di come le oppressioni siano tutte interconnesse e non possano essere risolte separatamente.

Il femminismo ultimamente lo avevi visto un po’ malconcio, un po’ sottotono. Ma ha detto che sta facendo una cura a base di ginseng e pappa reale e, ciò, guarda, ti dico: a me ora mi pare proprio che stia una favola.

Per chi è stat* così meravigliosamente meravOglios* da leggere fino a qui, come promesso, una parola bellissima che hai appena imparato, in omaggio:

Grancipòrro: o Cancer pagurus, granchio commestibile, che può raggiungere notevoli dimensioni. In senso figurato: errore madornale, strafalcione: «Ho proprio pigliato un granciporro

Don’t panic, BI PAN. Tre brevi liste strettamente personali.

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Recentemente c’è stato il primo compleanno di Feynman on the Beach. Più precisamente, il 14 settembre. Ma Feynman ha un* genitore numero 1 snaturat*, un* di quell* che pensano «Sì, vero, devo fare il regalo a Feynman, che fra un po’ compie gli anni» e invece poi hanno sempre qualcosa di più urgente da fare: lavorare, limarsi le unghie, procrastinare, combattere il sistema, fare la lavatrice, lavorare, preparare un mojito DAVVERO sbagliato, ecc.

Il problema è che ogni volta che SI SA di dover fare qualcosa ma la si rimanda, la cosa in questione si placa, ma solo per un periodo di tempo limitato: minuti, ore, giorni. È come avere fame ma cercare di resistere, poi mangiare un pezzo di crackers e dire «Bene, ho risolto, ora posso tornare al mio tutorial Diventa anche tu graphic designer in 10 mosse». Poi, dopo 10 minuti, mangiarsi le unghie e avere un’altra mezzora di quiete. Poi sentire i crampi dell’autodigestione e fiondarsi sugli avanzi della pizza del giorno prima, divorandoli in meno di tre secondi. Poi sedersi e avere ancora fame.

Rileggendo il paragrafo appena scritto, è piuttosto ovvio che quello appena fatto non è un esempio calzante, ma solo una digressione tipica di chi convive sia con un ADHD che con una fame ossessivo-compulsiva. L’esempio calzante sarebbe, piuttosto, quello di chi si è iscritto in giurisprudenza ma non riesce a dare il primo esame. E un bel giorno, stanc* delle domande di amici e parenti, dichiara trionfante di aver preso 30. «Tanto ho un’intera sessione per darlo davvero!». Poi gli esami diventano due, tre, quattro, e le sessioni vanno avanti. L* studente* quasi ci prende gusto a inventare colloqui mai avvenuti (cioè, ma vuoi mettere? Ricevere complimenti e sguardi soddisfatti piuttosto che minacce di tagli ai fondi). Così la cosa va avanti, diventa enorme, come le lanette di polvere che si accumulano negli angoli quando non si rispetta il proprio turno di pulizia; va avanti, cresce e, come la sorella scema nascosta da Stephanie Forrester in soffitta, comincia a gridare per la fame e la voglia di uscire allo scoperto. Fino al giorno della finta laurea, in cui ormai non si può più tornare indietro, tanto indietro nel tempo, fino al primo anno e ammettere «No, non l’ho mai dato ‘sto cazzo di esame, mi fa schifo giurisprudenza, io volevo fare il fioraio, volevo fare» e si è costretti a andare dritt*, a testa alta incontro al mostro di fine livello: la figura di merda Pro.

Ecco, qui sulla spiaggia un po’ di esami sono stati saltati, ma tu vedi di porvi rimedio prima dell’irreparabile. Con finto orgoglio potresti dichiarare che hai colto ogni buona occasione per stare zitt*: femminicidi, #fertilityWTFday, casi orrendi di slutshaming e revenge porn, #fertilityWTFday vol. II, operai* brutalmente uccis* dalla “strada”, cyberbullismi… E invece no: la realtà è che gridavi, ma soffocavi la rabbia, incapace di farla uscir fuori così, a caldo, sotto forma di discorsi sensati o utili (e sì che trovare le parole nonostante le emozioni e in virtù delle emozioni dovrebbe essere il tuo mestiere).

Volevi raccontare dell’estate, resa un periodo accettabile e carino dalla visita in sLOVEnia, di LAputa, della tua geografia sentimentale da #MyPersonalSUD, e dei parallelismi con l’amata scrittrice d’infanzia, che sembra scrivere per te adult* e che trasforma LAputa in Donora, strizzandoti l’occhio ogni poche pagine.

Ma no: ora sei un* freelance, lancia libera, in picchiata libera, e questo lascia meno tempo ai (re)flussi di coscienza on the beach.
Per cui, farai ciò che si fa quando ci si sente in errore ma si hanno dei buoni propositi: una bella lista. Anzi, tre:

Lista delle cose che accadono

  • cambiamenti lavorativi ai quali si fa fatica a star dietro. Per cui, meglio provare a starci sempre davanti
  • nuove creature, belle e ultra-demanding, rosa e vapo-rose (sorry again, Feynman, vai ai giocare sulla spiaggia, genitore numero 1 c’ha da fare)
  • un inspiegabile impulso che spinge verso la narrativa (la narrazione persiste, ma questa forma non te l’aspettavi) e le kettlebell (da brav* post-modern* riesci a trovare una connessione fra le due cose)
  • lettura in corso di una super inspiring Lena Dunahm, stavolta in versione romanziera ( Con lei è sempre un po’ come guardarsi allo specchio. Un sempio? Pagina 65: «I don’t think I met a Republican until I was nineteen». Ecco, appunto.)

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Lista delle cose che accadranno a breve

  • visita a un nuovo pianeta. E relativo reportage: “Tokyo: a guide for snobbish, geeky, arty people who don’t give a f**k about all those trivial and tourist-stuff” coming soon
  • coaching, di nuovo e finalmente. Oh, grande amore per la didattica!

Lista delle cose che vorresti

  • vorresti che la voce non ti si strozzasse in gola davanti a ogni bullismo, davanti allo slut shaming, davanti al body shaming. E se proprio deve, pazienza per la voce, che si muovano le gambe
  • vorresti parlare con fermezza e intelligenza di ciò che ti sta a cuore, dei privilegi e delle uguaglianze. E che questo stesso spazio virtuale possa essere, umilmente, luogo di reale accoglienza
  • vorresti il dono della sintesi, va bene anche usato, non sei schizzinos*
  • vorresti, insomma, sempre le parole giuste. L’arma per combattere ciò che c’è di ingiusto
  • vorresti più «si può fare!» e meno: «bel progetto, ma non c’è budget perché il FUS [fondo unico per lo spettacolo, n.d.r.] ha deciso che non sa quanti soldi dare ai teatri, alle residenze artistiche e alle persone che a quanto pare dovrebbero fare le cose per la gloria»

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Così, al grido di SI PUò FARE,  un messaggio di positività e un augurio, che oggi, badabèn, è la Giornata Mondiale della Bisessualità e Pansessualità: Don’t worry, BI HAPPY (+ un personalissimo/politicissimo: don’t panic, BI PAN! ♥ )

 

L’amore, la curiosità, il Lan Party. Tre motivi per ricominciare a scrivere in agosto

«Quali sono i tre pilastri, i tre capisaldi della tua vita?» chiedi un po’ a chiunque ci sia intorno a te, nel tentativo di ravvivare una torrida serata estiva nella piazza più chiccosa del centro di  Legoland. Tre, d’altronde, è un numero perfetto, asimmetrico, non divisibile se non per se stesso (ok, anche per uno, ma che senso ha dividere per uno? È come un* bambin* senza amic* che si auto-distribuisce tutte le caramelle. Ti piace vincere facile.) e un numero non divisibile costringe all’impegno; come si può essere indecis* davanti a un numero tutto d’un pezzo, che non ammette compromessi?

È quindi il numero giusto per un breve elenco di valori intramontabili: e se per fortuna tra le risposte ricevute manca un’obsoleto e urticante dio-patria-famiglia, molt* sono stat* costretti dall’afa, dall’alcol o dall’inaspettata invadenza della domanda, a un’egocentrata sincerità.

L’amore, la curiosità e il Lan Party. Non necessariamente in quest’ordine.

Questa è stata la risposta interessante di The Gloomy: trittico portavoce di una geekness estrema, evocatrice di capolavori letterari e cinematografici e, diciamocelo, deliziosamente impeccabile dal punto di vista metrico. Motivo per cui ora fa da titolo a questo post.
Una triade pareva il format corretto per snocciolare al meglio i motivi per ricominciare a scrivere in pieno agosto, ma senza annoiare troppo * lettor*.

L’amore.

L’amore di cui hai la vita ripiena, l’amore per la scrittura e anche l’amore per chi legge. L’amore per sé, che ha portato ultimamente a sagge, quanto rischiose, decisioni e consapevolezze: il tempo è l’unica ricchezza che si ha e che si sceglie di possedere. Da qui, l’abbandono di attività che non ci appartengono, il conseguente attimo di horror vacui (colpo accusato più dal portafogli che dalla testa, a dire il vero) e la successiva sensazione di libertà.

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La curiosità.

Nella furba Stranger Things, serie cult ancor prima di nascere perché figlia di cult (una serie raccomandata, insomma), il piccolo e adorabile Dustin rimprovera il proprio professore di scienze che, impegnato in un sabato sera rimorchioso targato 80’s, rifiuta di fornire nozioni scientifiche ai propri studenti (impegnati invece, SPOILER ALERT, nientepopodimeno che nella costruzione di una vasca di deprivazione sensoriale), apostrofandolo con sagge parole «Lei ci dice di lasciare sempre aperta la porta della curiosità, perché ora vuole lasciare chiusa questa porta Mr. Clarke?».

Già, perché mai dovremmo lasciare chiusa tale porta? Chi fa ricerca, e chi scrive fa sempre e incessantemente ricerca, ha il dovere di essere moss* da costante e bruciante curiosità: quella che non fa dormire il 7enne la mattina del 25 dicembre, quella della Sig.ra Fletcher e di Miss Murple, quella che portò Alice nel Paese delle mostruose meraviglie e quell’egoista di Ulisse nell’abisso degli inferi.

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Il Lan Party.

Ecco, il Lan Party (d’ora in poi solo LP). Il LP, per chi non lo sapesse, è un grumo umanoide dedicato alla videoludica, in cui chi gioca lo fa in modalità multiplayer tramite una rete LAN. Un’istituzione nerd di antica memoria. Le sue misteriose origini si perdono infatti nella notte dei tempi, in cui * prim* gamers con scimmia personale (non ammaestrata) al seguito occupavano le grotte con i loro computer. Vennero poi i garage, i sottoscala, gli scantinati e infine… ancora gli scantinati, data la scarsa familiarità de* giocator* vampir* con i raggi solari.
Nella casina okkupata dal* qui presente scribacchin*, presso Legoland, il LP è l’evento annuale per eccellenza: la sagra dell’insulto e del junk food, della carenza di vitamina E e dell’amicizia.
Un motivo in più per isolarsi con il proprio laptop, non prima di aver augurato buon divertimento chi gioca con foga, e blaterare di tutto il blaterabile tramite tastiera.

Stand by Me ricordo di un'estate 1986 film

L’estate non ti piace di per sé, ma si porta appresso ondate di acqua salata e cambiamento. Porta con sé zanzare e eritemi, facili nostalgie e doverosi  bilanci, come se a ogni settembre si dovesse tornare a scuola.
Anche se non hai mai smesso di scrivere, barcamenandoti per mesi e mesi tra blog altrui, pagine about, e narrativa ancora troppo privata, agosto, questo stop nel calendario lungo 31 giorni, pare il mese giusto per riversare sulla spiaggia (su questa spiaggia) tutte le parole che attendono di essere lette. Ché non bisogna sempre aspettare di metter su il post perfetto.

Il tutto accompagnato da quel pensiero rassicurante di chi con la sicurezza ha poca familiarità: «Suvvia, chi vuoi che legga un blog ad agosto?».

E allora, che un nuovo inizio sia. On the beach.

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Let’s celebrate. Chandelier

Disclaimer: questo post ha un alto contenuto di vita quotidiana, fattacci privati, alcool e zucchero. Come come ogni post e ogni buon limoncello, d’altronde.

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Hai presente quando passi la sera del tuo compleanno in un luogo di perdizione, a dialogare sullo stato del porno mainstream, sorseggiando il tuo cocktail preferito? No?

Hai presente quando sei lì che decidi dove può essere la tua prossima vacanza e, mentre tutti sognano spiagge e relax, sospiri “Nessuno avrà l’ardire di venire con me su Marte“, venendo poi smentit*?

Hai presente quando sai che non esiste la persona dei tuoi sogni, però esiste qualcuno che i tuoi sogni li rivolta ed è pront* a buttarsi con te in quella follia imprevedibile che è la realtà?

Se non ce l’hai presente, prova a googlare: “Quando è che meno me lo aspetto?”

Scegli Maps, e troverai la via secondaria e tortuosa per arrivare all’ignoto.
Scegli Immagini, e ti si paleseranno soffitti luminosi ma, soprattutto, illuminati. Cammina su quelli, non sui pavimenti.

Questa è la storia di un* scribacchin* che sapeva scrivere solo inizi e aveva paura dei finali. Poi s’accorse che tra l’inizio e il finale c’è quella parte goduriosa che è il qui e ora. Il nel mentre, il finché, come pare si dica a Legoland.

Così partì: cercava un divano e si ritrovò con un lampadario, cercava un passaggio fugace e si ritrovò con un progetto. Si fece rana smemorata e colibrì, si fece pianura e montagna, si fece neutro, per raccontare passioni smisurate e brucianti.

Si fece un sacco di risate.

Ripensò sé stess* e l’Universo, che forse all’Universo mai ci aveva pensato, e srotolò quel suo stupido grumo di certezze. Decise che da grande avrebbe voluto solo inventare le cose, possibilmente belle, non importa quale fosse il finale.

Questa è la storia di un* scribacchin* sempre a sproposito, che riusciva a trovare la propria misura solo nella ricerca. Non della completezza, non della perfezione, men che mai della normalità, che la normalità nessuno la capisce. Solo del tentativo di frequentare l’ignoto e l’imprevedibile.

Decise di parlare di sé, di ciò che sapeva e di fare domande su ciò che ancora non conosceva.

No, questa non è la storia di un* scribacchin*, ma di una creatura che incontrò The Gloomy. E se l’un* si fece tempesta, l’altr* si fece luogo. L’altrove divenne una giornata di festa, la condivisione fu un segreto, di quelli custoditi da parole in codice e sguardi complici.

The Gloomy volava dove altr* non osavano, dove il dubbio è migliore di ogni certezza, dove ogni follia era lecita, purché frutto di caos e insaziabile curiosità.
Lasciando sgoment* i più, costruendo racconti, azzardando possibilità. Non smettendo mai di giocare. Avvolt* da un’aura di bellezza inconsapevole (ma esiste forse altra bellezza?).

Questa non è una storia, ma l’inizio di un dono. Un atto d’amore e ingiustificata anarchia.

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Multilove//Sunshine. I Macelli di Certaldo, la cura e l’ignoto

(Disclaimer?) Quando ci si sente troppo Uncle Sam, si può anche dire “io”. «Non è compiacimento, ché anzi mi considero soltanto un esempio qualunque della specie, perciò quell’io verbale non è altro che un io grammaticale.» (da  Patrizia Cavalli, L’io singolare proprio mio). Senza esagerare.

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Ho quasi evitato di parlarne, soffocando la spinta orgogliosa che, alla fine, mi ha imposto di farlo. Ma, se è vero che «la narrazione quotidiana della propria vita è [sempre, aggiungo io] un’affermazione politica», si può pensare di praticare questa narrazione anche in presenza di una conquista e utilizzare i propri spazi (autocreati, ci mancherebbe) per parlare di sé, allo scopo di non parlare solo di sé.

Con le parole ci riempio il frigo, e, in un senso più esteso, faccio ciò che in fondo ho sempre voluto: inventarmi le cose dalla mattina alla sera. Siano esse scritte su un Google Doc, impresse su una pagina web o su carta, o, nel caso che preferisco, fugaci e ineffabili come un’alba.
Multilove//Sunshine è stato fatto: dalle ceneri Alice Underground, dalle ceneri di Multilove//grado 0 (di cui avevo parlato qui), in Val d’Elsa ha albeggiato un amore scollato e collettivo. Evolutosi, involutosi, trasformatosi: amore mutilato, un po’ tumefatto e, grazie al cielo, esplosivo. Tutto questo nel contesto di uno di quei festival che fino all’anno scorso guardavo con gioia dalla platea. Multilove è stata una deviazione: verso un luogo atipico, casa di residenze, casa di artist* anomal* e innovativ*, casa di stagioni coraggiose e, prima ancora nel tempo, casa di macello.
E ora, casa di cosa?

Non so mai cosa dire quando chiude uno spazio teatrale, o quando si trova davanti a un cambio di rotta così preoccupante da sembrare una chiusura, una fermata brusca dopo tanta strada percorsa. Ultimamente è stato un destino comune a molti di questi luoghi: una virata o, peggio, un vuoto (burocratico, progettuale, and so on), l’ignoto.

Questa casa che ha ospitato le mie ossessioni e i miei sbagli, lo ha fatto, prima e dopo, con quelli, meravigliosi, di tant* altr*.

E anche Multilove è stato questo: tentativi in caduta libera. 12 anime scalpitanti che hanno scelto una porzione di reale da plasmare, modificare e presentare a un pubblico. 12 lingue, 12 luoghi, un percorso guidato, ma non troppo.

Non so mai cosa dire quando chiude uno spazio e forse non so ma cosa dire quando realizzo qualcosa. Improvvisamente, mancano le parole, per paura di dirne di sciocche, superflue.

Utilizzo allora quelle “critiche” di Andrea Mancini, che ha ri-disegnato, con la lucidità che solo uno sguardo esterno può avere, cioè che ha visto, non solo durante le due repliche:

Conosco Maurizia Settembri da almeno quarant’anni e la sua ricerca nel nuovo teatro non si è mai fermata, ha lavorato molto, costruendo eventi importanti, come Fabbrica Europa, ma soprattutto ha portato in Italia, soprattutto dai paesi di lingua francofona, gruppi allora sconosciuti, che si sono imposti sul mercato internazionale. Uno dei suoi maggiori pregi è stato comunque quello di entrare in rapporto con il teatro giovane che si fa in Italia, aiutando alcune realtà a produrre spettacoli. Dico questo perché non è da tutti appoggiare una realtà come quella degli ex Macelli di Certaldo ed essere presente per tutte le repliche dello spettacolo. Credo che in pochi, a parte Maurizia e i suoi collaboratori, l’avrebbero fatto. Ed è già questo un segno di grande attenzione.

Poi ci sono i problemi incrociati da questa struttura, che ormai da sette anni lavora in locali per tanti versi straordinari, dove si sono uccise bestie a non finire e che conservano ancora le tracce di questo loro passato: i ganci dove le vacche venivano appese, gli scolatoi nel pavimento, da dove scorreva il sangue. Un luogo adattissimo insomma ad un teatro alla Artaud, un teatro della crudeltà. Ma in realtà per questi ragazzi, guidati da Tiziano Massaroni, l’unica crudeltà sarebbe quella di sospendere l’attività, come sembra si sia costretti a fare. Come ha detto il sindaco, Giacomo Cucini, “E’ un vero peccato che un cambiamento nella normativa penalizzi, invece di avvantaggiare, uno spazio come questo che, come tutti i frequentatori sanno, è tanto spartano e sobrio quanto accogliente per il pubblico e funzionale per lo spettacolo. La richiesta di aumentare gli standard di sicurezza, in un momento in cui reperire risorse economiche è difficile per qualsiasi esigenza, è davvero un imprevisto

[…]

Il progetto degli ex Macelli diventa ancora più prezioso davanti a spettacoli come quello cui abbiamo assistito sabato scorso, questo “Multilove / Sunshine” prodotto appunto da Fabbrica Europa, la manifestazione che da molti anni occupa in modo straordinario gli spazi della Stazione Leopolda di Firenze, ma anche altri luoghi nella periferia urbana, come in questo caso a Certaldo. Lo spettacolo, a cui un folto e divertito pubblico ha assistito, era un insieme di performance giocate sulle molti soluzioni spaziali che la struttura può offrire: dal bar esterno alla sala, fino all’importante tabernacolo cinquecentesco dei Giustiziati, dipinto splendidamente da Benozzo Gozzoli e oggi lasciato a degradarsi lungo il corso del fiume Agliena

[…]

L’interesse della serata è venuto soprattutto dalla leggerezza delle motivazioni, non sembra esserci nessuna filosofia dietro questi micro atti performativi, ma questo crea appunto la loro prima giustificazione. Certo questi dodici giovanissimi attori: Aurora Nuti, Amelia Pecoretti, Viola Caradonna, Valerio Signorini, John K.Benazzi, Eleonora Tinti, Gabriele Tampucci, Virginia Galgani, Alesiya Khodosevich, Giulia Campatelli, Greta F, Primavera Contu, hanno costruito il loro lavoro a partire da improvvisazioni, che proprio l’ultima performer, Primavera Contu [insieme a Lorenzo Cianchi], ha sapientemente cucito insieme, costruendo alcuni momenti (che potevano anche essere di più) dove l’azione si intrecciava al diretto coinvolgimento del pubblico, facendo diventare la serata qualcosa che a me ha ricordato – chiedo perdono ai puristi – alcune straordinarie performance di Julian Beck e del Living Theatre, dove lo spettatore era coinvolto, non solo emotivamente in ciò che avveniva. Qui ci siamo ad esempio trovati a ballare, mentre in altri momenti abbiamo spiato le azioni che si svolgevano nelle varie stanze destinate agli attori, fino al gabinetto o al magazzino delle luci, ma anche a spiare altre situazioni, come quella in cui una ragazza (avevo scritto “un’attrice”, ma è forse meglio generalizzare la sua qualifica) fa versi e versacci davanti all’obiettivo di un computer che è collegato con un videoproiettore, che all’esterno fa esplodere per un tutti il gesto un po’ scemo, molto privato, di una giovanissima. Non entriamo nella descrizione degli altri micro atti, in genere divertenti, intelligenti, pieni di stimoli, che raccontano bene l’assurdità del nostro attraversare una contemporaneità spesso vuota, se non ci fossero le mosche bianche di alcuni momenti di vivacità culturale, come questo fornito dagli ex Macelli di Certaldo. Insomma, Viva gli ex Macelli! Mi sembra il momento giusto per dirlo.

e quelle “sceniche” di Giulia Campatelli, performer di Multilove, che rivelano l’importanza di una complessità da ricercare e praticare:

«Io sono arrivata in questo luogo e non ho trovato niente di quello che speravo.

Ho allora ipotizzato l’esistenza di un altro luogo, un luogo Y: chiamiamolo ‘quel luogo’. È probabile che si possa giungere in quel luogo tramite correnti d’aria… cerchi concentrici o magari sentimenti o emozioni»

A tutt* coloro che, con cura e con amore multiplo, si sono fatti luogo di sperimentazione vera.

Da vicino, nessun* è normale. Per fortuna

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Xavier Le Roy in Self-Unfinished. Photo by Katrin Schoof.

 

Disclaimer: i fatti narrati sono frutto di pura fantasia. Oppure no. Decidete voi.

A sei anni ti sono cresciute due noccioline pesanti come macigni dove avrebbe dovuto esserci solo un paesaggio piano e due ridicoli capezzoli a solo scopo illustrativo.

A sette, due germogli sotto le ascelle: giocavi a palla avvelenata con i gomiti stretti contro il torace, prima di prendere coraggio e dichiarare che volevi estirparle, quelle piantine precoci.

A nove: i primi strappi violenti, ché da dove vieni tu, a LaPuta, ci si fa la ceretta ancor prima di fare la prima comunione (anche se tu sei stat* lasciat* consapevolmente senza battesimo). Qualche anno dopo, il primo bacio umido e impacciato, a bocca spalancata, con il rischio di prendersi a dentate sugli incisivi.
Lo stesso anno, il primo insulto.

A tredici, l’esilarante incontro con l’ipocondria top level: l’allora ministr* Mo’ Ratti aveva fatto distribuire nelle scuole degli opuscoli degni del migliore film horror: droga, alcol, malattie veneree, invasione zombie. Il tutto buttato sui banchi, senza uno straccio di spiegazione o di discussione allegata.

Grasse risate accompagnarono la lettura dei velati inviti all’astinenza «perché, ricorda: dalle ferite del cuore non si guarisce», qualche risata in meno coinvolse l’attenta disamina delle malattie sessualmente trasmissibili.

Gli orrori si facevano largo fra le pagine dalla grafica fumettosa (fatta appositamente per apparire giovane, e dunque più vicini ai giovani interlocutori).

Qualcosa di particolarmente mostruoso attirò la tua attenzione: protuberanze e condilomi di varie forme e dimensioni, causati da un virus, che si manifestano dentro la vagina. Trasmissibili con rapporti sessuali, anche incompleti, o attraverso i BAGNI PUBBLICI.

Bagni pubblici.

Non riuscisti a andare oltre, e ancora oggi hai un vago senso di vertigine e nausea al pensiero.

Seguirono paranoie e controlli, nella convinzione di aver sicuramente contratto il detestabile virus. «Sono Anormale, la mia forma è Anormale».

Seguirono pianti notturni e un’irrevocabile, matura decisione: «Genitrice, io voglio andare dal ginecologo». (Le professioni mediche hanno sempre l’articolo determinativo davanti: come se già esistessero, da sempre, nella nostra vita, delle persone inequivocabili che ricoprono quei ruoli. «Stai male, perché non vai DAL medico?» «I tu* bambin* sono DAL pediatra?». Generalmente, declinati al maschile.)

Fosti criptic*, nel tuo lapidario annuncio. Al che, tua madre ebbe un sussulto malcelato. Seguì un dialogo un po’ Goldoniano, ricco di a parte:

LEI: «Cosa è successo?» [«Imbecille, hai forse avuto rapporti non protetti e ora hai un ritardo? Devo ucciderti?»]

TU: «Niente, voglio solo andare dal ginecologo» [«Devo aver preso una malattia perché sono molto stran*, Anormale. Lo dice il libretto del Ministero»]

LEI, ostentando una gran calma: «Ok, va bene, ti prendo un appuntamento. Però dimmi cosa hai fatto» [«Non prendo nessun appuntamento, tanto alla fine di questa conversazione sarai mort*»]

TU: «Mi sa che ho una malattia» [«Muoio! Sto per morire! E tutto per colpa di un bagno pubblico!»]

LEI: «Hai avuto rapporti non protetti?» [«Conto fino a tre, poi esplodo, giuro»]

TU: «No!» [«Ma credi che sia così scem*?! È colpa dei bagni pubblici, quei luoghi mortali!»]

LEI, perdendo progressivamente l’aplomb: «E che malattia sarebbe? E come diavolo l’avresti presa???» [«L’avevo sorpravvalutat*, pensavo fosse incinta. Invece è solo molto confus* e con un QI evidentemente molto basso»]

TU: «Questa! [le cose brutte non si nominano, come Voldemort] Nei bagni pubblici!», sbattendole in faccia l’opuscolo con una bella orecchia sulla pagina incriminata

LEI, provando a trattenere le risate: «… condilomi? Cioè… ma non è che ti confondi con il clitoride?» [«Poverett*, bisogna proprio spiegar* l’ABC…»]

TU:     -_-
[ «Non è mica così grande, e comunque lo frequento da tempo immemore, so riconoscerlo»]

LEI: «Io non capisco. Bagni pubblici… cioè, come cazzo hai fatto?» [«Non ti ho insegnato davvero nulla, eh»]

TU: «In che senso?» [«Già, in effetti, come diavolo ho fatto?»]

LEI: «Insomma… tu vai nei bagni pubblici e poggi la fica direttamente sul cesso???»

TU: «NO!!! Ma per chi mi hai pres*!» [«Ah. Intendevano quello. Pensavo fosse tutto dovuto alla malsana aria dei bagni pubblici»]

LEI: «E allora!!!» [«Ok, qualcosa ti ho insegnato. Ma sul concetto di rapporto causa-effetto c’è ancora tanto da lavorare.»]

Alla fine dal* ginecolog* ci sei stat*, e non avevi nulla. «Sei solo fatt* così. Il tuo corpo è fatto così, non è Anormale. Siamo tutt* divers*».

Negli anni hai continuato ad avere dei rapporti conflittuali con il concetto di normalità e, ancor prima, con il concetto di norma; con il concetto di forma corporea “normale”, con l’ identificazione in uno standard e l’adesione a un modello.

Speri che, ad oggi, non si schiaffino più sui banchi libercoli terroristi che invitano all’astensione e non spiegano nulla. Speri che se ne parli, della diversità e dell’uguaglianza, ché le due cose non sono in contrasto, se ben argomentate.
Speri che si parli di interstizi e di spazi liminali, non di ferite del cuore, di bellissime scale di grigi, tra i bianchi e i neri, non di normatività.

Guardi un muro di mattonelle; un* esserin* blu, sedicenne e saltellante, ti spiega come raggiungere il luogo X: attraverso sentieri tortuosi, domande aperte, cerchi concentrici di energia, cadute, rimbalzi. Non sembra interessat* alla normalità. E ha ragione.

Le Erinni: quando il senso di colpa ti sorprende, sorprendilo con gli Afterhours

Disclaimer: questo post è stato scritto con estremo senso di colpa. Nel tempo impiegato per la stesura di esso si sarebbero potuti effettuare due tutorial sull’utilizzo di Pinterest per la promozione dei propri eventi, bonificare due paludi, effettuare almeno tre comizi sulle disparità di genere nel Triveneto. Per rimediare, le Erinni hanno già commissionato la stesura di almeno tre post impegnati.

Le Erinni ti inseguono, ti braccano, ti fanno la posta e poi ti aspettano dietro l’angolo, all’incrocio, per farti lo sgambetto.

Esseri mitologici che incarnano il senso di colpa e si manifestano a te in forma di:

  • tua madre che scuote la testa davanti al tuo nuovo taglio di capelli 
  • l’insegnante di yoga
  • amic* irriducibilmente punk e fuori corso schifati e basiti per il tuo contratto a tempo indeterminato
  • il panda del WWF deluso dai tuoi ultimi acquisti che non sono in ecopelle
  • *l commess* della bottega equa e solidale al cospetto della tua Cola Conad (zucchero, caffeina e 1,45€ in meno rispetto al Guaranito®)

E mentre pensi che questo senso di colpa non lo vorresti perché non ti aiuta e non ti renderà una persona che lavora meglio-sorride meglio-lotta meglio-scopa meglio, sei terrorizzat* dalla prospettiva: starò scrivendo qualcosa di estremamente reazionario?

Un incubo che da solo batte la nudità alla lavagna, l’esame di maturità invalidato dopo anni e la bomba atomica che ti esplode dentro l’autoradio.

Non sono reazionario, cantava Manuel Agnelli. Non sono reazionari-o, non sono reazionari-o.
Sì, ma neppure immaginario, per cui suscettibile di agenti esterni e di quella cosa straniante chiamata “mondo esterno”.

Le Erinni arrivano alla vista serale della pila di piatti da lavare, si siedono sul divano, fra te e la stanchezza, sorseggiano un Negroni sbagliato mentre, con un ghigno dipinto sul volto, ti dicono di non far caso a loro. Ti guardano, mentre non fai:

non fai abbastanza esercizio, non mangi abbastanza sano, non ti fai valere abbastanza, non fai abbastanza vita sociale né abbastanza attivismo.

Ti guardano, soddisfatte, mentre non scrivi abbastanza, mentre non ti proponi abbastanza.

Le Erinni si nutrono di Negroni accompagnato da non-abbastanza alla paprika.

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Oh, honey. Non far caso a me.

Atto di dolore: mie Erinni, mi pento e mi dolgo dei miei risultati mancati, perché mancandoli ho meritato i vostri castighi e tradito la mia promessa di essere sempre presente a me stess*, pien* di energie, sempre sul pezzo.

Propongo, con il vostro strano aiuto, una nuova to-do-list per colmare tutti i risultati non raggiunti e non offendervi, così, mai più.

Non sarai reazionari-*, ma i retaggi cattolici te li porti dietro come l’Imodium in viaggio: ben nascosto, ma oh, non si sa mai. Te li ha messi tua madre nello zainetto, tipo il k-way quando andavi in gita, «che magari piove».

Le Erinni, in forma del* fig* fascinos* e di successo che potresti essere se, ti si appollaiano sulla spalla come un condor quando chiudi il libro che stai leggendo; perché leggerlo in lingua originale è tutta un’altra cosa, ma quella velocità data dalla lettura nella tua madrelingua, pur maltradotta, pur traditrice, ti manca, specie alla sera, quando hai kg. di parole addosso.

Le Erinni sono lì, pronte con la frusta, senza safeword, in forma di Simone de Beauvoir, in forma del subcomandate Marcos e di Gramsci, in forma di blogger, di guru del web marketing e di moderno santino di riferimento, ogni volta che non sei all’altezza, ogni volta che il capitalismo ti seduce e ogni volta che te ne allontani saltellante. Ogni volta che abbracci il solipsismo e ogni volta che te ne penti.

«Ok, Erinni. A me piacevate molto nell’Orestea, vi seguivo sempre, davvero. Pure quando via hanno fatte Eumenidi, che comunque perdevate un po’di smalto a essere in buona, ma capisco che era necessario per l’audience.

Io non sono reazionari-*, Erinni. Anzi, lo sento il peso del privilegio, me l’accollo tutto il fardello del vantaggio rispetto a altrui condizioni, così come sento l’ingiustizia generazionale, la mia diversità, lo scalino che mi separa socialmente da.
Non c’ho tutta l’energia però, Erinni mie. E devi dormire, e devi scrivere, e devi essere e devi fare. Ogni tanto mi piace pure ascoltarmi Shakira, e pure Christina Aguilera quando cantava Genie in a bottle, che tutti pensavamo sparisse nel giro di un mese tipo Vitamin C (e chi è? eh, appunto), e invece eccola ancora sulla cresta dell’onda.

Sto scrivendo narrativa, Erinni, per la prima volta nella vita. Poi ve lo passo il manoscritto, così mi massacrate con l’editing e col test di Bechdel (quello lo passo, mi sa, ho studiato), giuro. Sta per debuttarmi uno spettacolo in un bel festival Erinni; ho imparato cos’è un’espressione regolare questa settimana, e qual è la giusta distanza fra le piante quando si coltivano i pomodori.
È pure ricominciato Unreal, Erinni. Dai, che ce lo guardiamo inseme. I piatti li laviamo un’altra volta».

 

La scienza punk: soluzioni erudite per sopravvivere a una vita di stenti / Tecnologia e romanticismo #1

Crionica. O di come la tecnologia avanzata sia la strada per un nuovo romanticismo.

Altro che matrimonio.

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eugenia loli e il futuro. Tutto chiaro.

 «Cryogenics is a branch of physics that studies the production and effects of very low temperatures, while cryonics is the practice of using very low temperatures to try to preserve a human being.»

In questo articolo è spiegato piuttosto bene, passo per passo, di cosa si tratta: cosa è la crionica, come funziona, quali sono gli step da seguire sulla via per l’immortalità.

In sostanza, ti fai una sorta di assicurazione sulla vita, paghi per farti vetrificare (che è diverso da “congelare”) al momento della tua morte, da una delle poche compagnie al mondo che offrono questo servizio (due delle quali, a quanto pare, sono organizzazioni no profit). Queste ti danno un braccialetto che aiuti, se dovessi morire all’improvviso, a far capire alla persona che ti troverà che deve rivolgersi a quella determinata compagnia.

Insomma, poi arriva il punto, cioè muori.

Che poi, «morire». Cosa significa morire?

Esiste(va) un favoloso libercolo per adolescenti in cui la protagonista (e io narrante) parlava di crescita, scoperta del sesso, amicizia, amore, e della propria incasinata vita, ma aveva paura di pronunciare (scrivere) la parola “morte”. Aveva dunque deciso di chiamarla banana, producendo risultati esilaranti alla lettura di frasi come “il giorno della banana di mio nonno” e via discorrendo.
Verrà usata anche qui un’altra parola, non tanto per paura, quanto per la necessità di ricorrere a un nuovo concetto che supplisca all’idea, in questo caso poco soddisfacente, di “cessazione delle funzioni vitali”. La parola sarà, con grande originalità e molta poca voglia di sbattersi, etrom.

Vetrificazione: come diventare uno Swaroskji immortale

Nel 1999, la scienziata Lilia Kuleshova ha vetrificato degli ovociti umani: da questi ha fatto nascere una bambina in salute da una donna infertile di 47 anni.
La cosa è più o meno così: un crioprotettore viene inserito nei fluidi corporei (o lo sostituiscono?). Questa pratica, chiamata CPS (Supporto Cardio-polmonare), serve a tenere il corpo nelle condizioni stabili (cioè a far funzionare cuore, polmoni, ecc. ): ti vengono iniettati diversi medicinali per evitare putrefazione, coagulazione del sangue, e altre schifezze. A quel punto, vieni attaccato a una speciale macchina cuore-polmoni. Questa macchina abbassa la temperatura corporea fino a pochi gradi sopra lo zero. Parte del sangue viene sostituito con una soluzione per la preservazione degli organi a bassa temperatura.

Questo è ciò che viene fatto sul posto, non appena schiatti. Cioè, non appena ertom ti coglie.

Dunque, dicevamo: a questo punto vieni messo sotto ghiaccio e trasportato fino a uno degli impianti di crionica. Lì tutto il sangue viene sostituito con una soluzione che, diversamente dall’acqua, permette la vetrificazione. A quel punto vieni raffreddato in più fasi, fino a  -196 C°, che poi è la temperatura dell’azoto liquido.

Questa cosa della vetrificazione è importantissima: il congelamento infatti presenta il problema che l’acqua, quando viene raffreddata fino a sotto lo zero, si espande e crea cristalli di ghiaccio. Questi  rompono le pareti cellulari, provocando danni irreversibili ai tessuti.

Invece, i liquidi che portano alla vetrificazione non si espandono, ma le loro molecole rallentano fino a fermarsi completamente senza espandersi, senza modificarsi.

A quel punto qualsiasi attività biologica è ferma: sei fermo nel tempo e nel tuo corpo non cambia nulla. Il cervello non subisce danni. È dunque plausibile che questo sia recuperabile.

Morte o etrom?

Ma torniamo a: che cosa è la morte/etrom? Quando è che possiamo dire che una persona è morta?

Quando non respira? No, non è sufficiente: con un massaggio cardiaco e una respirazione bocca a bocca, vedi CPR, si “resuscita” qualcun* che ha smesso di respirare.

Quando non ha più battito? No, non è sufficiente: ci sono cose come adrenalina, defibrillazione, e altre amenità, che “riportano in vita” una persona che non ha più battito.

Nel momento in cui il cuore smette di battere si avvia il processo di decomposizione.

Ma tu sei, fondamentalmente, un cervello (lo sei? cosa è che ti definisce? Qui si entra in un ambito spinosetto. Il punto è: definire cosa è la morte ci costringe a definire cosa è l’io. Ma questo sarà argomento della prossima puntata), finché il cervello è intatto.

Nel medioevo una persona che veniva trafitta da parte a parte con una spada non veniva neppure raccolta dal campo di battaglia: le veniva fatta bere della  zuppa di cipolla, e, se il profumo di questa veniva su dalla ferita, sapevano che non vi era speranza di recuperarla. Se questo avvenisse oggi, trasportando la persona infilzata in un ospedale moderno si avrebbe un’alta percentuale di intervento: dal punto di vista dei medievali sarebbe vista come una resurrezione.

La crionica fa questo: trasporta, vetrificandolo, un corpo (un cervello?) che oggi ci appare morto, irrecuperabile, in un futuro in cui è invece possibile recuperarlo. Nel frattempo, tale tecnologia ferma la persona nel tempo, impedendo il processo di decomposizione.

Insomma, ti addormenti morto, ti risvegli vivo nel futuro, stile Fry di Futurama (che non s’addormenta, ma cade letteralmente dentro il futuro). Etrom.

Con un fisso mensile ragionevole (ehm), accedi a questo servizio di conservazione.

Immaginate naming e claim per tale servizio:

Lazarus. Stand up and walk into the future! o Your personal Jesus: quando tre giorni non bastano, rivolgiti a noi. 

Dove sta il romanticismo in tutto ciò? Nelle proposte del Gloomy, che a una banale dichiarazione d’amore, preferisce un: «ci vieni con me nel futuro? Insomma, quando muori, ti fai vetrificare, così da risvegliarci insieme in un futuro e vivere la nostra vita chapter 2?»

Oltre la morte apparente, oltre il 21° secolo.

Apocalisse zombie non ti temo. Ho dalla mia la scioglievolezza amorosa fiduciosa nel futuro.

 

 

 

 

Il fascino indiscreto della rana pescatrice: porno antispecista e altri sogni di anarchia

Disclaimer: i fatti narrati in questo articolo sono frutto di pura fantasia. Ciò non significa che non siano veri. Le vicende raccontate non riguardano direttamente chi scrive. O forse sì. Nessuna pannocchia è stata maltrattata durante la stesura del post.

C’è stato un tempo in cui una tra le tue maggiori paure era che qualcun* digitasse una “y” sulla tua barra degli indirizzi. Se mai avessi imparato a utilizzare la navigazione in incognito nei momenti di solitudine, non avresti dovuto cercare di fermare chiunque, in un eccesso di zelo, provasse a mostrarti l’ultimo video virale su Youtube, per paura che il primo risultato fosse un altro “you” rosa, sgargiante e poco discreto.

Poi hai capito: aprendo una nuova finestra anonima, hai iniziato a digitare Pornhub. Maggiore scelta, migliore grafica e un ufficio marketing che sa il fatto suo.

Nonostante i loro Copy&Art debbano ancora lavorare su alcuni (yawn!) stereotipi di genere, la svolta è avvenuta all’inizio del mese: con il geniale rebrand improvviso e la moltitudine di hot pannocchie disinibite che hanno invaso, scoppiettanti, il portale, Pornhub ha inconsapevolmente aperto un capitolo della tua vita (e, ne sei cert*, anche di quella di tant* altr*).  Altro che i soliti cetrioli per l’onanismo green, altro che le obsolete battute maliziose durante la scelta delle banane al supermarket: la rivoluzione del porno antispecista è iniziata, ed è a prova di celic*!

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Cornography – Per un pop-porn gluten free

Redenzione radicale

Non solo promuovi l’utilizzo di preservativi ecologici, per un sesso sicuro e vegano, non solo ti converti ai vibratori a energia solare (che però si spengono sul più bello): attrezzat* con polsini e gag-mouth in tessuto eco-friendly, sei pront* a sposare la causa di un BDSM cruelty free. Gasat* per la sensazionale scoperta, che ti fa sentire improvvisamente più vicin* a Madre Natura e a tutte le creature del cielo e della terra, cerchi di non sgarrare su nulla, di essere intransigente come un* ver* dominante e un* ver* veg-attivista; così facendo, però, entri immediatamente nel tunnel senza uscita della coerenza: quanti batteri si possono uccidere a colpi di frustino in ecopelle? E il gatto a nove code non soffre, povera bestia, a essere agitato così per l’aria?

Gender fluidity: fluido come il mare

Accantonata l’idea di un sadomasochismo vegetale e senza sofferenza, senti che la vera rivoluzione antispecista, antisessista, anti-capitalista e genderbender sta nel regno animale e, soprattutto, negli abissi marini.

La natura, infatti, ci ha regalato bellezze inestimabili e creature che sfuggono anarchicamente a ogni consuetudine: troppa meraviglia per non dare inizio un voyeurismo meno antropocentrico.

I pesci della famiglia delle Cirrhitidae sono ermafroditi capaci di passare da un gender all’altro a seconda del meteo. I pesci pappagallo si riservano almeno due opzioni alla volta, che non si sa mai, mentre gli intersessuali pesci pagliaccio attraversano le barriere della famiglia tradizionale, sperimentando la multi-genitorialità, poiché coinvolgono gli anemoni nella cura delle uova.

Ma il premio porno-romanticismo va alle rane pescatrici: gli esemplari di genere maschile hanno forma di semplici sacchetti di carne che si attaccano alle femmine e producono sommessamente sperma come unica attività autonoma, mentre la femmina sorseggia mojito. Vengono praticamente inglobati dall’amata durante l’accoppiamento, amata che può dedicarsi allo yoga o allo studio della fisica quantistica senza rinunciare a un atto sessuale duraturo. Il vero amore.

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Una rana pescatrice conversa con un pesce pagliaccio e un’amica di dimorfismo e intersessualità

Hai finalmente trovato la pace dei sensi nell’osservazione della natura.

Per un porno zen e pure un po’ punk.