My personal Nord

Non lo avevi esattamente preventivato.
Ti eri fatt* un’idea un po’ diversa di come sarebbe andata.
Anche se hai sempre saputo che avresti lasciato LAputa, la terra natìa amata-odiata-estranea, per un generico altrove, purché ammiccante, ti eri figurat* un* te differente, non certo al sicuro, ma inserit* in un contesto che avesse perlomeno un nome (il fatto che il nome fosse teatro avrebbe già dovuto suggerirti l’instabilità dell’intera faccenda).
LAputa si trova a sud del buonsenso e un pelo più a nord dell’autocommiserazione, e da laggiù hai sempre ricercato il nord come si cerca una ragazza con gambe e ciglia troppo lunghe: con ostinazione e un senso di inadeguatezza costante.
Così, attratt* dalla bòrea e consapevole che si è sempre a sud di qualcos’altro, non hai mai disdegnato del tutto l’ipotesi dell’Islanda. Ma per adesso no, ancora non è andata così.

Sapere di essere fisicamente, nonché emotivamente, preparat* per affrontare i lidi settentrionali, civilizzati e climaticamente inospitali per la maggior parte dei mammiferi mediterranei (ma non per te, che sei nat* per sbaglio on the beach e al mare ci vai ancora con gli anfibi), non sempre è corrisposto a delle scelte oculate e a dei progetti di vita che avessero un senso e una continuità. Sarebbe stato troppo facile.
È che certe cose come: sapere cosa farne di se stessi, guardare in prospettiva, agireoggipercostruireilpropriodomani, ti fanno l’effetto della vellutata di porcini: qualcosa che hai schifato immensamente da bambin*, ma che brami e rimpiangi da quando i tuoi cachet minimalisti non ti consentono neppure di annusarla.
Hai scelto dunque, come si dice, di pancia: era il 2008, la crisi economica mondiale sembrava ancora non troppo mondiale; sembrava più un qualcosa che avrebbe investito gli Stati Uniti e che l’Europa fingeva di non vedere, con un po’ di compiaciuta indifferenza (con lo stesso sollievo sadico di quando la figa della classe pestava un chewing gum).
Dunque non ti sfioravano più di tanto pensieri come l’ansia del futuro e non prevedevi la drastica slavina dei fondi pubblici alla cultura che si sarebbe verificata di lì a poco, pochissimo.
La prima tappa è stata una scelta: scelta con il cuore, con la pancia, forse con un po’ di codardia paracula.

Il fatto che mentre scrivi sia su un treno che varca il confine tra una regione e l’altra (e dio solo sa quanto ancora ti mandi ai matti il labile concetto di confine tra le terre, abituat* fin dalla nascita alla svolazzante indipendenza dell’isola di LAputa), con addosso un quarto dei vestiti che possiedi attualmente (e hai solo due strati), indecis* su quale inflessione dare alla tua voce che, come il regionale, oltrepassa i confini tra territori noti e meno noti, non lo avevi previsto.
E sei su, dove si parla un dialetto soffice come la spuma, i phrasal verbs sono considerati universali ed è sempre tutto una domanda.
La bellezza austera di Legoland ti conquista, si oppone a quella inaccessibile e dorata di Desìa. Ma eviterai di parlarne, ti dici, rendendoti invece amabile come un cucciolo di foca e raccontando di quanto tempo perdi a fantasticare mentre dovresti impiegarlo per cose più utili. Di quanto desideri cose semplici e banali che non puoi permetterti, del cordone ombelicale sul quale ancora inciampi. Prendi appunti mentali ma nel mentre visualizzi come ricominciare ogni volta con pochi amici intorno.

Guardi fuori dal finestrino e Legoland appare come una distesa bianca e candida. Pochi alberi, un pavone che si specchia su un pezzo di vetro.
«Non c’è il vento qui. Mai stato. Se cerchi quello hai sbagliato direzione» l’uomo seduto accanto a te cerca di leggerti nei pensieri e un po’ ci azzecca. «Ma qualche chilometro più in là, verso le montagne, fanno festa ogni giovedì. Ottime mele candite con aceto e cannella. Le migliori che tu abbia mai assaggiato»
Guardi nuovamente fuori. Il pezzo di vetro è stato rimosso, cancellato, pulito via, con un’efficienza sbalorditiva. Il pavone non se ne cura e cammina verso un edificio che a te sembra una piccola fabbrica, a nord del divertimento.
Il treno riparte sbuffando, gli fa eco una donna carica di bagagli seduta davanti a te.
Mentre tu hai solo una valigia leggera, due occhi pesanti, degli anfibi che ancora scalpitano per andare verso quell’altrove ammiccante.

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Where the magic happens (o anche no)

Ore 16.31, settembre, pagina 199.
La protagonista del libro che hai appena divorato trova lavoro.
Scoppi a piangere come se fosse appena successo a te, alla tua migliore amica, a un parente stretto.
Ok la pillola, ok gli ormoni, ok che sei sempre stat* un* sentimentale.
Ma qui c’è un problema.

La più classica delle ellissi temporali ha catapultato il personaggio dalla fine dell’estate del precedente capitolo, in cui era disoccupata e disperata, alla vigilia di Natale, in cui è prossima alle ferie pagate. Senti i campanellini, senti Jingle Bells, senti lo zucchero del pandoro che ti asfalta la gola. E sai che quel tuo pianto è frutto di una tensione che cerchi di non esternare troppo (se non con the gloomy, la cui pazienza farebbe irritare San Cirano), tensione che ora è stata liberata dall’immedesimazione. La protagonista di quel libro sei tu, tanti sono i punti in comune che vi uniscono. Ti identifichi in lei, ti sei riconosciut* (e pazienza se abòrri e bolli come reazionaria la definizione secondo cui il pubblico ha bisogno dell’arte per potercisi riconoscere: qui non si tratta di arte, questa è proprio cronaca).
Sei tu che alla fine della bella stagione hai bisogno di un lavoro, sei tu che mandi speranzos* curricula non richiesti completi di foto (di 6 anni fa), sei tu che, compulsivamente, premi il tasto refresh con la speranza di trovare nella tua inbox qualcosa di più di un aggiornamento di LinkedIn (che non sai usare).

Avresti potuto spendere qualche parola in più, ingegnarti per un inizio originale, spiazzante, accattivante.
Avresti potuto spiegare “Chi sei”, ma ilcopypiùbravoditalia dice che il “Chi sono” è del tutto out, superato, anni ’80, demodé.
Avresti potuto cominciare da molto più lontano. Invece cominci da oggi.

Nei giorni scorsi hai ricevuto delle risposte inaspettate alle tue autocandidature (poche, per la verità) e, sull’onda dell’entusiasmo, ignorando del tutto quell’intestazione a piè di pagina che rivelava quanti chilometri ti separano dal luogo magico in cui tutto, ma proprio tutto può accadere, perfino che qualcuno legga una tua mail e non la cestini al pari dell’ennesima inutile notifica di Google+ (scherzo, Google. Sai che ti adoro), hai risposto a tua volta: «certo, sono disponibiliss(ssssss)im*. Ehm. Disponibile. Posso, insomma, vediamo. Va bene giovedì? (perché se non va bene vengo pure di sabato alle 7 del mattino, eh)».
Segni su Google Calendar (visto?) l’appuntamento che pare lontanissimo. Ere geologiche ti separano dal pellegrinaggio al luogo magico, dove tutto può accadere, soprattutto che diano per scontato che tu possieda una macchina e non sia, per carità, un* di que* freakketton* appiedat*.

La mattina del colloquio (in realtà, della più informale «chiacchierata» quando «passi di qui») ti rivolgi a Google Maps (hai capito ora, sciocchin*?), che con il suo solito candore ti svela che per raggiungere il luogo ameno impiegherai 1ora e 51 minuti, contando anche quell’ultimo istante che passerai davanti allo specchio nella hall, tentando si assumere un’andatura adulta e self confident.

8 euro, a/r, 4 autobus; un minuto di ritardo sulla prima corsa. 5 ore in totale.
Ti prepari come se andassi in gita al lago e passi il viaggio in compagnia di turisti tedeschi convinti che l’estate non finisca prima di Halloween, trovi per miracolo il civico 5z/q, arrivi alla meta. Ti accoglie un CEO cordialissimo e abbronzato, stranamente preparatissimo sul tuo curriculum, incuriosito dal tuo background «inusuale».
Ti racconta dei problemi con i clienti, di quanto fatturavano prima, di quanto hanno dovuto tagliare adesso, matuseigiovaneenontelopuoiricordare. Un po’ di turpiloquio qua e là per farti capire che la situazione è informale.
Seguono i complimenti per la tua creatività.
Segue un «ci risentiamo quando potrò darti qualche certezza».
Seguono tre quarti d’ora di attesa della corriera di ritorno.
Non c’è una pensilina, non una panchina o un muretto. Ti siedi sul marciapiede mentre sfogli il libro appena iniziato. Una donna emigrata in Svizzera, tornata in Italia per le vacanze, ti fa i complimenti per il vestito e ti dice che da giovane ne aveva uno uguale. Ti dice anche che il colloquio è andato sicuramente bene e che ti richiameranno, ma dopo un poco si gira, si dimentica e ti rivolge la parola in tedesco.
Abbandoni con l’ultima corsa il luogo magico, dove può accadere tutto, anche che ti si faccia un colloquio assolutamente nella norma.
Ripensi a come modificare il tuo curriculum per farlo sembrare un po’ meno inusuale e un po’ più utile, ripensi a quel «ci risentiamo», provi a ignorare il resto della frase e ti concentri su quell’indicativo presente che significa, si sa, immediato futuro. Magari addirittura autunno.

Ok, l’estate non ti è mai piaciuta, ok, dicembre è da sempre il tuo mese preferito. Ma qui c’è una speranza alla quale ti aggrappi: quella che ti fa credere ancora ai folletti e ai «dobbiamo proprio rivederci»; l’ingenuità che ti fa apprezzare delle luminarie ben fatte nonostante l’astio per il consumismo-gli sprechi-le feste comandate, e che ti suggerisce che, a breve, quel pianto liberatorio sarà uno scroscio autoriferito e non solo il degno epilogo di un libro letto tutto d’un fiato.