Da vicino, nessun* è normale. Per fortuna

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Xavier Le Roy in Self-Unfinished. Photo by Katrin Schoof.

 

Disclaimer: i fatti narrati sono frutto di pura fantasia. Oppure no. Decidete voi.

A sei anni ti sono cresciute due noccioline pesanti come macigni dove avrebbe dovuto esserci solo un paesaggio piano e due ridicoli capezzoli a solo scopo illustrativo.

A sette, due germogli sotto le ascelle: giocavi a palla avvelenata con i gomiti stretti contro il torace, prima di prendere coraggio e dichiarare che volevi estirparle, quelle piantine precoci.

A nove: i primi strappi violenti, ché da dove vieni tu, a LaPuta, ci si fa la ceretta ancor prima di fare la prima comunione (anche se tu sei stat* lasciat* consapevolmente senza battesimo). Qualche anno dopo, il primo bacio umido e impacciato, a bocca spalancata, con il rischio di prendersi a dentate sugli incisivi.
Lo stesso anno, il primo insulto.

A tredici, l’esilarante incontro con l’ipocondria top level: l’allora ministr* Mo’ Ratti aveva fatto distribuire nelle scuole degli opuscoli degni del migliore film horror: droga, alcol, malattie veneree, invasione zombie. Il tutto buttato sui banchi, senza uno straccio di spiegazione o di discussione allegata.

Grasse risate accompagnarono la lettura dei velati inviti all’astinenza «perché, ricorda: dalle ferite del cuore non si guarisce», qualche risata in meno coinvolse l’attenta disamina delle malattie sessualmente trasmissibili.

Gli orrori si facevano largo fra le pagine dalla grafica fumettosa (fatta appositamente per apparire giovane, e dunque più vicini ai giovani interlocutori).

Qualcosa di particolarmente mostruoso attirò la tua attenzione: protuberanze e condilomi di varie forme e dimensioni, causati da un virus, che si manifestano dentro la vagina. Trasmissibili con rapporti sessuali, anche incompleti, o attraverso i BAGNI PUBBLICI.

Bagni pubblici.

Non riuscisti a andare oltre, e ancora oggi hai un vago senso di vertigine e nausea al pensiero.

Seguirono paranoie e controlli, nella convinzione di aver sicuramente contratto il detestabile virus. «Sono Anormale, la mia forma è Anormale».

Seguirono pianti notturni e un’irrevocabile, matura decisione: «Genitrice, io voglio andare dal ginecologo». (Le professioni mediche hanno sempre l’articolo determinativo davanti: come se già esistessero, da sempre, nella nostra vita, delle persone inequivocabili che ricoprono quei ruoli. «Stai male, perché non vai DAL medico?» «I tu* bambin* sono DAL pediatra?». Generalmente, declinati al maschile.)

Fosti criptic*, nel tuo lapidario annuncio. Al che, tua madre ebbe un sussulto malcelato. Seguì un dialogo un po’ Goldoniano, ricco di a parte:

LEI: «Cosa è successo?» [«Imbecille, hai forse avuto rapporti non protetti e ora hai un ritardo? Devo ucciderti?»]

TU: «Niente, voglio solo andare dal ginecologo» [«Devo aver preso una malattia perché sono molto stran*, Anormale. Lo dice il libretto del Ministero»]

LEI, ostentando una gran calma: «Ok, va bene, ti prendo un appuntamento. Però dimmi cosa hai fatto» [«Non prendo nessun appuntamento, tanto alla fine di questa conversazione sarai mort*»]

TU: «Mi sa che ho una malattia» [«Muoio! Sto per morire! E tutto per colpa di un bagno pubblico!»]

LEI: «Hai avuto rapporti non protetti?» [«Conto fino a tre, poi esplodo, giuro»]

TU: «No!» [«Ma credi che sia così scem*?! È colpa dei bagni pubblici, quei luoghi mortali!»]

LEI, perdendo progressivamente l’aplomb: «E che malattia sarebbe? E come diavolo l’avresti presa???» [«L’avevo sorpravvalutat*, pensavo fosse incinta. Invece è solo molto confus* e con un QI evidentemente molto basso»]

TU: «Questa! [le cose brutte non si nominano, come Voldemort] Nei bagni pubblici!», sbattendole in faccia l’opuscolo con una bella orecchia sulla pagina incriminata

LEI, provando a trattenere le risate: «… condilomi? Cioè… ma non è che ti confondi con il clitoride?» [«Poverett*, bisogna proprio spiegar* l’ABC…»]

TU:     -_-
[ «Non è mica così grande, e comunque lo frequento da tempo immemore, so riconoscerlo»]

LEI: «Io non capisco. Bagni pubblici… cioè, come cazzo hai fatto?» [«Non ti ho insegnato davvero nulla, eh»]

TU: «In che senso?» [«Già, in effetti, come diavolo ho fatto?»]

LEI: «Insomma… tu vai nei bagni pubblici e poggi la fica direttamente sul cesso???»

TU: «NO!!! Ma per chi mi hai pres*!» [«Ah. Intendevano quello. Pensavo fosse tutto dovuto alla malsana aria dei bagni pubblici»]

LEI: «E allora!!!» [«Ok, qualcosa ti ho insegnato. Ma sul concetto di rapporto causa-effetto c’è ancora tanto da lavorare.»]

Alla fine dal* ginecolog* ci sei stat*, e non avevi nulla. «Sei solo fatt* così. Il tuo corpo è fatto così, non è Anormale. Siamo tutt* divers*».

Negli anni hai continuato ad avere dei rapporti conflittuali con il concetto di normalità e, ancor prima, con il concetto di norma; con il concetto di forma corporea “normale”, con l’ identificazione in uno standard e l’adesione a un modello.

Speri che, ad oggi, non si schiaffino più sui banchi libercoli terroristi che invitano all’astensione e non spiegano nulla. Speri che se ne parli, della diversità e dell’uguaglianza, ché le due cose non sono in contrasto, se ben argomentate.
Speri che si parli di interstizi e di spazi liminali, non di ferite del cuore, di bellissime scale di grigi, tra i bianchi e i neri, non di normatività.

Guardi un muro di mattonelle; un* esserin* blu, sedicenne e saltellante, ti spiega come raggiungere il luogo X: attraverso sentieri tortuosi, domande aperte, cerchi concentrici di energia, cadute, rimbalzi. Non sembra interessat* alla normalità. E ha ragione.

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Le Erinni: quando il senso di colpa ti sorprende, sorprendilo con gli Afterhours

Disclaimer: questo post è stato scritto con estremo senso di colpa. Nel tempo impiegato per la stesura di esso si sarebbero potuti effettuare due tutorial sull’utilizzo di Pinterest per la promozione dei propri eventi, bonificare due paludi, effettuare almeno tre comizi sulle disparità di genere nel Triveneto. Per rimediare, le Erinni hanno già commissionato la stesura di almeno tre post impegnati.

Le Erinni ti inseguono, ti braccano, ti fanno la posta e poi ti aspettano dietro l’angolo, all’incrocio, per farti lo sgambetto.

Esseri mitologici che incarnano il senso di colpa e si manifestano a te in forma di:

  • tua madre che scuote la testa davanti al tuo nuovo taglio di capelli 
  • l’insegnante di yoga
  • amic* irriducibilmente punk e fuori corso schifati e basiti per il tuo contratto a tempo indeterminato
  • il panda del WWF deluso dai tuoi ultimi acquisti che non sono in ecopelle
  • *l commess* della bottega equa e solidale al cospetto della tua Cola Conad (zucchero, caffeina e 1,45€ in meno rispetto al Guaranito®)

E mentre pensi che questo senso di colpa non lo vorresti perché non ti aiuta e non ti renderà una persona che lavora meglio-sorride meglio-lotta meglio-scopa meglio, sei terrorizzat* dalla prospettiva: starò scrivendo qualcosa di estremamente reazionario?

Un incubo che da solo batte la nudità alla lavagna, l’esame di maturità invalidato dopo anni e la bomba atomica che ti esplode dentro l’autoradio.

Non sono reazionario, cantava Manuel Agnelli. Non sono reazionari-o, non sono reazionari-o.
Sì, ma neppure immaginario, per cui suscettibile di agenti esterni e di quella cosa straniante chiamata “mondo esterno”.

Le Erinni arrivano alla vista serale della pila di piatti da lavare, si siedono sul divano, fra te e la stanchezza, sorseggiano un Negroni sbagliato mentre, con un ghigno dipinto sul volto, ti dicono di non far caso a loro. Ti guardano, mentre non fai:

non fai abbastanza esercizio, non mangi abbastanza sano, non ti fai valere abbastanza, non fai abbastanza vita sociale né abbastanza attivismo.

Ti guardano, soddisfatte, mentre non scrivi abbastanza, mentre non ti proponi abbastanza.

Le Erinni si nutrono di Negroni accompagnato da non-abbastanza alla paprika.

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Oh, honey. Non far caso a me.

Atto di dolore: mie Erinni, mi pento e mi dolgo dei miei risultati mancati, perché mancandoli ho meritato i vostri castighi e tradito la mia promessa di essere sempre presente a me stess*, pien* di energie, sempre sul pezzo.

Propongo, con il vostro strano aiuto, una nuova to-do-list per colmare tutti i risultati non raggiunti e non offendervi, così, mai più.

Non sarai reazionari-*, ma i retaggi cattolici te li porti dietro come l’Imodium in viaggio: ben nascosto, ma oh, non si sa mai. Te li ha messi tua madre nello zainetto, tipo il k-way quando andavi in gita, «che magari piove».

Le Erinni, in forma del* fig* fascinos* e di successo che potresti essere se, ti si appollaiano sulla spalla come un condor quando chiudi il libro che stai leggendo; perché leggerlo in lingua originale è tutta un’altra cosa, ma quella velocità data dalla lettura nella tua madrelingua, pur maltradotta, pur traditrice, ti manca, specie alla sera, quando hai kg. di parole addosso.

Le Erinni sono lì, pronte con la frusta, senza safeword, in forma di Simone de Beauvoir, in forma del subcomandate Marcos e di Gramsci, in forma di blogger, di guru del web marketing e di moderno santino di riferimento, ogni volta che non sei all’altezza, ogni volta che il capitalismo ti seduce e ogni volta che te ne allontani saltellante. Ogni volta che abbracci il solipsismo e ogni volta che te ne penti.

«Ok, Erinni. A me piacevate molto nell’Orestea, vi seguivo sempre, davvero. Pure quando via hanno fatte Eumenidi, che comunque perdevate un po’di smalto a essere in buona, ma capisco che era necessario per l’audience.

Io non sono reazionari-*, Erinni. Anzi, lo sento il peso del privilegio, me l’accollo tutto il fardello del vantaggio rispetto a altrui condizioni, così come sento l’ingiustizia generazionale, la mia diversità, lo scalino che mi separa socialmente da.
Non c’ho tutta l’energia però, Erinni mie. E devi dormire, e devi scrivere, e devi essere e devi fare. Ogni tanto mi piace pure ascoltarmi Shakira, e pure Christina Aguilera quando cantava Genie in a bottle, che tutti pensavamo sparisse nel giro di un mese tipo Vitamin C (e chi è? eh, appunto), e invece eccola ancora sulla cresta dell’onda.

Sto scrivendo narrativa, Erinni, per la prima volta nella vita. Poi ve lo passo il manoscritto, così mi massacrate con l’editing e col test di Bechdel (quello lo passo, mi sa, ho studiato), giuro. Sta per debuttarmi uno spettacolo in un bel festival Erinni; ho imparato cos’è un’espressione regolare questa settimana, e qual è la giusta distanza fra le piante quando si coltivano i pomodori.
È pure ricominciato Unreal, Erinni. Dai, che ce lo guardiamo inseme. I piatti li laviamo un’altra volta».

 

La scienza punk: soluzioni erudite per sopravvivere a una vita di stenti / Tecnologia e romanticismo #1

Crionica. O di come la tecnologia avanzata sia la strada per un nuovo romanticismo.

Altro che matrimonio.

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eugenia loli e il futuro. Tutto chiaro.

 «Cryogenics is a branch of physics that studies the production and effects of very low temperatures, while cryonics is the practice of using very low temperatures to try to preserve a human being.»

In questo articolo è spiegato piuttosto bene, passo per passo, di cosa si tratta: cosa è la crionica, come funziona, quali sono gli step da seguire sulla via per l’immortalità.

In sostanza, ti fai una sorta di assicurazione sulla vita, paghi per farti vetrificare (che è diverso da “congelare”) al momento della tua morte, da una delle poche compagnie al mondo che offrono questo servizio (due delle quali, a quanto pare, sono organizzazioni no profit). Queste ti danno un braccialetto che aiuti, se dovessi morire all’improvviso, a far capire alla persona che ti troverà che deve rivolgersi a quella determinata compagnia.

Insomma, poi arriva il punto, cioè muori.

Che poi, «morire». Cosa significa morire?

Esiste(va) un favoloso libercolo per adolescenti in cui la protagonista (e io narrante) parlava di crescita, scoperta del sesso, amicizia, amore, e della propria incasinata vita, ma aveva paura di pronunciare (scrivere) la parola “morte”. Aveva dunque deciso di chiamarla banana, producendo risultati esilaranti alla lettura di frasi come “il giorno della banana di mio nonno” e via discorrendo.
Verrà usata anche qui un’altra parola, non tanto per paura, quanto per la necessità di ricorrere a un nuovo concetto che supplisca all’idea, in questo caso poco soddisfacente, di “cessazione delle funzioni vitali”. La parola sarà, con grande originalità e molta poca voglia di sbattersi, etrom.

Vetrificazione: come diventare uno Swaroskji immortale

Nel 1999, la scienziata Lilia Kuleshova ha vetrificato degli ovociti umani: da questi ha fatto nascere una bambina in salute da una donna infertile di 47 anni.
La cosa è più o meno così: un crioprotettore viene inserito nei fluidi corporei (o lo sostituiscono?). Questa pratica, chiamata CPS (Supporto Cardio-polmonare), serve a tenere il corpo nelle condizioni stabili (cioè a far funzionare cuore, polmoni, ecc. ): ti vengono iniettati diversi medicinali per evitare putrefazione, coagulazione del sangue, e altre schifezze. A quel punto, vieni attaccato a una speciale macchina cuore-polmoni. Questa macchina abbassa la temperatura corporea fino a pochi gradi sopra lo zero. Parte del sangue viene sostituito con una soluzione per la preservazione degli organi a bassa temperatura.

Questo è ciò che viene fatto sul posto, non appena schiatti. Cioè, non appena ertom ti coglie.

Dunque, dicevamo: a questo punto vieni messo sotto ghiaccio e trasportato fino a uno degli impianti di crionica. Lì tutto il sangue viene sostituito con una soluzione che, diversamente dall’acqua, permette la vetrificazione. A quel punto vieni raffreddato in più fasi, fino a  -196 C°, che poi è la temperatura dell’azoto liquido.

Questa cosa della vetrificazione è importantissima: il congelamento infatti presenta il problema che l’acqua, quando viene raffreddata fino a sotto lo zero, si espande e crea cristalli di ghiaccio. Questi  rompono le pareti cellulari, provocando danni irreversibili ai tessuti.

Invece, i liquidi che portano alla vetrificazione non si espandono, ma le loro molecole rallentano fino a fermarsi completamente senza espandersi, senza modificarsi.

A quel punto qualsiasi attività biologica è ferma: sei fermo nel tempo e nel tuo corpo non cambia nulla. Il cervello non subisce danni. È dunque plausibile che questo sia recuperabile.

Morte o etrom?

Ma torniamo a: che cosa è la morte/etrom? Quando è che possiamo dire che una persona è morta?

Quando non respira? No, non è sufficiente: con un massaggio cardiaco e una respirazione bocca a bocca, vedi CPR, si “resuscita” qualcun* che ha smesso di respirare.

Quando non ha più battito? No, non è sufficiente: ci sono cose come adrenalina, defibrillazione, e altre amenità, che “riportano in vita” una persona che non ha più battito.

Nel momento in cui il cuore smette di battere si avvia il processo di decomposizione.

Ma tu sei, fondamentalmente, un cervello (lo sei? cosa è che ti definisce? Qui si entra in un ambito spinosetto. Il punto è: definire cosa è la morte ci costringe a definire cosa è l’io. Ma questo sarà argomento della prossima puntata), finché il cervello è intatto.

Nel medioevo una persona che veniva trafitta da parte a parte con una spada non veniva neppure raccolta dal campo di battaglia: le veniva fatta bere della  zuppa di cipolla, e, se il profumo di questa veniva su dalla ferita, sapevano che non vi era speranza di recuperarla. Se questo avvenisse oggi, trasportando la persona infilzata in un ospedale moderno si avrebbe un’alta percentuale di intervento: dal punto di vista dei medievali sarebbe vista come una resurrezione.

La crionica fa questo: trasporta, vetrificandolo, un corpo (un cervello?) che oggi ci appare morto, irrecuperabile, in un futuro in cui è invece possibile recuperarlo. Nel frattempo, tale tecnologia ferma la persona nel tempo, impedendo il processo di decomposizione.

Insomma, ti addormenti morto, ti risvegli vivo nel futuro, stile Fry di Futurama (che non s’addormenta, ma cade letteralmente dentro il futuro). Etrom.

Con un fisso mensile ragionevole (ehm), accedi a questo servizio di conservazione.

Immaginate naming e claim per tale servizio:

Lazarus. Stand up and walk into the future! o Your personal Jesus: quando tre giorni non bastano, rivolgiti a noi. 

Dove sta il romanticismo in tutto ciò? Nelle proposte del Gloomy, che a una banale dichiarazione d’amore, preferisce un: «ci vieni con me nel futuro? Insomma, quando muori, ti fai vetrificare, così da risvegliarci insieme in un futuro e vivere la nostra vita chapter 2?»

Oltre la morte apparente, oltre il 21° secolo.

Apocalisse zombie non ti temo. Ho dalla mia la scioglievolezza amorosa fiduciosa nel futuro.

 

 

 

 

Tamagotchi. Secondo dialogo sulla dipendenza

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Due figure umane, A e B, sulla cima dell’Everest.

A-Insomma, mi ami?

B-Ti vedo più come un coabitante del mio disagio

A-Avessi due euro per ogni volta che mi rispondi in modo evasivo a quest’ora potrei comprare l’Everest

B-Due euro

A-Sì, due euro…

B-Perché dici due euro? Di solito si dice un centesimo, o al massimo, un euro…

A-Mi piacciono i numeri pari. Sono come la simmetria: mi rassicurano.

B-A me la simmetria ha sempre dato un senso d’angoscia

A-E’ per questo che non possiamo essere solo in due?

B-Non è una regola, ma l’amore simmetrico mi da le vertigini

A-E allora, cos’è che vorresti?

B-Hai presente quando sei con qualcuno con cui puoi parlare dello stato del porno mainstream nell’era contemporanea, mentre sorseggi una Caipiriña in un club privée la sera del tuo compleanno?

A-… decisamente no.

B-Neppure io, ma credevo fosse il sogno di tutti. In quel caso sì che potrei pensarci.

A-A cosa?

B-Al numero due. Alla simmetria.

A-Non ho un’opinione in merito al porno mainstream. A me m’attizza il soft erotico vietato ai minori di 14… Sono mainstream. Non c’è speranza per noi?

B-No, ma non disperiamo. In fondo, anche in Padania ci si innamora…

Il fascino indiscreto della rana pescatrice: porno antispecista e altri sogni di anarchia

Disclaimer: i fatti narrati in questo articolo sono frutto di pura fantasia. Ciò non significa che non siano veri. Le vicende raccontate non riguardano direttamente chi scrive. O forse sì. Nessuna pannocchia è stata maltrattata durante la stesura del post.

C’è stato un tempo in cui una tra le tue maggiori paure era che qualcun* digitasse una “y” sulla tua barra degli indirizzi. Se mai avessi imparato a utilizzare la navigazione in incognito nei momenti di solitudine, non avresti dovuto cercare di fermare chiunque, in un eccesso di zelo, provasse a mostrarti l’ultimo video virale su Youtube, per paura che il primo risultato fosse un altro “you” rosa, sgargiante e poco discreto.

Poi hai capito: aprendo una nuova finestra anonima, hai iniziato a digitare Pornhub. Maggiore scelta, migliore grafica e un ufficio marketing che sa il fatto suo.

Nonostante i loro Copy&Art debbano ancora lavorare su alcuni (yawn!) stereotipi di genere, la svolta è avvenuta all’inizio del mese: con il geniale rebrand improvviso e la moltitudine di hot pannocchie disinibite che hanno invaso, scoppiettanti, il portale, Pornhub ha inconsapevolmente aperto un capitolo della tua vita (e, ne sei cert*, anche di quella di tant* altr*).  Altro che i soliti cetrioli per l’onanismo green, altro che le obsolete battute maliziose durante la scelta delle banane al supermarket: la rivoluzione del porno antispecista è iniziata, ed è a prova di celic*!

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Cornography – Per un pop-porn gluten free

Redenzione radicale

Non solo promuovi l’utilizzo di preservativi ecologici, per un sesso sicuro e vegano, non solo ti converti ai vibratori a energia solare (che però si spengono sul più bello): attrezzat* con polsini e gag-mouth in tessuto eco-friendly, sei pront* a sposare la causa di un BDSM cruelty free. Gasat* per la sensazionale scoperta, che ti fa sentire improvvisamente più vicin* a Madre Natura e a tutte le creature del cielo e della terra, cerchi di non sgarrare su nulla, di essere intransigente come un* ver* dominante e un* ver* veg-attivista; così facendo, però, entri immediatamente nel tunnel senza uscita della coerenza: quanti batteri si possono uccidere a colpi di frustino in ecopelle? E il gatto a nove code non soffre, povera bestia, a essere agitato così per l’aria?

Gender fluidity: fluido come il mare

Accantonata l’idea di un sadomasochismo vegetale e senza sofferenza, senti che la vera rivoluzione antispecista, antisessista, anti-capitalista e genderbender sta nel regno animale e, soprattutto, negli abissi marini.

La natura, infatti, ci ha regalato bellezze inestimabili e creature che sfuggono anarchicamente a ogni consuetudine: troppa meraviglia per non dare inizio un voyeurismo meno antropocentrico.

I pesci della famiglia delle Cirrhitidae sono ermafroditi capaci di passare da un gender all’altro a seconda del meteo. I pesci pappagallo si riservano almeno due opzioni alla volta, che non si sa mai, mentre gli intersessuali pesci pagliaccio attraversano le barriere della famiglia tradizionale, sperimentando la multi-genitorialità, poiché coinvolgono gli anemoni nella cura delle uova.

Ma il premio porno-romanticismo va alle rane pescatrici: gli esemplari di genere maschile hanno forma di semplici sacchetti di carne che si attaccano alle femmine e producono sommessamente sperma come unica attività autonoma, mentre la femmina sorseggia mojito. Vengono praticamente inglobati dall’amata durante l’accoppiamento, amata che può dedicarsi allo yoga o allo studio della fisica quantistica senza rinunciare a un atto sessuale duraturo. Il vero amore.

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Una rana pescatrice conversa con un pesce pagliaccio e un’amica di dimorfismo e intersessualità

Hai finalmente trovato la pace dei sensi nell’osservazione della natura.

Per un porno zen e pure un po’ punk.

Forever Young (Adult)

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Troppo giovane per le borse di studio per la ricerca indipendente, troppo vecchi* per quelle di studio-dipendente-dalle-date-d’esame. Tutto è sempre un nuovo inizio, ma all’ennesima volta che un’impiegat* statale ti tratta come un* 18enne al primo impiego il sorriso di circostanza si trasforma in una semiparesi che nasconde la voglia di rispondere davvero con la gestualità di un* 18enne.

Abbandonat* all’invio solitario di CV, cover letters, applications, portfoli, questionari, domande di ammissione, in cui racconti di avere una spiccata attitudine per lavoro in team, sviluppata probabilmente durante i pomeriggi passati a creare cori greci che infestassero i tuoi drammi (salvo poi sentirti dire che no, non c’è budget, niente coro, riduci e fai un monologo) resisti, abituat* all’idea che lo Stato per te non ci sia mai stato, che il welfare sia solo un inglesismo senza corrispettivo in italia(no), al fatto più o meno scontato che fino ai 35 sei una promessa, poiché prometti solennemente, davanti a IO, di lavorare sottopagat*, senza contributi, in salute e in malattia, finché vecchiaia non ti separi da* nuov* giovan*, scagliandoti dall’altra parte, quella delle promesse disattese.

Postmodern* a sufficienza per snobbare radici, tradizioni e presepi, ricerchi
un’identità (due identità, tre identità, quattro identità si dondolavano sopra il filo di una ragnatela, e trovando la cosa interessante…) in continua mutazione. Ascolti cantaut*i italian* indie rock che parlano di te (ma guadagnano sei volte tanto), della tua disillusione e del romanticismo al tempo della doppia spunta blu (come la metti con la faccenda del “non riconoscersi nell’opera d’arte?” Non si sa. Sei postmodern*, ed è la scusa per qualunque non-scelta).

Onicofagia e paura dell’ignoto come ingredienti essenziali della ricetta per il tuo personal branding: fai fatica a essere te stess* per svariate ore al giorno, tiri avanti grazie al giubilo dato dai 5 minuti di certezze quotidiani: l’identità autoriale è un’illusione, l’identità autoriale è una menzogna.

Non dormire, pensa, scrivi, sveglia, ancora 10 minuti, colazione sull’autobus, tè, scrivi, tè, pensa, tè, non perdere tempo, mangia, leggi, capitalizza, scrivi, pensa, chiedi, scrivi, fatti venire un’idea, fretta, pensa, fretta, frutta, tè, ama, non dormire, fatti venire un’idea per realizzare l’idea di prima, non sbuffare, mangia, sogna, gatte, glutei, shake, blog, twitter, bevi, bòia. Shh.

Young-Adult-Charlize-Theron

Immagini sia così che si diventi adult*: fare un lavoro che da bambin* non avresti potuto riassumere in una sola parola e fare finta di sapere come ci si comporta quando le cose brutte accadono anche a te, di colpo.
Facendoti sentire sol*, come un ananas in mezzo alla neve.

(Mentre ignori che anche tutt* gl* altr* hanno ben poche palme sulle quali abitare).

#Shottini Quantistici: La Weltanschauung del* Freak Lance part#2

Nel paludoso mondo de* creativ*, tra la certezza che la creatività ammazzerà l’arte e l’abbondare di ironia che sembra aleggiare intorno alle tipiche figure atipiche del mercato (brrr), tu, Freak Lance (in confidenza semplicemente FL), sguazzi nella melma del fare-fareinfrettaebene e del «Gradirei piuttosto trovarmi a un raduno di appassionat* di pantofole di flanella. Con in mano una birra analcolica. Calda.»

Freak Lance & creatività

Giochi con le parole tutto il giorno allo scopo di trovare qualcosa di vendibile. Poi alla sera sei così invischiat* nel trip che parli a suon di claim:

«Pensavo di preparare una frittata per cena. 700 mg di colesterolo, zero sbatta»«Vorrei uno spritz, grazie. Il rosso perfetto alla fine di una giornata di merda».

All’ennesimo payoff turistico che ti viene richiesto, lezioso e blasonato in stile:

Atlantide: sprofonda nel benessere

o

Triangolo delle Bermuda: la tua oasi di pace
Sarcasticamente abbozzi un «Eldorado: un incantesimo dischiuso fra i petali del tempo». «Splendido!» Esclama chi, a quanto pare, non ha mai visto Italia 1 a cavallo fra i due millenni.

Freak Lance & ilpostofisso

Mentre con riso amaro elenchi tutt* i simpaticon* che nella tua vita ti hanno trattat* come un’etern* 18enne al primo impiego, senti nell’aria una voce speranzosa come di nonna o figura simil-genitoriale a scelta: «Ma vedrai, questa sarà la volta buona!».
Che più che una promessa ti suona come una minaccia.

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We Go to the Gallery, Miriam Elia

 

La testa resta su una spiaggia poco popolata, fredda, frequentata da pinguini che ti scrutano con aria di sufficienza. I tuoi pensieri si accomodano su una sdraio, mentre sorseggi un Sex (sei già on the beach).

Allora, dov’eri rimast* con quel monologo?

#Shottini Quantistici: Cirinnà, libertà di coscienza e coscienza delle proprie libertà

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«Sia chiaro, ho tant* amic* coerenti eh. Per me possono pure sposarsi fra loro, se non danno fastidio ad altr*, ma…beh, non sono d’accordo che votino pure in parlamento: stiamo parlando delle vite dei bambin* e delle loro famiglie, eh!»

Che quando un* è sempre coerente, qualunque cosa capiti, “senza se e senza ma”, come recita un vecchio e stantio adagio, vuol dire che gli spunti, per tutta ‘sta coerenza, gli arrivano sempre e solo dalla stessa fonte.

E quando accade che il primo, minimo, tassello di civiltà richiesto a un paese normale, venga osteggiato in ogni modo, in nome non solo di bigotte assurdità ma anche di una discutibile, inflessibile “coerenza”, si crea un cortocircuito illogico e frustrante.

Il termine coscienza, dal latino conscientia, a sua volta derivato di conscire, cioè essere consapevole, conoscere, indica quel momento della presenza alla mente della realtà sulla quale interviene la “consapevolezza” che le dà senso e significato.

Libertà: Capacità del soggetto di agire (o di non agire) senza costrizioni o impedimenti esterni, e di autodeterminarsi.

Manca una coscienza della realtà e una consapevolezza di cosa sia un’opinione. Ché ci sono libertà che non hanno niente a che vedere con queste coscienze.

E tu lo sai che ci sarebbe da andare oltre una legge timida, oltre i diritti basilari, oltre la civiltà. Ci sarebbe da sovvertirla, questa modalità binaria, ci vorrebbero esplosioni e festose rivoluzioni.

Eppure, oggi, sarebbe bastato molto meno: sarebbe bastato l’indispensabile, per non incazzarti.

 

 

#Shottini Quantistici: La Weltanschauung del* Freak Lance part#1

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Elina Brotherus – Giraffe and Owl from Carpe Fucking Diem

Lavoro in team: a distopic experience.

La tua inadeguatezza alla vita da scribacchin* in affitto full time si evince dalle piccole, insormontabili sfide quotidiane.

Freak Lance & Cliente Alfa®

Freak Lance in trasferta da Cliente Alfa® fighettissim* in veste di copy/account/creativ*/la qualunque.
Un sex-appeal da riviera romagnola l* accoglie in giacchetta perfetta, taglio di capelli perfetto, occhiali stilosi da chissà quanti mila euro (perfetti). In pochi minuti * FL è in grado di irrorare il caffè offerto* su:

documenti sparsi
tavolo
il proprio maglione
i sopracitati occhiali, posati incautamente sul sopracitato tavolo.

Prima che Cliente Alfa® se ne accorga, * FL cerca di pulire un po’ tutto con la manica del sopracitato maglione. Sporcando ancora di più le lenti degli occhiali (sì, quegli occhiali da centordicimila euro).
Un* FL beve solo tè aromatizzato alla vaniglia, che non necessita di zucchero aggiuntivo da mescolare, che se ne sta buono nella sua tazza personalizzata e non salta fuori da una tazzina di carta al primo rimbalzo di una paletta usa&getta.

Freak Lance & giovialità

Un* FL è liet* di lavorare in un team, ma alcuni momenti mettono in luce la pretesa di condividere una precisa weltanschauung. Tale concezione del mondo propria degli esseri sociopatici esclude la visione di serie tv doppiate e reality show in cui la gente si umilia per un piatto di linguine alle bacche di goji: questa impossibilità di pacifica convivenza l* porta spesso e volentieri a desiderare un luogo di rifugio lontano dalla pausa pranzo condivisa.

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Freak Lance & creatività prêt-à-consommer

Un* FL ha capito, volente o nolente, di essere vittima di quel perfezionismo disadattativo, mix di narcisismo e ansia, tutt’altro che positivo, tutt’altro che lodevole e tremendamente intralciante del «Posso farlo meglio, posso farlo molto meglio e, sai che ti dico? mi sa che manco lo inizio, tanto potrei sempre farlo meglio!».
Perciò, mentre FL si crogiola nel proprio perfezionismo, indecis* se utilizzare la parola molto o optare per quell’indubbia sfumatura differente propria di tanto, gli ordini arrivano in forma di rassicuranti evergreen: fallo bene-fallo in fretta. «Emozionami. Per ieri.»

Per distopia si intende, in medicina, la dislocazione di viscere o di un tessuto dalla sua normale sede. * FL è indubbiamente un tessuto prelevato e impiantato in un altrove.

(P.S. * FL non è snob. Non del tutto, almeno. È solo cascat* con i suoi anfibi sporchi dentro una realtà immaginifica differente, in cui tutt* indossano i tacchi a spillo)