Bisessuale non è una parolaccia. Prove tecniche di scardinamento del pudore.

[Disclaimer: il seguente post possiede una dose di ironia molto personale e nessuna pretesa di esaustività. Che magari non c’è bisogno di dirlo, ma non si sa mai]

Bisessuale non è una parolaccia. Neanche pansessuale, eh. UH, GUARDA! UN UNICORNO! Ok, riproviamo.

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Bisessuale non è una parolaccia. Neppure una malattia. Neppure uno di quei disturbi che non sono una malattia, ma riguardano comunque qualcosa di fastidioso e ricorrente, tipo un eczema, un piede d’atleta o una vaginite; quelle cose che a scuola ci vai lo stesso, però che palle, cioè, meglio se non ce l’avevi. Bisessuale in realtà non è così. È tipo un paio di scarpe verdi, o un vaso di petunie. O una chioma di capelli ricci, o un giornale. O una persona. Ma probabilmente quel “sessuale” può trarre in inganno e far pensare a prudori continui. Ecco, bisessuale non indica una persona che, davanti a un bivio, si ritrova a non sapere da che parte andare, martellata dal pressante pensiero “sesso, sesso, sesso”. Si badi bene, non è che questa determinata cosa non possa capitare mai nel mondo. Alcune persone dimenticano improvvisamente come scendere le scale, altre trovano estremamente bello riempire le proprie mutande di formiche, altri si divertono a fissare il muro mentre si scaccolano. Tutto ciò è una figata, ma non delinea una categoria, ecco.

La persona bisessuale non è dunque un essere promiscuo per natura, amante dei festini sfrenati a base di ruhm e cocaina za zà. La persona bisessuale può anche, e dico anche, passare il sabato sera a guardare Una mamma per amica mentre beve birra e indossa il pigiama di flanella, e la domenica a guardare Chievo-Empoli mentre si da lo smalto sulle unghie.

La persona bisessuale sa distinguere, di norma, tra la destra e la sinistra, più o meno come la media delle persone. Solitamente, come Derek Zoolander, ha le proprie preferenze e i propri limiti rispetto al lato verso il quale rivolgersi. Si narra di una persona bisessuale residente in provincia di Cuneo che una volta nel ’94 abbia votato Forza Italia, ma non abbiamo dati certi in merito.

La persona bisessuale mangia carne, la persona bisessuale è respiriana, la persona bisessuale è astemia, la persona bisessuale vive in periferia, la persona bisessuale non si perde un vernissage nella nuova galleria in via mazzini 82 neanche quando piove fango.

E così via. Esercizi di fine unità:

La persona bisessuale:

a. è una creatura mitologica che ama sia Star Wars che Star Trek
b. è un* super hero con il potere dell’invisibilità
c. è un pony
d. è una cattedrale gotica
e. una persona che non ha capito i sensi unici

(Un aiutino. Era la B.)

Se la parola “omosessuale” si è liberata dello scomodo suffisso pieno di S, difficile a pronunciarsi per romagnol* e persone affette da sigmatismo, declinandosi in forme che non fanno un continuo riferimento alle scabrose zozzerie, quanto piuttosto a isole greche o a sinonimi di felicità, le persone bisessuali sguazzano ancora in un guano laido e torbido, additato talvolta come un guano di indecisione e ipocrisia. Invece, le persone pansessual… UH! UN DODO! mmh, ok.

dodo

A tal punto, potrebbe risultare utile ai più un elenco sostitutivo di nomi meno sordidi.
Sbizzarrirsi con la fantasia è lecito: in fondo, si sta parlando davvero di qualcosa che esiste? Tra i primi nomi possibili:

  • Giani: dal mitico Giano Bifronte, in onore del dio che si muove sempre, che parte da se stesso e a se stesso ritorna. Come qualcun* che va in giro a rimorchiare, ma viene considerat* troppo gay o troppo etero, e deve, pertanto, tornarsene a casetta propria. Il nome più gettonato perché destinato a diventare: Gianni, un nome di cui puoi fidarti.
  • BIAdesivy: dal celebre nastro bi-adesivo. Ma con la Y, per fare più international.
  • Ambid: traslato da ambidestr*, tuttavia modificabile in quanto troppo simile a “ambiguo”
  • Hey!: questo è proprio bello. Immaginate, un esercito di “Hey!”, pronto a tutto pur di attirare l’attenzione sulla propria pacifica esistenza. Immancabile l’inno dei Chemical Brothers “Hey Boy, Hey Girl”. Il punto esclamativo si pronuncia, non è muto.

Insomma, le idee per degli affettuosi nomignoli meno disturbanti non mancano. I diminutivi nemmeno: in tal modo si eviterà di incappare in uno scomodo susseguirsi di S, come quando si abbrevia “Alessandro” in “Ale”. Stessa cosa avviene per l’eterosessuale: sdraiarsi su un breve e risoluto “etero”, chiudendola lì sulla faccenda del sessuale, non ha prezzo. È dunque lecito riferirsi alla persona bisessuale con un Bi di cortesia. Sarà facile ricordarlo pensando come suona la traduzione inglese del verbo essere o, in alternativa, alla seconda lettera dell’alfabeto. Attenzione: lasciate perdere la beta: si tratta di una condizione, spesso, non provvisoria. Insomma, è proprio una B.

Esistono una serie infinita di aggettivi attribuibili alla persona Bi: alta, magra, autoritaria, giovane, distratta, indisponente, gentile, svedese. Perfino asessuale (binomio facilmente ricordabile con le lettere AB). O pansessuale, che non è proprio il contrario di asessuale; si narra che esistano persone pansessuali asessuali ma pan-estetiche e/o pan-romantiche (che poi non è il nome di una nuova merendina del mulino bianco, però potrebbe esserlo). Se il pan- risulta imbarazzante, vuoi per l’accostamento con quel dio caprino molesta-ninfe, vuoi per il cibo che evoca a base di frumento, è possibile un’alternativa gluten-free altrettanto deliziosa: pomosessuale. Designa una sessualità inclusiva e post-moderna a base di mela della val di Non. Gnam.

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Don’t panic, BI PAN. Tre brevi liste strettamente personali.

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Recentemente c’è stato il primo compleanno di Feynman on the Beach. Più precisamente, il 14 settembre. Ma Feynman ha un* genitore numero 1 snaturat*, un* di quell* che pensano «Sì, vero, devo fare il regalo a Feynman, che fra un po’ compie gli anni» e invece poi hanno sempre qualcosa di più urgente da fare: lavorare, limarsi le unghie, procrastinare, combattere il sistema, fare la lavatrice, lavorare, preparare un mojito DAVVERO sbagliato, ecc.

Il problema è che ogni volta che SI SA di dover fare qualcosa ma la si rimanda, la cosa in questione si placa, ma solo per un periodo di tempo limitato: minuti, ore, giorni. È come avere fame ma cercare di resistere, poi mangiare un pezzo di crackers e dire «Bene, ho risolto, ora posso tornare al mio tutorial Diventa anche tu graphic designer in 10 mosse». Poi, dopo 10 minuti, mangiarsi le unghie e avere un’altra mezzora di quiete. Poi sentire i crampi dell’autodigestione e fiondarsi sugli avanzi della pizza del giorno prima, divorandoli in meno di tre secondi. Poi sedersi e avere ancora fame.

Rileggendo il paragrafo appena scritto, è piuttosto ovvio che quello appena fatto non è un esempio calzante, ma solo una digressione tipica di chi convive sia con un ADHD che con una fame ossessivo-compulsiva. L’esempio calzante sarebbe, piuttosto, quello di chi si è iscritto in giurisprudenza ma non riesce a dare il primo esame. E un bel giorno, stanc* delle domande di amici e parenti, dichiara trionfante di aver preso 30. «Tanto ho un’intera sessione per darlo davvero!». Poi gli esami diventano due, tre, quattro, e le sessioni vanno avanti. L* studente* quasi ci prende gusto a inventare colloqui mai avvenuti (cioè, ma vuoi mettere? Ricevere complimenti e sguardi soddisfatti piuttosto che minacce di tagli ai fondi). Così la cosa va avanti, diventa enorme, come le lanette di polvere che si accumulano negli angoli quando non si rispetta il proprio turno di pulizia; va avanti, cresce e, come la sorella scema nascosta da Stephanie Forrester in soffitta, comincia a gridare per la fame e la voglia di uscire allo scoperto. Fino al giorno della finta laurea, in cui ormai non si può più tornare indietro, tanto indietro nel tempo, fino al primo anno e ammettere «No, non l’ho mai dato ‘sto cazzo di esame, mi fa schifo giurisprudenza, io volevo fare il fioraio, volevo fare» e si è costretti a andare dritt*, a testa alta incontro al mostro di fine livello: la figura di merda Pro.

Ecco, qui sulla spiaggia un po’ di esami sono stati saltati, ma tu vedi di porvi rimedio prima dell’irreparabile. Con finto orgoglio potresti dichiarare che hai colto ogni buona occasione per stare zitt*: femminicidi, #fertilityWTFday, casi orrendi di slutshaming e revenge porn, #fertilityWTFday vol. II, operai* brutalmente uccis* dalla “strada”, cyberbullismi… E invece no: la realtà è che gridavi, ma soffocavi la rabbia, incapace di farla uscir fuori così, a caldo, sotto forma di discorsi sensati o utili (e sì che trovare le parole nonostante le emozioni e in virtù delle emozioni dovrebbe essere il tuo mestiere).

Volevi raccontare dell’estate, resa un periodo accettabile e carino dalla visita in sLOVEnia, di LAputa, della tua geografia sentimentale da #MyPersonalSUD, e dei parallelismi con l’amata scrittrice d’infanzia, che sembra scrivere per te adult* e che trasforma LAputa in Donora, strizzandoti l’occhio ogni poche pagine.

Ma no: ora sei un* freelance, lancia libera, in picchiata libera, e questo lascia meno tempo ai (re)flussi di coscienza on the beach.
Per cui, farai ciò che si fa quando ci si sente in errore ma si hanno dei buoni propositi: una bella lista. Anzi, tre:

Lista delle cose che accadono

  • cambiamenti lavorativi ai quali si fa fatica a star dietro. Per cui, meglio provare a starci sempre davanti
  • nuove creature, belle e ultra-demanding, rosa e vapo-rose (sorry again, Feynman, vai ai giocare sulla spiaggia, genitore numero 1 c’ha da fare)
  • un inspiegabile impulso che spinge verso la narrativa (la narrazione persiste, ma questa forma non te l’aspettavi) e le kettlebell (da brav* post-modern* riesci a trovare una connessione fra le due cose)
  • lettura in corso di una super inspiring Lena Dunahm, stavolta in versione romanziera ( Con lei è sempre un po’ come guardarsi allo specchio. Un sempio? Pagina 65: «I don’t think I met a Republican until I was nineteen». Ecco, appunto.)

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Lista delle cose che accadranno a breve

  • visita a un nuovo pianeta. E relativo reportage: “Tokyo: a guide for snobbish, geeky, arty people who don’t give a f**k about all those trivial and tourist-stuff” coming soon
  • coaching, di nuovo e finalmente. Oh, grande amore per la didattica!

Lista delle cose che vorresti

  • vorresti che la voce non ti si strozzasse in gola davanti a ogni bullismo, davanti allo slut shaming, davanti al body shaming. E se proprio deve, pazienza per la voce, che si muovano le gambe
  • vorresti parlare con fermezza e intelligenza di ciò che ti sta a cuore, dei privilegi e delle uguaglianze. E che questo stesso spazio virtuale possa essere, umilmente, luogo di reale accoglienza
  • vorresti il dono della sintesi, va bene anche usato, non sei schizzinos*
  • vorresti, insomma, sempre le parole giuste. L’arma per combattere ciò che c’è di ingiusto
  • vorresti più «si può fare!» e meno: «bel progetto, ma non c’è budget perché il FUS [fondo unico per lo spettacolo, n.d.r.] ha deciso che non sa quanti soldi dare ai teatri, alle residenze artistiche e alle persone che a quanto pare dovrebbero fare le cose per la gloria»

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Così, al grido di SI PUò FARE,  un messaggio di positività e un augurio, che oggi, badabèn, è la Giornata Mondiale della Bisessualità e Pansessualità: Don’t worry, BI HAPPY (+ un personalissimo/politicissimo: don’t panic, BI PAN! ♥ )