«Una ragazza con problemi di femminismo».

(a una certa, o ti incazzi o scrivi).

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Vorresti fare con le parole ciò che qualunque gruppo indie – o synth pop, o sperimentale a suon di chitarre acustiche e voci roche) fa con le canzoni dozzinali: prendere qualcosa di confezionato, di conosciuto e riconosciuto, e ripensarlo, rivomitarlo in una nuova veste (più furba, più spoglia, apparentemente più colta, sicuramente più rivelatrice). Non abbellire, ma ricreare, partendo da un materiale assolutamente conosciuto.

Ma poi guardi ciò che ha scritto Miranda July e ti domando cosa ci sia più da scrivere al mondo, se al mondo ha già scritto lei (un po’ esageri, ma è la fase dell’innamoramento). Le parole sono già così nude che verrebbero subito smascherate.

Ammiri il coraggio di chi sceglie un’idea e la porta fino in fondo, senza provare a stupire, senza arricchire nulla. È ciò che vorresti fare con la scrittura, ma non solo: è ciò che vorresti fare con le idee: avere almeno l’audacia di guardarle in faccia. Ti si potrebbe dire “brav*” anche solo per questo, potresti dirtelo da sol*, per una volta saresti cert* di non scambiare l’autostima (e l’autovalutazione) con l’arroganza (e la presunzione).

Passi il tempo a difendere le idee senza poi, non dico andarci a letto, ma almeno titillarle quel tanto che basta per un «sì. stasera sto con te». Più le difendi più sei esaust*, per quanto nella lotta abbia scoperto una resistenza che non credevi tua (che ti rende esausta, anche se ti procura timid* alleat*). Di colpo ti ritrovi in avanguardia: tu che non vuoi prenderti la responsabilità neppure di una pianta grassa.

Hai già redatto altrove (dove scrive un’altra versione di te, quella professionale. Diresti che sei la sua nemesi, se foste solo in due) il dizionario delle parole fraintese: lo hai rubato a Kundera, che nel romanzo che tutt* abbiamo letto alle superiori, elencava i concetti travisati che rendevano impossibile la comunicazione fra due amanti. Se solo i due si fossero degnati di abbandonare il peso delle storie precedenti, e utilizzare l’ormai noto per ricreare un nuovo condiviso, avrebbero avuto meno problemi a comprendersi. Ostinati a utilizzare il vecchio per descrivere il nuovo, destinati a non incontrarsi (in realtà, poveri personaggi: era l’autore un gran nostalgico- o un gran furbo: sapeva che qualunque elenco fa subito poesia).

Le definizioni ci obbligano a imbrigliarci in maglie, talvolta larghe, talvolta scomode: sono però una via sbrigativa e spesso efficace per provare a dirsi qualcosa e perfino a capirsi, senza volersi riferire eternamente a una rimpianta storia finita. Sono icastiche, spesso tagliate con l’accetta, ma possono salvare relazioni interpersonali e amorose, lavorative e occasionali, tè pomeridiani e ritrovi serali davanti a un film.

Ti senti constantemente incompres*, questo è un dato di fatto. Che sia solo un periodo o una condanna perenne (partorirai con dolore, ti sentirai sempre inadeguat*, avrai sempre fame… quelle lì), poco importa. Sommato all’aggressività di chi sente costantemente in dovere di sgomitare, il mix è letale quel tanto che basta per non dare il giusto peso alle cose (e arrabbiarsi. E sì. E, uffa, sì).

Così, hai deciso che per provare a mettere a frutto la frustrazione del non farti capire, dovevi almeno provare a condividerlo, un po’ di vocabolario frainteso. Proverai a farlo senza pedanteria: ché se un elenco fa subito poesia, un elenco di definizioni fa subito prosa adolescenziale tipo “manuale di un@ teen ager sgraziat@ dalla a alla z” (l’adultità, ma che brutta, bruttissima cosa).

[Questo atto risponde un po’ a quel: “Dovresti proprio scriverne, sai?”. Ma scrivere è un mestiere, non c’è alcuno sfogo nel farlo, così come non c’è mai qualcosa di fine a se stesso. Eppure, c’è qualcosa di definitivo nel voler fissare ciò che risulta sincopato altrove, qui, nello spazio “safe”, il luogo sicuro a cui fare ritorno quando tutto il resto è occupato. Il luogo che già di per sé ha torto.]

Però dicevi, non pedante; dunque uno schiaffo e una carezza: per ogni definizione *tuttatua* una parola nuova e bellissima.

Definizione *tuttatua*: femminismo. Cosa è? (Cosa non è?)

A volte passi il tempo a chiarire cosa il femminismo non è (per te). Provi invece qui a dire cosa è (per te-non lo ripeterai, è sottinteso): chi si definisce quasi solo con dei ^non^ sa bene quanto, alla lunga, possa esser faticoso (e anche, dai, poco creativo). Femminismo è guardare oltre il proprio naso, sia esso gobbo, all’ingiù, all’insù. È cercare di scavalcare i confini, è mettersi nei panni scomodi degl* altr*. È valutare l’esistenza altrui, anche quando non si aveva proprio idea che un’esistenza tanto differente dalla tua potesse esserci. È riflessione e rivoluzione, è resistenza e ironia, è movimento e silenzio. È ascolto. È aprire gli occhi su prospettive che non si pensava di poter avere, è il sé e l’altro da sé, è consenso e rispetto. È *amore*, in ogni forma, ma molto di più è ^innamoramento^. È cultura molto più che natura, è un divenire molto più che nascerci, è empatia molto più che sacralità, è un allearsi molto più che dividersi. È fare un casino di sbagli, anche goffi e cretini. È umiltà da aggiungere a sacchetti ogni dì. È voglia di imparare ogni giorno, è desiderio di mettersi in discussione. È forma e contenuto, è linguaggio e azione. È volontà. È ascolto. È inclusione. È un processo, una direzione, una tendenza. Una ramificazione, una sovrapposizione, spesso caotica. È un’affermazione; è, spesso, una negazione. È una contraddizione che prova a rimescolare le carte.

Ma soprattutto: è quella cosa che al “ma figurati, io la penso già così, perché mica c’è differenza, per me, siamo tutte persone” risponde con “Ok, favolosssso, però it’s not about you e ciò che penzi, it’s about come il mondo funziona per tutte queste persone che dovrebbero essere ugualissime ma, di fatto, non lo sono-ancora.”

privilegio

Indissolubilmente connesso con il concetto di intersezionalità, una parola con troppe sillabe per essere pronunciata senza smaronarsi ogni tre per due:

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Bob, il triangolo a strisce: o di come le oppressioni siano tutte interconnesse e non possano essere risolte separatamente.

Il femminismo ultimamente lo avevi visto un po’ malconcio, un po’ sottotono. Ma ha detto che sta facendo una cura a base di ginseng e pappa reale e, ciò, guarda, ti dico: a me ora mi pare proprio che stia una favola.

Per chi è stat* così meravigliosamente meravOglios* da leggere fino a qui, come promesso, una parola bellissima che hai appena imparato, in omaggio:

Grancipòrro: o Cancer pagurus, granchio commestibile, che può raggiungere notevoli dimensioni. In senso figurato: errore madornale, strafalcione: «Ho proprio pigliato un granciporro

Don’t panic, BI PAN. Tre brevi liste strettamente personali.

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Recentemente c’è stato il primo compleanno di Feynman on the Beach. Più precisamente, il 14 settembre. Ma Feynman ha un* genitore numero 1 snaturat*, un* di quell* che pensano «Sì, vero, devo fare il regalo a Feynman, che fra un po’ compie gli anni» e invece poi hanno sempre qualcosa di più urgente da fare: lavorare, limarsi le unghie, procrastinare, combattere il sistema, fare la lavatrice, lavorare, preparare un mojito DAVVERO sbagliato, ecc.

Il problema è che ogni volta che SI SA di dover fare qualcosa ma la si rimanda, la cosa in questione si placa, ma solo per un periodo di tempo limitato: minuti, ore, giorni. È come avere fame ma cercare di resistere, poi mangiare un pezzo di crackers e dire «Bene, ho risolto, ora posso tornare al mio tutorial Diventa anche tu graphic designer in 10 mosse». Poi, dopo 10 minuti, mangiarsi le unghie e avere un’altra mezzora di quiete. Poi sentire i crampi dell’autodigestione e fiondarsi sugli avanzi della pizza del giorno prima, divorandoli in meno di tre secondi. Poi sedersi e avere ancora fame.

Rileggendo il paragrafo appena scritto, è piuttosto ovvio che quello appena fatto non è un esempio calzante, ma solo una digressione tipica di chi convive sia con un ADHD che con una fame ossessivo-compulsiva. L’esempio calzante sarebbe, piuttosto, quello di chi si è iscritto in giurisprudenza ma non riesce a dare il primo esame. E un bel giorno, stanc* delle domande di amici e parenti, dichiara trionfante di aver preso 30. «Tanto ho un’intera sessione per darlo davvero!». Poi gli esami diventano due, tre, quattro, e le sessioni vanno avanti. L* studente* quasi ci prende gusto a inventare colloqui mai avvenuti (cioè, ma vuoi mettere? Ricevere complimenti e sguardi soddisfatti piuttosto che minacce di tagli ai fondi). Così la cosa va avanti, diventa enorme, come le lanette di polvere che si accumulano negli angoli quando non si rispetta il proprio turno di pulizia; va avanti, cresce e, come la sorella scema nascosta da Stephanie Forrester in soffitta, comincia a gridare per la fame e la voglia di uscire allo scoperto. Fino al giorno della finta laurea, in cui ormai non si può più tornare indietro, tanto indietro nel tempo, fino al primo anno e ammettere «No, non l’ho mai dato ‘sto cazzo di esame, mi fa schifo giurisprudenza, io volevo fare il fioraio, volevo fare» e si è costretti a andare dritt*, a testa alta incontro al mostro di fine livello: la figura di merda Pro.

Ecco, qui sulla spiaggia un po’ di esami sono stati saltati, ma tu vedi di porvi rimedio prima dell’irreparabile. Con finto orgoglio potresti dichiarare che hai colto ogni buona occasione per stare zitt*: femminicidi, #fertilityWTFday, casi orrendi di slutshaming e revenge porn, #fertilityWTFday vol. II, operai* brutalmente uccis* dalla “strada”, cyberbullismi… E invece no: la realtà è che gridavi, ma soffocavi la rabbia, incapace di farla uscir fuori così, a caldo, sotto forma di discorsi sensati o utili (e sì che trovare le parole nonostante le emozioni e in virtù delle emozioni dovrebbe essere il tuo mestiere).

Volevi raccontare dell’estate, resa un periodo accettabile e carino dalla visita in sLOVEnia, di LAputa, della tua geografia sentimentale da #MyPersonalSUD, e dei parallelismi con l’amata scrittrice d’infanzia, che sembra scrivere per te adult* e che trasforma LAputa in Donora, strizzandoti l’occhio ogni poche pagine.

Ma no: ora sei un* freelance, lancia libera, in picchiata libera, e questo lascia meno tempo ai (re)flussi di coscienza on the beach.
Per cui, farai ciò che si fa quando ci si sente in errore ma si hanno dei buoni propositi: una bella lista. Anzi, tre:

Lista delle cose che accadono

  • cambiamenti lavorativi ai quali si fa fatica a star dietro. Per cui, meglio provare a starci sempre davanti
  • nuove creature, belle e ultra-demanding, rosa e vapo-rose (sorry again, Feynman, vai ai giocare sulla spiaggia, genitore numero 1 c’ha da fare)
  • un inspiegabile impulso che spinge verso la narrativa (la narrazione persiste, ma questa forma non te l’aspettavi) e le kettlebell (da brav* post-modern* riesci a trovare una connessione fra le due cose)
  • lettura in corso di una super inspiring Lena Dunahm, stavolta in versione romanziera ( Con lei è sempre un po’ come guardarsi allo specchio. Un sempio? Pagina 65: «I don’t think I met a Republican until I was nineteen». Ecco, appunto.)

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Lista delle cose che accadranno a breve

  • visita a un nuovo pianeta. E relativo reportage: “Tokyo: a guide for snobbish, geeky, arty people who don’t give a f**k about all those trivial and tourist-stuff” coming soon
  • coaching, di nuovo e finalmente. Oh, grande amore per la didattica!

Lista delle cose che vorresti

  • vorresti che la voce non ti si strozzasse in gola davanti a ogni bullismo, davanti allo slut shaming, davanti al body shaming. E se proprio deve, pazienza per la voce, che si muovano le gambe
  • vorresti parlare con fermezza e intelligenza di ciò che ti sta a cuore, dei privilegi e delle uguaglianze. E che questo stesso spazio virtuale possa essere, umilmente, luogo di reale accoglienza
  • vorresti il dono della sintesi, va bene anche usato, non sei schizzinos*
  • vorresti, insomma, sempre le parole giuste. L’arma per combattere ciò che c’è di ingiusto
  • vorresti più «si può fare!» e meno: «bel progetto, ma non c’è budget perché il FUS [fondo unico per lo spettacolo, n.d.r.] ha deciso che non sa quanti soldi dare ai teatri, alle residenze artistiche e alle persone che a quanto pare dovrebbero fare le cose per la gloria»

si-puo-fare

Così, al grido di SI PUò FARE,  un messaggio di positività e un augurio, che oggi, badabèn, è la Giornata Mondiale della Bisessualità e Pansessualità: Don’t worry, BI HAPPY (+ un personalissimo/politicissimo: don’t panic, BI PAN! ♥ )

 

My personal Nerdom part #1. Some like it geek

The Other Side, Jorge Pérez Higuera
The Other Side, Jorge Pérez Higuera

“Mandami un abstract, un curriculum più discorsivo, due righe SU DI TE”

Ti chiedono di definire te stess*, di raccontarti.
Cosa hai mai da dire su di te?
Un po’ come Alice in Wonderland davanti al fumoso Caterpillar, you “hardly know, sir, just at present.”. Perché sai di esserti trasformat* tante di quelle volte che non puoi più descriverti come avresti fatto anche solo un anno fa.

Stacchi gli occhi dalla pagina che resta bianca in attesa di queste “2 righe”, accendi il bollitore e ti tuffi nel terzo tè alla vaniglia del pomeriggio.
Ti chiedono periodi certi, di quelli che terminano con un bel punto, quando tu ne avresti solo di interrogativi, e rispondono con vaporosa genericità quando sei tu a far domande (con tua grande, tangibile fatica).
Sei in dubbio sulla tua identità, su ciò che ti piace e su ciò che invece ti annoia. A chi ti chiede “che cosa fai… intendo, nella vita?” dai una risposta slabbrata, preceduta da una serie di mugolii, balbettii, occhi che roteano. “Ma, sai, ho dei dubbi anche su questo”. L’interlocutore solitamente storce il naso e lascia perdere, quando non rincara la dose con un: “Ma come! Dovresti dirlo con un po’ più di convinzione!”.
Hai imparato solo di recente che avere dubbi non è una condizione riservata a chi, come te, alberga nell’indecisione, ma è anche (e soprattutto) il presupposto di base di chiunque segua un pensiero scientifico.
E se è vero che questo è scritto sulla brochure che ti danno all’ingresso della fiera dell’ovvio, è anche vero che quando te l’hanno data eri distratt*, probabilmente intent* a scoprire faccine tra i buchi nell’intonaco. E poi, di certo, con quella brochure ci hai fatto una barchetta che hai regalato alla prima faccia simpatica incontrata per strada.
Dunque, se pur in ritardo, ti ritrovi sulla strada del dubbio, in compagnia di chi lo esalta e lo elegge a spirito guida (mentre storce naso e bocca davanti alla parola “spirito”).
In compagnia di chi ti rivela mondi inesplorati e accende lucine e lampadari su concetti del tutto nuovi. Apri gli occhi per la prima volta, quegli occhi monotematici, viziati e snob, drogati di performing art.

Ed ecco il nerdom.

Dal basso della tua ignoranza credevi che il “nerdom” fosse una sorta luogo dell’anima: a metà strada tra un pensatoio e un’enorme emporio. Pensavi avesse anche qualcosa del buco nero, perché nella tua testa il nerdom è minaccioso: ingoia, fagocita e distorce.
Invece salta fuori che la definizione di nerdom non è altro che: l’attitudine, il comportamento di un nerd. O, ancora meglio, il fatto stesso di essere nerd.
E qui capisci che ancora una volta pecchi di ingenuità: il segreto del suo significato sta tutto nell’anagramma, o negli anagrammi:

1)normed: conforme a una norma, a una regola.
Avendo passato adolescenza e giovinezza tra centri sociali e aule occupate stai già canticchiando “conforme a chi? conforme a cosa?”.
The gloomy no. Non ha mai sentito parlare dei CCCP, ma in compenso scuote la testa con desolazione se chiedi ingenuamente: “Che cos’è la Morte Nera?”.
Sì, ci sono delle regole, delle norme di base e tu le ignori tutte, piccol* anarcoide.

2)modern: e, no, qui non ci si riferisce a quel genere di danza che fa tanto palestra anni ’90, ma a un’ esaltazione della modernità, della tecnologia, addirittura a una fiducia nel futuro.
Tutto questo è nuovo per te, ma allo stesso tempo combacia perfettamente con la tua ossessione per il contemporaneo, per ciò che esprime lo zeitgeist e guarda oltre. Curioso come tali concetti siano vicini a quel che cerchi nell’arte.

Fai caso anche alle ultime tre lettere, “dom”, e questo ti basta per intuire che, per definizione, il nerd ha già vinto, comanda, sta sopra.
Perché è metodico. Perché ogni cosa è una missione da portare a termine con successo, che si tratti di una campagna di Sails of Glory o di gratificanti preliminari. E le missioni non sono roba da fanalini di coda.

Tu non hai mai visto Star Wars.
Non hai mai letto un manga.
Confondi Legolas con Lex Luthor.
Ma, improvvisamente, hai voglia di raccontarlo, questo nerdom sconosciuto, per come appare agli occhi di un* scribacchin* con la fissa del teatro sperimentale.
Perché, tra tutte le cose che hai capito troppo tardi, c’è anche questa: una passione totalizzante divora e non lascia spazio ad altro. Una passione che si nutre di altre passioni, idee e visioni, crea spazi infiniti, cambia stato, si evolve. E ti illudi di poter essere come l’universo: in espansione.

Torni al pc, la pagina non è più bianca. Il neologismo “kofkoocqcceeewwceeeeeewwcwef” si pavoneggia in tutto il suo Times New Roman 12: dei piccoli gnomi morbidi e giallognoli passeggiano incuranti sulla tua tastiera. Li scacci via con la mano, non è tempo di giocare. O forse sì: indugi in loro compagnia, mentre le dita saltellano e provano ad acchiapparli; dopo torneranno a consumarsi, a stancarsi, a ingegnarsi per scrivere vita morte e curriculum. Ma ora hanno una missione da compiere.