Da vicino, nessun* è normale. Per fortuna

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Xavier Le Roy in Self-Unfinished. Photo by Katrin Schoof.

 

Disclaimer: i fatti narrati sono frutto di pura fantasia. Oppure no. Decidete voi.

A sei anni ti sono cresciute due noccioline pesanti come macigni dove avrebbe dovuto esserci solo un paesaggio piano e due ridicoli capezzoli a solo scopo illustrativo.

A sette, due germogli sotto le ascelle: giocavi a palla avvelenata con i gomiti stretti contro il torace, prima di prendere coraggio e dichiarare che volevi estirparle, quelle piantine precoci.

A nove: i primi strappi violenti, ché da dove vieni tu, a LaPuta, ci si fa la ceretta ancor prima di fare la prima comunione (anche se tu sei stat* lasciat* consapevolmente senza battesimo). Qualche anno dopo, il primo bacio umido e impacciato, a bocca spalancata, con il rischio di prendersi a dentate sugli incisivi.
Lo stesso anno, il primo insulto.

A tredici, l’esilarante incontro con l’ipocondria top level: l’allora ministr* Mo’ Ratti aveva fatto distribuire nelle scuole degli opuscoli degni del migliore film horror: droga, alcol, malattie veneree, invasione zombie. Il tutto buttato sui banchi, senza uno straccio di spiegazione o di discussione allegata.

Grasse risate accompagnarono la lettura dei velati inviti all’astinenza «perché, ricorda: dalle ferite del cuore non si guarisce», qualche risata in meno coinvolse l’attenta disamina delle malattie sessualmente trasmissibili.

Gli orrori si facevano largo fra le pagine dalla grafica fumettosa (fatta appositamente per apparire giovane, e dunque più vicini ai giovani interlocutori).

Qualcosa di particolarmente mostruoso attirò la tua attenzione: protuberanze e condilomi di varie forme e dimensioni, causati da un virus, che si manifestano dentro la vagina. Trasmissibili con rapporti sessuali, anche incompleti, o attraverso i BAGNI PUBBLICI.

Bagni pubblici.

Non riuscisti a andare oltre, e ancora oggi hai un vago senso di vertigine e nausea al pensiero.

Seguirono paranoie e controlli, nella convinzione di aver sicuramente contratto il detestabile virus. «Sono Anormale, la mia forma è Anormale».

Seguirono pianti notturni e un’irrevocabile, matura decisione: «Genitrice, io voglio andare dal ginecologo». (Le professioni mediche hanno sempre l’articolo determinativo davanti: come se già esistessero, da sempre, nella nostra vita, delle persone inequivocabili che ricoprono quei ruoli. «Stai male, perché non vai DAL medico?» «I tu* bambin* sono DAL pediatra?». Generalmente, declinati al maschile.)

Fosti criptic*, nel tuo lapidario annuncio. Al che, tua madre ebbe un sussulto malcelato. Seguì un dialogo un po’ Goldoniano, ricco di a parte:

LEI: «Cosa è successo?» [«Imbecille, hai forse avuto rapporti non protetti e ora hai un ritardo? Devo ucciderti?»]

TU: «Niente, voglio solo andare dal ginecologo» [«Devo aver preso una malattia perché sono molto stran*, Anormale. Lo dice il libretto del Ministero»]

LEI, ostentando una gran calma: «Ok, va bene, ti prendo un appuntamento. Però dimmi cosa hai fatto» [«Non prendo nessun appuntamento, tanto alla fine di questa conversazione sarai mort*»]

TU: «Mi sa che ho una malattia» [«Muoio! Sto per morire! E tutto per colpa di un bagno pubblico!»]

LEI: «Hai avuto rapporti non protetti?» [«Conto fino a tre, poi esplodo, giuro»]

TU: «No!» [«Ma credi che sia così scem*?! È colpa dei bagni pubblici, quei luoghi mortali!»]

LEI, perdendo progressivamente l’aplomb: «E che malattia sarebbe? E come diavolo l’avresti presa???» [«L’avevo sorpravvalutat*, pensavo fosse incinta. Invece è solo molto confus* e con un QI evidentemente molto basso»]

TU: «Questa! [le cose brutte non si nominano, come Voldemort] Nei bagni pubblici!», sbattendole in faccia l’opuscolo con una bella orecchia sulla pagina incriminata

LEI, provando a trattenere le risate: «… condilomi? Cioè… ma non è che ti confondi con il clitoride?» [«Poverett*, bisogna proprio spiegar* l’ABC…»]

TU:     -_-
[ «Non è mica così grande, e comunque lo frequento da tempo immemore, so riconoscerlo»]

LEI: «Io non capisco. Bagni pubblici… cioè, come cazzo hai fatto?» [«Non ti ho insegnato davvero nulla, eh»]

TU: «In che senso?» [«Già, in effetti, come diavolo ho fatto?»]

LEI: «Insomma… tu vai nei bagni pubblici e poggi la fica direttamente sul cesso???»

TU: «NO!!! Ma per chi mi hai pres*!» [«Ah. Intendevano quello. Pensavo fosse tutto dovuto alla malsana aria dei bagni pubblici»]

LEI: «E allora!!!» [«Ok, qualcosa ti ho insegnato. Ma sul concetto di rapporto causa-effetto c’è ancora tanto da lavorare.»]

Alla fine dal* ginecolog* ci sei stat*, e non avevi nulla. «Sei solo fatt* così. Il tuo corpo è fatto così, non è Anormale. Siamo tutt* divers*».

Negli anni hai continuato ad avere dei rapporti conflittuali con il concetto di normalità e, ancor prima, con il concetto di norma; con il concetto di forma corporea “normale”, con l’ identificazione in uno standard e l’adesione a un modello.

Speri che, ad oggi, non si schiaffino più sui banchi libercoli terroristi che invitano all’astensione e non spiegano nulla. Speri che se ne parli, della diversità e dell’uguaglianza, ché le due cose non sono in contrasto, se ben argomentate.
Speri che si parli di interstizi e di spazi liminali, non di ferite del cuore, di bellissime scale di grigi, tra i bianchi e i neri, non di normatività.

Guardi un muro di mattonelle; un* esserin* blu, sedicenne e saltellante, ti spiega come raggiungere il luogo X: attraverso sentieri tortuosi, domande aperte, cerchi concentrici di energia, cadute, rimbalzi. Non sembra interessat* alla normalità. E ha ragione.

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My personal Nerdom part #1. Some like it geek

The Other Side, Jorge Pérez Higuera
The Other Side, Jorge Pérez Higuera

“Mandami un abstract, un curriculum più discorsivo, due righe SU DI TE”

Ti chiedono di definire te stess*, di raccontarti.
Cosa hai mai da dire su di te?
Un po’ come Alice in Wonderland davanti al fumoso Caterpillar, you “hardly know, sir, just at present.”. Perché sai di esserti trasformat* tante di quelle volte che non puoi più descriverti come avresti fatto anche solo un anno fa.

Stacchi gli occhi dalla pagina che resta bianca in attesa di queste “2 righe”, accendi il bollitore e ti tuffi nel terzo tè alla vaniglia del pomeriggio.
Ti chiedono periodi certi, di quelli che terminano con un bel punto, quando tu ne avresti solo di interrogativi, e rispondono con vaporosa genericità quando sei tu a far domande (con tua grande, tangibile fatica).
Sei in dubbio sulla tua identità, su ciò che ti piace e su ciò che invece ti annoia. A chi ti chiede “che cosa fai… intendo, nella vita?” dai una risposta slabbrata, preceduta da una serie di mugolii, balbettii, occhi che roteano. “Ma, sai, ho dei dubbi anche su questo”. L’interlocutore solitamente storce il naso e lascia perdere, quando non rincara la dose con un: “Ma come! Dovresti dirlo con un po’ più di convinzione!”.
Hai imparato solo di recente che avere dubbi non è una condizione riservata a chi, come te, alberga nell’indecisione, ma è anche (e soprattutto) il presupposto di base di chiunque segua un pensiero scientifico.
E se è vero che questo è scritto sulla brochure che ti danno all’ingresso della fiera dell’ovvio, è anche vero che quando te l’hanno data eri distratt*, probabilmente intent* a scoprire faccine tra i buchi nell’intonaco. E poi, di certo, con quella brochure ci hai fatto una barchetta che hai regalato alla prima faccia simpatica incontrata per strada.
Dunque, se pur in ritardo, ti ritrovi sulla strada del dubbio, in compagnia di chi lo esalta e lo elegge a spirito guida (mentre storce naso e bocca davanti alla parola “spirito”).
In compagnia di chi ti rivela mondi inesplorati e accende lucine e lampadari su concetti del tutto nuovi. Apri gli occhi per la prima volta, quegli occhi monotematici, viziati e snob, drogati di performing art.

Ed ecco il nerdom.

Dal basso della tua ignoranza credevi che il “nerdom” fosse una sorta luogo dell’anima: a metà strada tra un pensatoio e un’enorme emporio. Pensavi avesse anche qualcosa del buco nero, perché nella tua testa il nerdom è minaccioso: ingoia, fagocita e distorce.
Invece salta fuori che la definizione di nerdom non è altro che: l’attitudine, il comportamento di un nerd. O, ancora meglio, il fatto stesso di essere nerd.
E qui capisci che ancora una volta pecchi di ingenuità: il segreto del suo significato sta tutto nell’anagramma, o negli anagrammi:

1)normed: conforme a una norma, a una regola.
Avendo passato adolescenza e giovinezza tra centri sociali e aule occupate stai già canticchiando “conforme a chi? conforme a cosa?”.
The gloomy no. Non ha mai sentito parlare dei CCCP, ma in compenso scuote la testa con desolazione se chiedi ingenuamente: “Che cos’è la Morte Nera?”.
Sì, ci sono delle regole, delle norme di base e tu le ignori tutte, piccol* anarcoide.

2)modern: e, no, qui non ci si riferisce a quel genere di danza che fa tanto palestra anni ’90, ma a un’ esaltazione della modernità, della tecnologia, addirittura a una fiducia nel futuro.
Tutto questo è nuovo per te, ma allo stesso tempo combacia perfettamente con la tua ossessione per il contemporaneo, per ciò che esprime lo zeitgeist e guarda oltre. Curioso come tali concetti siano vicini a quel che cerchi nell’arte.

Fai caso anche alle ultime tre lettere, “dom”, e questo ti basta per intuire che, per definizione, il nerd ha già vinto, comanda, sta sopra.
Perché è metodico. Perché ogni cosa è una missione da portare a termine con successo, che si tratti di una campagna di Sails of Glory o di gratificanti preliminari. E le missioni non sono roba da fanalini di coda.

Tu non hai mai visto Star Wars.
Non hai mai letto un manga.
Confondi Legolas con Lex Luthor.
Ma, improvvisamente, hai voglia di raccontarlo, questo nerdom sconosciuto, per come appare agli occhi di un* scribacchin* con la fissa del teatro sperimentale.
Perché, tra tutte le cose che hai capito troppo tardi, c’è anche questa: una passione totalizzante divora e non lascia spazio ad altro. Una passione che si nutre di altre passioni, idee e visioni, crea spazi infiniti, cambia stato, si evolve. E ti illudi di poter essere come l’universo: in espansione.

Torni al pc, la pagina non è più bianca. Il neologismo “kofkoocqcceeewwceeeeeewwcwef” si pavoneggia in tutto il suo Times New Roman 12: dei piccoli gnomi morbidi e giallognoli passeggiano incuranti sulla tua tastiera. Li scacci via con la mano, non è tempo di giocare. O forse sì: indugi in loro compagnia, mentre le dita saltellano e provano ad acchiapparli; dopo torneranno a consumarsi, a stancarsi, a ingegnarsi per scrivere vita morte e curriculum. Ma ora hanno una missione da compiere.