Bisessuale non è una parolaccia. Prove tecniche di scardinamento del pudore.

[Disclaimer: il seguente post possiede una dose di ironia molto personale e nessuna pretesa di esaustività. Che magari non c’è bisogno di dirlo, ma non si sa mai]

Bisessuale non è una parolaccia. Neanche pansessuale, eh. UH, GUARDA! UN UNICORNO! Ok, riproviamo.

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Bisessuale non è una parolaccia. Neppure una malattia. Neppure uno di quei disturbi che non sono una malattia, ma riguardano comunque qualcosa di fastidioso e ricorrente, tipo un eczema, un piede d’atleta o una vaginite; quelle cose che a scuola ci vai lo stesso, però che palle, cioè, meglio se non ce l’avevi. Bisessuale in realtà non è così. È tipo un paio di scarpe verdi, o un vaso di petunie. O una chioma di capelli ricci, o un giornale. O una persona. Ma probabilmente quel “sessuale” può trarre in inganno e far pensare a prudori continui. Ecco, bisessuale non indica una persona che, davanti a un bivio, si ritrova a non sapere da che parte andare, martellata dal pressante pensiero “sesso, sesso, sesso”. Si badi bene, non è che questa determinata cosa non possa capitare mai nel mondo. Alcune persone dimenticano improvvisamente come scendere le scale, altre trovano estremamente bello riempire le proprie mutande di formiche, altri si divertono a fissare il muro mentre si scaccolano. Tutto ciò è una figata, ma non delinea una categoria, ecco.

La persona bisessuale non è dunque un essere promiscuo per natura, amante dei festini sfrenati a base di ruhm e cocaina za zà. La persona bisessuale può anche, e dico anche, passare il sabato sera a guardare Una mamma per amica mentre beve birra e indossa il pigiama di flanella, e la domenica a guardare Chievo-Empoli mentre si da lo smalto sulle unghie.

La persona bisessuale sa distinguere, di norma, tra la destra e la sinistra, più o meno come la media delle persone. Solitamente, come Derek Zoolander, ha le proprie preferenze e i propri limiti rispetto al lato verso il quale rivolgersi. Si narra di una persona bisessuale residente in provincia di Cuneo che una volta nel ’94 abbia votato Forza Italia, ma non abbiamo dati certi in merito.

La persona bisessuale mangia carne, la persona bisessuale è respiriana, la persona bisessuale è astemia, la persona bisessuale vive in periferia, la persona bisessuale non si perde un vernissage nella nuova galleria in via mazzini 82 neanche quando piove fango.

E così via. Esercizi di fine unità:

La persona bisessuale:

a. è una creatura mitologica che ama sia Star Wars che Star Trek
b. è un* super hero con il potere dell’invisibilità
c. è un pony
d. è una cattedrale gotica
e. una persona che non ha capito i sensi unici

(Un aiutino. Era la B.)

Se la parola “omosessuale” si è liberata dello scomodo suffisso pieno di S, difficile a pronunciarsi per romagnol* e persone affette da sigmatismo, declinandosi in forme che non fanno un continuo riferimento alle scabrose zozzerie, quanto piuttosto a isole greche o a sinonimi di felicità, le persone bisessuali sguazzano ancora in un guano laido e torbido, additato talvolta come un guano di indecisione e ipocrisia. Invece, le persone pansessual… UH! UN DODO! mmh, ok.

dodo

A tal punto, potrebbe risultare utile ai più un elenco sostitutivo di nomi meno sordidi.
Sbizzarrirsi con la fantasia è lecito: in fondo, si sta parlando davvero di qualcosa che esiste? Tra i primi nomi possibili:

  • Giani: dal mitico Giano Bifronte, in onore del dio che si muove sempre, che parte da se stesso e a se stesso ritorna. Come qualcun* che va in giro a rimorchiare, ma viene considerat* troppo gay o troppo etero, e deve, pertanto, tornarsene a casetta propria. Il nome più gettonato perché destinato a diventare: Gianni, un nome di cui puoi fidarti.
  • BIAdesivy: dal celebre nastro bi-adesivo. Ma con la Y, per fare più international.
  • Ambid: traslato da ambidestr*, tuttavia modificabile in quanto troppo simile a “ambiguo”
  • Hey!: questo è proprio bello. Immaginate, un esercito di “Hey!”, pronto a tutto pur di attirare l’attenzione sulla propria pacifica esistenza. Immancabile l’inno dei Chemical Brothers “Hey Boy, Hey Girl”. Il punto esclamativo si pronuncia, non è muto.

Insomma, le idee per degli affettuosi nomignoli meno disturbanti non mancano. I diminutivi nemmeno: in tal modo si eviterà di incappare in uno scomodo susseguirsi di S, come quando si abbrevia “Alessandro” in “Ale”. Stessa cosa avviene per l’eterosessuale: sdraiarsi su un breve e risoluto “etero”, chiudendola lì sulla faccenda del sessuale, non ha prezzo. È dunque lecito riferirsi alla persona bisessuale con un Bi di cortesia. Sarà facile ricordarlo pensando come suona la traduzione inglese del verbo essere o, in alternativa, alla seconda lettera dell’alfabeto. Attenzione: lasciate perdere la beta: si tratta di una condizione, spesso, non provvisoria. Insomma, è proprio una B.

Esistono una serie infinita di aggettivi attribuibili alla persona Bi: alta, magra, autoritaria, giovane, distratta, indisponente, gentile, svedese. Perfino asessuale (binomio facilmente ricordabile con le lettere AB). O pansessuale, che non è proprio il contrario di asessuale; si narra che esistano persone pansessuali asessuali ma pan-estetiche e/o pan-romantiche (che poi non è il nome di una nuova merendina del mulino bianco, però potrebbe esserlo). Se il pan- risulta imbarazzante, vuoi per l’accostamento con quel dio caprino molesta-ninfe, vuoi per il cibo che evoca a base di frumento, è possibile un’alternativa gluten-free altrettanto deliziosa: pomosessuale. Designa una sessualità inclusiva e post-moderna a base di mela della val di Non. Gnam.

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Multilove//Sunshine. I Macelli di Certaldo, la cura e l’ignoto

(Disclaimer?) Quando ci si sente troppo Uncle Sam, si può anche dire “io”. «Non è compiacimento, ché anzi mi considero soltanto un esempio qualunque della specie, perciò quell’io verbale non è altro che un io grammaticale.» (da  Patrizia Cavalli, L’io singolare proprio mio). Senza esagerare.

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Ho quasi evitato di parlarne, soffocando la spinta orgogliosa che, alla fine, mi ha imposto di farlo. Ma, se è vero che «la narrazione quotidiana della propria vita è [sempre, aggiungo io] un’affermazione politica», si può pensare di praticare questa narrazione anche in presenza di una conquista e utilizzare i propri spazi (autocreati, ci mancherebbe) per parlare di sé, allo scopo di non parlare solo di sé.

Con le parole ci riempio il frigo, e, in un senso più esteso, faccio ciò che in fondo ho sempre voluto: inventarmi le cose dalla mattina alla sera. Siano esse scritte su un Google Doc, impresse su una pagina web o su carta, o, nel caso che preferisco, fugaci e ineffabili come un’alba.
Multilove//Sunshine è stato fatto: dalle ceneri Alice Underground, dalle ceneri di Multilove//grado 0 (di cui avevo parlato qui), in Val d’Elsa ha albeggiato un amore scollato e collettivo. Evolutosi, involutosi, trasformatosi: amore mutilato, un po’ tumefatto e, grazie al cielo, esplosivo. Tutto questo nel contesto di uno di quei festival che fino all’anno scorso guardavo con gioia dalla platea. Multilove è stata una deviazione: verso un luogo atipico, casa di residenze, casa di artist* anomal* e innovativ*, casa di stagioni coraggiose e, prima ancora nel tempo, casa di macello.
E ora, casa di cosa?

Non so mai cosa dire quando chiude uno spazio teatrale, o quando si trova davanti a un cambio di rotta così preoccupante da sembrare una chiusura, una fermata brusca dopo tanta strada percorsa. Ultimamente è stato un destino comune a molti di questi luoghi: una virata o, peggio, un vuoto (burocratico, progettuale, and so on), l’ignoto.

Questa casa che ha ospitato le mie ossessioni e i miei sbagli, lo ha fatto, prima e dopo, con quelli, meravigliosi, di tant* altr*.

E anche Multilove è stato questo: tentativi in caduta libera. 12 anime scalpitanti che hanno scelto una porzione di reale da plasmare, modificare e presentare a un pubblico. 12 lingue, 12 luoghi, un percorso guidato, ma non troppo.

Non so mai cosa dire quando chiude uno spazio e forse non so ma cosa dire quando realizzo qualcosa. Improvvisamente, mancano le parole, per paura di dirne di sciocche, superflue.

Utilizzo allora quelle “critiche” di Andrea Mancini, che ha ri-disegnato, con la lucidità che solo uno sguardo esterno può avere, cioè che ha visto, non solo durante le due repliche:

Conosco Maurizia Settembri da almeno quarant’anni e la sua ricerca nel nuovo teatro non si è mai fermata, ha lavorato molto, costruendo eventi importanti, come Fabbrica Europa, ma soprattutto ha portato in Italia, soprattutto dai paesi di lingua francofona, gruppi allora sconosciuti, che si sono imposti sul mercato internazionale. Uno dei suoi maggiori pregi è stato comunque quello di entrare in rapporto con il teatro giovane che si fa in Italia, aiutando alcune realtà a produrre spettacoli. Dico questo perché non è da tutti appoggiare una realtà come quella degli ex Macelli di Certaldo ed essere presente per tutte le repliche dello spettacolo. Credo che in pochi, a parte Maurizia e i suoi collaboratori, l’avrebbero fatto. Ed è già questo un segno di grande attenzione.

Poi ci sono i problemi incrociati da questa struttura, che ormai da sette anni lavora in locali per tanti versi straordinari, dove si sono uccise bestie a non finire e che conservano ancora le tracce di questo loro passato: i ganci dove le vacche venivano appese, gli scolatoi nel pavimento, da dove scorreva il sangue. Un luogo adattissimo insomma ad un teatro alla Artaud, un teatro della crudeltà. Ma in realtà per questi ragazzi, guidati da Tiziano Massaroni, l’unica crudeltà sarebbe quella di sospendere l’attività, come sembra si sia costretti a fare. Come ha detto il sindaco, Giacomo Cucini, “E’ un vero peccato che un cambiamento nella normativa penalizzi, invece di avvantaggiare, uno spazio come questo che, come tutti i frequentatori sanno, è tanto spartano e sobrio quanto accogliente per il pubblico e funzionale per lo spettacolo. La richiesta di aumentare gli standard di sicurezza, in un momento in cui reperire risorse economiche è difficile per qualsiasi esigenza, è davvero un imprevisto

[…]

Il progetto degli ex Macelli diventa ancora più prezioso davanti a spettacoli come quello cui abbiamo assistito sabato scorso, questo “Multilove / Sunshine” prodotto appunto da Fabbrica Europa, la manifestazione che da molti anni occupa in modo straordinario gli spazi della Stazione Leopolda di Firenze, ma anche altri luoghi nella periferia urbana, come in questo caso a Certaldo. Lo spettacolo, a cui un folto e divertito pubblico ha assistito, era un insieme di performance giocate sulle molti soluzioni spaziali che la struttura può offrire: dal bar esterno alla sala, fino all’importante tabernacolo cinquecentesco dei Giustiziati, dipinto splendidamente da Benozzo Gozzoli e oggi lasciato a degradarsi lungo il corso del fiume Agliena

[…]

L’interesse della serata è venuto soprattutto dalla leggerezza delle motivazioni, non sembra esserci nessuna filosofia dietro questi micro atti performativi, ma questo crea appunto la loro prima giustificazione. Certo questi dodici giovanissimi attori: Aurora Nuti, Amelia Pecoretti, Viola Caradonna, Valerio Signorini, John K.Benazzi, Eleonora Tinti, Gabriele Tampucci, Virginia Galgani, Alesiya Khodosevich, Giulia Campatelli, Greta F, Primavera Contu, hanno costruito il loro lavoro a partire da improvvisazioni, che proprio l’ultima performer, Primavera Contu [insieme a Lorenzo Cianchi], ha sapientemente cucito insieme, costruendo alcuni momenti (che potevano anche essere di più) dove l’azione si intrecciava al diretto coinvolgimento del pubblico, facendo diventare la serata qualcosa che a me ha ricordato – chiedo perdono ai puristi – alcune straordinarie performance di Julian Beck e del Living Theatre, dove lo spettatore era coinvolto, non solo emotivamente in ciò che avveniva. Qui ci siamo ad esempio trovati a ballare, mentre in altri momenti abbiamo spiato le azioni che si svolgevano nelle varie stanze destinate agli attori, fino al gabinetto o al magazzino delle luci, ma anche a spiare altre situazioni, come quella in cui una ragazza (avevo scritto “un’attrice”, ma è forse meglio generalizzare la sua qualifica) fa versi e versacci davanti all’obiettivo di un computer che è collegato con un videoproiettore, che all’esterno fa esplodere per un tutti il gesto un po’ scemo, molto privato, di una giovanissima. Non entriamo nella descrizione degli altri micro atti, in genere divertenti, intelligenti, pieni di stimoli, che raccontano bene l’assurdità del nostro attraversare una contemporaneità spesso vuota, se non ci fossero le mosche bianche di alcuni momenti di vivacità culturale, come questo fornito dagli ex Macelli di Certaldo. Insomma, Viva gli ex Macelli! Mi sembra il momento giusto per dirlo.

e quelle “sceniche” di Giulia Campatelli, performer di Multilove, che rivelano l’importanza di una complessità da ricercare e praticare:

«Io sono arrivata in questo luogo e non ho trovato niente di quello che speravo.

Ho allora ipotizzato l’esistenza di un altro luogo, un luogo Y: chiamiamolo ‘quel luogo’. È probabile che si possa giungere in quel luogo tramite correnti d’aria… cerchi concentrici o magari sentimenti o emozioni»

A tutt* coloro che, con cura e con amore multiplo, si sono fatti luogo di sperimentazione vera.

Da vicino, nessun* è normale. Per fortuna

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Xavier Le Roy in Self-Unfinished. Photo by Katrin Schoof.

 

Disclaimer: i fatti narrati sono frutto di pura fantasia. Oppure no. Decidete voi.

A sei anni ti sono cresciute due noccioline pesanti come macigni dove avrebbe dovuto esserci solo un paesaggio piano e due ridicoli capezzoli a solo scopo illustrativo.

A sette, due germogli sotto le ascelle: giocavi a palla avvelenata con i gomiti stretti contro il torace, prima di prendere coraggio e dichiarare che volevi estirparle, quelle piantine precoci.

A nove: i primi strappi violenti, ché da dove vieni tu, a LaPuta, ci si fa la ceretta ancor prima di fare la prima comunione (anche se tu sei stat* lasciat* consapevolmente senza battesimo). Qualche anno dopo, il primo bacio umido e impacciato, a bocca spalancata, con il rischio di prendersi a dentate sugli incisivi.
Lo stesso anno, il primo insulto.

A tredici, l’esilarante incontro con l’ipocondria top level: l’allora ministr* Mo’ Ratti aveva fatto distribuire nelle scuole degli opuscoli degni del migliore film horror: droga, alcol, malattie veneree, invasione zombie. Il tutto buttato sui banchi, senza uno straccio di spiegazione o di discussione allegata.

Grasse risate accompagnarono la lettura dei velati inviti all’astinenza «perché, ricorda: dalle ferite del cuore non si guarisce», qualche risata in meno coinvolse l’attenta disamina delle malattie sessualmente trasmissibili.

Gli orrori si facevano largo fra le pagine dalla grafica fumettosa (fatta appositamente per apparire giovane, e dunque più vicini ai giovani interlocutori).

Qualcosa di particolarmente mostruoso attirò la tua attenzione: protuberanze e condilomi di varie forme e dimensioni, causati da un virus, che si manifestano dentro la vagina. Trasmissibili con rapporti sessuali, anche incompleti, o attraverso i BAGNI PUBBLICI.

Bagni pubblici.

Non riuscisti a andare oltre, e ancora oggi hai un vago senso di vertigine e nausea al pensiero.

Seguirono paranoie e controlli, nella convinzione di aver sicuramente contratto il detestabile virus. «Sono Anormale, la mia forma è Anormale».

Seguirono pianti notturni e un’irrevocabile, matura decisione: «Genitrice, io voglio andare dal ginecologo». (Le professioni mediche hanno sempre l’articolo determinativo davanti: come se già esistessero, da sempre, nella nostra vita, delle persone inequivocabili che ricoprono quei ruoli. «Stai male, perché non vai DAL medico?» «I tu* bambin* sono DAL pediatra?». Generalmente, declinati al maschile.)

Fosti criptic*, nel tuo lapidario annuncio. Al che, tua madre ebbe un sussulto malcelato. Seguì un dialogo un po’ Goldoniano, ricco di a parte:

LEI: «Cosa è successo?» [«Imbecille, hai forse avuto rapporti non protetti e ora hai un ritardo? Devo ucciderti?»]

TU: «Niente, voglio solo andare dal ginecologo» [«Devo aver preso una malattia perché sono molto stran*, Anormale. Lo dice il libretto del Ministero»]

LEI, ostentando una gran calma: «Ok, va bene, ti prendo un appuntamento. Però dimmi cosa hai fatto» [«Non prendo nessun appuntamento, tanto alla fine di questa conversazione sarai mort*»]

TU: «Mi sa che ho una malattia» [«Muoio! Sto per morire! E tutto per colpa di un bagno pubblico!»]

LEI: «Hai avuto rapporti non protetti?» [«Conto fino a tre, poi esplodo, giuro»]

TU: «No!» [«Ma credi che sia così scem*?! È colpa dei bagni pubblici, quei luoghi mortali!»]

LEI, perdendo progressivamente l’aplomb: «E che malattia sarebbe? E come diavolo l’avresti presa???» [«L’avevo sorpravvalutat*, pensavo fosse incinta. Invece è solo molto confus* e con un QI evidentemente molto basso»]

TU: «Questa! [le cose brutte non si nominano, come Voldemort] Nei bagni pubblici!», sbattendole in faccia l’opuscolo con una bella orecchia sulla pagina incriminata

LEI, provando a trattenere le risate: «… condilomi? Cioè… ma non è che ti confondi con il clitoride?» [«Poverett*, bisogna proprio spiegar* l’ABC…»]

TU:     -_-
[ «Non è mica così grande, e comunque lo frequento da tempo immemore, so riconoscerlo»]

LEI: «Io non capisco. Bagni pubblici… cioè, come cazzo hai fatto?» [«Non ti ho insegnato davvero nulla, eh»]

TU: «In che senso?» [«Già, in effetti, come diavolo ho fatto?»]

LEI: «Insomma… tu vai nei bagni pubblici e poggi la fica direttamente sul cesso???»

TU: «NO!!! Ma per chi mi hai pres*!» [«Ah. Intendevano quello. Pensavo fosse tutto dovuto alla malsana aria dei bagni pubblici»]

LEI: «E allora!!!» [«Ok, qualcosa ti ho insegnato. Ma sul concetto di rapporto causa-effetto c’è ancora tanto da lavorare.»]

Alla fine dal* ginecolog* ci sei stat*, e non avevi nulla. «Sei solo fatt* così. Il tuo corpo è fatto così, non è Anormale. Siamo tutt* divers*».

Negli anni hai continuato ad avere dei rapporti conflittuali con il concetto di normalità e, ancor prima, con il concetto di norma; con il concetto di forma corporea “normale”, con l’ identificazione in uno standard e l’adesione a un modello.

Speri che, ad oggi, non si schiaffino più sui banchi libercoli terroristi che invitano all’astensione e non spiegano nulla. Speri che se ne parli, della diversità e dell’uguaglianza, ché le due cose non sono in contrasto, se ben argomentate.
Speri che si parli di interstizi e di spazi liminali, non di ferite del cuore, di bellissime scale di grigi, tra i bianchi e i neri, non di normatività.

Guardi un muro di mattonelle; un* esserin* blu, sedicenne e saltellante, ti spiega come raggiungere il luogo X: attraverso sentieri tortuosi, domande aperte, cerchi concentrici di energia, cadute, rimbalzi. Non sembra interessat* alla normalità. E ha ragione.

Tamagotchi. Secondo dialogo sulla dipendenza

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Due figure umane, A e B, sulla cima dell’Everest.

A-Insomma, mi ami?

B-Ti vedo più come un coabitante del mio disagio

A-Avessi due euro per ogni volta che mi rispondi in modo evasivo a quest’ora potrei comprare l’Everest

B-Due euro

A-Sì, due euro…

B-Perché dici due euro? Di solito si dice un centesimo, o al massimo, un euro…

A-Mi piacciono i numeri pari. Sono come la simmetria: mi rassicurano.

B-A me la simmetria ha sempre dato un senso d’angoscia

A-E’ per questo che non possiamo essere solo in due?

B-Non è una regola, ma l’amore simmetrico mi da le vertigini

A-E allora, cos’è che vorresti?

B-Hai presente quando sei con qualcuno con cui puoi parlare dello stato del porno mainstream nell’era contemporanea, mentre sorseggi una Caipiriña in un club privée la sera del tuo compleanno?

A-… decisamente no.

B-Neppure io, ma credevo fosse il sogno di tutti. In quel caso sì che potrei pensarci.

A-A cosa?

B-Al numero due. Alla simmetria.

A-Non ho un’opinione in merito al porno mainstream. A me m’attizza il soft erotico vietato ai minori di 14… Sono mainstream. Non c’è speranza per noi?

B-No, ma non disperiamo. In fondo, anche in Padania ci si innamora…

Il fascino indiscreto della rana pescatrice: porno antispecista e altri sogni di anarchia

Disclaimer: i fatti narrati in questo articolo sono frutto di pura fantasia. Ciò non significa che non siano veri. Le vicende raccontate non riguardano direttamente chi scrive. O forse sì. Nessuna pannocchia è stata maltrattata durante la stesura del post.

C’è stato un tempo in cui una tra le tue maggiori paure era che qualcun* digitasse una “y” sulla tua barra degli indirizzi. Se mai avessi imparato a utilizzare la navigazione in incognito nei momenti di solitudine, non avresti dovuto cercare di fermare chiunque, in un eccesso di zelo, provasse a mostrarti l’ultimo video virale su Youtube, per paura che il primo risultato fosse un altro “you” rosa, sgargiante e poco discreto.

Poi hai capito: aprendo una nuova finestra anonima, hai iniziato a digitare Pornhub. Maggiore scelta, migliore grafica e un ufficio marketing che sa il fatto suo.

Nonostante i loro Copy&Art debbano ancora lavorare su alcuni (yawn!) stereotipi di genere, la svolta è avvenuta all’inizio del mese: con il geniale rebrand improvviso e la moltitudine di hot pannocchie disinibite che hanno invaso, scoppiettanti, il portale, Pornhub ha inconsapevolmente aperto un capitolo della tua vita (e, ne sei cert*, anche di quella di tant* altr*).  Altro che i soliti cetrioli per l’onanismo green, altro che le obsolete battute maliziose durante la scelta delle banane al supermarket: la rivoluzione del porno antispecista è iniziata, ed è a prova di celic*!

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Cornography – Per un pop-porn gluten free

Redenzione radicale

Non solo promuovi l’utilizzo di preservativi ecologici, per un sesso sicuro e vegano, non solo ti converti ai vibratori a energia solare (che però si spengono sul più bello): attrezzat* con polsini e gag-mouth in tessuto eco-friendly, sei pront* a sposare la causa di un BDSM cruelty free. Gasat* per la sensazionale scoperta, che ti fa sentire improvvisamente più vicin* a Madre Natura e a tutte le creature del cielo e della terra, cerchi di non sgarrare su nulla, di essere intransigente come un* ver* dominante e un* ver* veg-attivista; così facendo, però, entri immediatamente nel tunnel senza uscita della coerenza: quanti batteri si possono uccidere a colpi di frustino in ecopelle? E il gatto a nove code non soffre, povera bestia, a essere agitato così per l’aria?

Gender fluidity: fluido come il mare

Accantonata l’idea di un sadomasochismo vegetale e senza sofferenza, senti che la vera rivoluzione antispecista, antisessista, anti-capitalista e genderbender sta nel regno animale e, soprattutto, negli abissi marini.

La natura, infatti, ci ha regalato bellezze inestimabili e creature che sfuggono anarchicamente a ogni consuetudine: troppa meraviglia per non dare inizio un voyeurismo meno antropocentrico.

I pesci della famiglia delle Cirrhitidae sono ermafroditi capaci di passare da un gender all’altro a seconda del meteo. I pesci pappagallo si riservano almeno due opzioni alla volta, che non si sa mai, mentre gli intersessuali pesci pagliaccio attraversano le barriere della famiglia tradizionale, sperimentando la multi-genitorialità, poiché coinvolgono gli anemoni nella cura delle uova.

Ma il premio porno-romanticismo va alle rane pescatrici: gli esemplari di genere maschile hanno forma di semplici sacchetti di carne che si attaccano alle femmine e producono sommessamente sperma come unica attività autonoma, mentre la femmina sorseggia mojito. Vengono praticamente inglobati dall’amata durante l’accoppiamento, amata che può dedicarsi allo yoga o allo studio della fisica quantistica senza rinunciare a un atto sessuale duraturo. Il vero amore.

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Una rana pescatrice conversa con un pesce pagliaccio e un’amica di dimorfismo e intersessualità

Hai finalmente trovato la pace dei sensi nell’osservazione della natura.

Per un porno zen e pure un po’ punk.

Forever Young (Adult)

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Troppo giovane per le borse di studio per la ricerca indipendente, troppo vecchi* per quelle di studio-dipendente-dalle-date-d’esame. Tutto è sempre un nuovo inizio, ma all’ennesima volta che un’impiegat* statale ti tratta come un* 18enne al primo impiego il sorriso di circostanza si trasforma in una semiparesi che nasconde la voglia di rispondere davvero con la gestualità di un* 18enne.

Abbandonat* all’invio solitario di CV, cover letters, applications, portfoli, questionari, domande di ammissione, in cui racconti di avere una spiccata attitudine per lavoro in team, sviluppata probabilmente durante i pomeriggi passati a creare cori greci che infestassero i tuoi drammi (salvo poi sentirti dire che no, non c’è budget, niente coro, riduci e fai un monologo) resisti, abituat* all’idea che lo Stato per te non ci sia mai stato, che il welfare sia solo un inglesismo senza corrispettivo in italia(no), al fatto più o meno scontato che fino ai 35 sei una promessa, poiché prometti solennemente, davanti a IO, di lavorare sottopagat*, senza contributi, in salute e in malattia, finché vecchiaia non ti separi da* nuov* giovan*, scagliandoti dall’altra parte, quella delle promesse disattese.

Postmodern* a sufficienza per snobbare radici, tradizioni e presepi, ricerchi
un’identità (due identità, tre identità, quattro identità si dondolavano sopra il filo di una ragnatela, e trovando la cosa interessante…) in continua mutazione. Ascolti cantaut*i italian* indie rock che parlano di te (ma guadagnano sei volte tanto), della tua disillusione e del romanticismo al tempo della doppia spunta blu (come la metti con la faccenda del “non riconoscersi nell’opera d’arte?” Non si sa. Sei postmodern*, ed è la scusa per qualunque non-scelta).

Onicofagia e paura dell’ignoto come ingredienti essenziali della ricetta per il tuo personal branding: fai fatica a essere te stess* per svariate ore al giorno, tiri avanti grazie al giubilo dato dai 5 minuti di certezze quotidiani: l’identità autoriale è un’illusione, l’identità autoriale è una menzogna.

Non dormire, pensa, scrivi, sveglia, ancora 10 minuti, colazione sull’autobus, tè, scrivi, tè, pensa, tè, non perdere tempo, mangia, leggi, capitalizza, scrivi, pensa, chiedi, scrivi, fatti venire un’idea, fretta, pensa, fretta, frutta, tè, ama, non dormire, fatti venire un’idea per realizzare l’idea di prima, non sbuffare, mangia, sogna, gatte, glutei, shake, blog, twitter, bevi, bòia. Shh.

Young-Adult-Charlize-Theron

Immagini sia così che si diventi adult*: fare un lavoro che da bambin* non avresti potuto riassumere in una sola parola e fare finta di sapere come ci si comporta quando le cose brutte accadono anche a te, di colpo.
Facendoti sentire sol*, come un ananas in mezzo alla neve.

(Mentre ignori che anche tutt* gl* altr* hanno ben poche palme sulle quali abitare).

#Shottini Quantistici: La Weltanschauung del* Freak Lance part#2

Nel paludoso mondo de* creativ*, tra la certezza che la creatività ammazzerà l’arte e l’abbondare di ironia che sembra aleggiare intorno alle tipiche figure atipiche del mercato (brrr), tu, Freak Lance (in confidenza semplicemente FL), sguazzi nella melma del fare-fareinfrettaebene e del «Gradirei piuttosto trovarmi a un raduno di appassionat* di pantofole di flanella. Con in mano una birra analcolica. Calda.»

Freak Lance & creatività

Giochi con le parole tutto il giorno allo scopo di trovare qualcosa di vendibile. Poi alla sera sei così invischiat* nel trip che parli a suon di claim:

«Pensavo di preparare una frittata per cena. 700 mg di colesterolo, zero sbatta»«Vorrei uno spritz, grazie. Il rosso perfetto alla fine di una giornata di merda».

All’ennesimo payoff turistico che ti viene richiesto, lezioso e blasonato in stile:

Atlantide: sprofonda nel benessere

o

Triangolo delle Bermuda: la tua oasi di pace
Sarcasticamente abbozzi un «Eldorado: un incantesimo dischiuso fra i petali del tempo». «Splendido!» Esclama chi, a quanto pare, non ha mai visto Italia 1 a cavallo fra i due millenni.

Freak Lance & ilpostofisso

Mentre con riso amaro elenchi tutt* i simpaticon* che nella tua vita ti hanno trattat* come un’etern* 18enne al primo impiego, senti nell’aria una voce speranzosa come di nonna o figura simil-genitoriale a scelta: «Ma vedrai, questa sarà la volta buona!».
Che più che una promessa ti suona come una minaccia.

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We Go to the Gallery, Miriam Elia

 

La testa resta su una spiaggia poco popolata, fredda, frequentata da pinguini che ti scrutano con aria di sufficienza. I tuoi pensieri si accomodano su una sdraio, mentre sorseggi un Sex (sei già on the beach).

Allora, dov’eri rimast* con quel monologo?

#Shottini Quantistici: La Weltanschauung del* Freak Lance part#1

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Elina Brotherus – Giraffe and Owl from Carpe Fucking Diem

Lavoro in team: a distopic experience.

La tua inadeguatezza alla vita da scribacchin* in affitto full time si evince dalle piccole, insormontabili sfide quotidiane.

Freak Lance & Cliente Alfa®

Freak Lance in trasferta da Cliente Alfa® fighettissim* in veste di copy/account/creativ*/la qualunque.
Un sex-appeal da riviera romagnola l* accoglie in giacchetta perfetta, taglio di capelli perfetto, occhiali stilosi da chissà quanti mila euro (perfetti). In pochi minuti * FL è in grado di irrorare il caffè offerto* su:

documenti sparsi
tavolo
il proprio maglione
i sopracitati occhiali, posati incautamente sul sopracitato tavolo.

Prima che Cliente Alfa® se ne accorga, * FL cerca di pulire un po’ tutto con la manica del sopracitato maglione. Sporcando ancora di più le lenti degli occhiali (sì, quegli occhiali da centordicimila euro).
Un* FL beve solo tè aromatizzato alla vaniglia, che non necessita di zucchero aggiuntivo da mescolare, che se ne sta buono nella sua tazza personalizzata e non salta fuori da una tazzina di carta al primo rimbalzo di una paletta usa&getta.

Freak Lance & giovialità

Un* FL è liet* di lavorare in un team, ma alcuni momenti mettono in luce la pretesa di condividere una precisa weltanschauung. Tale concezione del mondo propria degli esseri sociopatici esclude la visione di serie tv doppiate e reality show in cui la gente si umilia per un piatto di linguine alle bacche di goji: questa impossibilità di pacifica convivenza l* porta spesso e volentieri a desiderare un luogo di rifugio lontano dalla pausa pranzo condivisa.

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Freak Lance & creatività prêt-à-consommer

Un* FL ha capito, volente o nolente, di essere vittima di quel perfezionismo disadattativo, mix di narcisismo e ansia, tutt’altro che positivo, tutt’altro che lodevole e tremendamente intralciante del «Posso farlo meglio, posso farlo molto meglio e, sai che ti dico? mi sa che manco lo inizio, tanto potrei sempre farlo meglio!».
Perciò, mentre FL si crogiola nel proprio perfezionismo, indecis* se utilizzare la parola molto o optare per quell’indubbia sfumatura differente propria di tanto, gli ordini arrivano in forma di rassicuranti evergreen: fallo bene-fallo in fretta. «Emozionami. Per ieri.»

Per distopia si intende, in medicina, la dislocazione di viscere o di un tessuto dalla sua normale sede. * FL è indubbiamente un tessuto prelevato e impiantato in un altrove.

(P.S. * FL non è snob. Non del tutto, almeno. È solo cascat* con i suoi anfibi sporchi dentro una realtà immaginifica differente, in cui tutt* indossano i tacchi a spillo)

 

#Shottini Quantistici: pillole from the beach / In difesa di Kylo Ren

Ok, avevi detto che non c’era altro da dire su Star Wars.
Ma avevi anche detto che non saresti mai andat* a vivere a sud della grassa e lussureggiante Sybaria, cosa che è accaduta nel momento del tuo trasferimento nella bella e chiassosa Desìa.

E poi stavolta non si tratta solo di Star Wars, o del chiacchieratissimo episodio VII sul quale tutt* hanno messo bocca prima e dopo (e anche durante, nonostante le gomitate del vicino) l’uscita del film.
Da quando il nuovo capitolo ha fatto capolino nelle sale di tutto il mondo è in corso un’operazione trasversale di discredito nei confronti di uno dei più interessanti wannabe che la Disney ci abbia fornito. Un’azione di bullismo intollerabile e ingiustificata da parte di quei nostalgici di Darth Vader che pensano sia meglio per lui rimettere su la maschera.

Ecco dunque, una breve, non ragionata, opinione non richiesta, from the beach:

Dalla parte de* non-fig*

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Kylo Ren in un momento di relax e eterna indecisione tra i lati

`E come quando alle medie t’innamoravi del* compagn* lungon*, con braccia e gambe cresciuti di 20 cm in una sola estate, mentre tutt* * altr* andavano dietro al* fik* di turno, proporzionat*, dai docili lineamenti e il perfetto sorriso.

È come quando tutt* volevano essere principesse, ma tu ti rivedevi tanto in Lady Oscar; come quando, alle superiori, tutt* impazzivano per i front man/woman/whatever e tu guardavi chi c’era, a testa china, dietro al basso.

Poi arrivò l’epoca in cui i nerd conquistarono il mondo, crearono colossi, guardando gli altr* dall’alto in basso, fieri della propria nerditudine. Arrivarono * hypster colt*, tecnologic* e occhialut*, e arrivò, faticosamente, la queerness un po’ più diffusa.

Ma tutto questo ancora non basta perché il mondo accetti un villain come Kylo Ren.

Kylo Ren, che guarda la vita da dietro una maschera pesantissima, è questo: uno spilungone, magrolino, con delle orecchie e un naso sproporzionati.
Uno che sa benissimo di non incutere alcun timore nel suo avversario al momento dello svelamento. Uno che ha vissuto all’ombra di un nome troppo importante.
Kylo Ren è un freak, non ha le physique du
rôle, è destinato a scontentare tutt*: amanti del cattiv* tutt* d’un pezzo-già formato, che aspettano solo di deridere quell’ adolescente impacciato. E, soprattutto, scontenta se stesso.
Eppure ci prova, se la toglie quella maschera, Kylo Ren. Pur non avendo ancora scelto del tutto da che lato stare, si mostra, pubblicizzando la propria inadeguatezza.

Sa che non spaventerà l’avversari*, ma può disorientarl*.

Chiamato “frignetta” da brillanti disegnatori, che scivolano inaspettatamente nel sessismo più becero, Kylo Ren, adolescente bullizzato è, per l’appunto, un adolescente.
Quindi sa.
* piccol*, * giovan*, sanno, perché vivono e esperiscono senza bisogno di spiegazione ciò a cui * più vecchi* si sono dovut* lentamente adattare.

So, don’t bully Kylo.

Perché, qualunque lato si scelga, il mondo sta andando verso un’altra direzione, ed è più probabile che a governarci tutt* sarà qualcun* che sta al di fuori delle categorie.

Un* looser, più che un* supercool. Uno Kylo Ren, più che un Darth Vader (o un Luke).

P.S. : E, comunque, Adam Driver spacca. Sia che impersoni qualche weirdo di periferia nell’indie universe, sia che si trovi addosso il fardello di imperare in una galassia lontana lontana e ricca di merchandising.