È arrivata la primavera. E non hai niente da metterti.

C’è qualcosa di commovente in un corpo testardo, che si ostina a trovare la risposta da sé, tentativo dopo tentativo. È la tenacia, e chi danza ne è ricc*. Il bello di lavorare con chi fa della danza un allenamento continuo, una pratica, un lavoro, è proprio questo: stupirsi nel vedere un corpo che prende vita all’improvviso, non solo per lo stimolo esterno, non solo sotto una guida altra, ma per sua stessa cocciuta, sacrosanta ostinazione.

Se la scrittura non è degli scrittori, come scrive magistralmente una non scrittrice, la danza non è dei danzatori, come hai creduto per un tempo sufficientemente lungo da farti divenire snob. L’idea, poi, che la scrittura appartenga anche ai danzatori, come a ogni entità autoriale (umana o meno: un’intelligenza artificiale che sia anche autrice artificiale è il non plus ultra dei tuoi sogni transumanisti) è balenata, almeno in questi ultimi anni di attaccamento all’autorialità come fosse un respiratore, come fosse la sola cosa possibile.

Qualche mese fa se ne è andata una persona alla quale devi dei discorsi sulla conservazione della propria autorialità in ogni forma di didattica (preferibilmente quella sperimentale, quella peer, quella amata, insomma); sono discorsi che ti hanno formata più di tanti testi (pur amati, anche quelli): il germe autoriale da non togliersi di dosso. È accaduto in un momento in cui l’importanza dell’autorialità è tanto prepotente e fiera da farti rispondere, a chi ti chiede una precisa qualifica professionale, “autrice” (“so che è generico”, ti scusi, “ma non posso farne a meno”), prima di ogni altro termine anglofono. Ed è esattamente così: non ne puoi fare a meno.

In un momento in cui lavorare con (per?) persone giovani, molto giovani, che ci si ostina a chiamare adolescent* (con quel suono in mezzo, “sc“, che in te richiamerà sempre, inevitabilmente, l’aSCella), se ne è andata, pochi giorni fa, una persona che ha generosamente, gioiosamente, formato un* te molto piccol*, iniziandol* in qualche modo a una qualche forma di danza (che non era dei danzatori, e forse neppure degli autori, ma era la risposta a una domanda) e alle tecnologie: il primo computer, gli albori di internet, la prima chat. Non può non essere un archetipo, quell* te, quell’emozione tutta nuova di parlare con un qualcuno che sembrava un qualcosa. Transumanesimo rudimentale, il medioevo gioioso del tuo apprendistato sentimental-digitale.

Già altrove ti sei domandata se diventare adulti non sia questo: fare un mestiere che non si sa riassumere in una sola parola e ricevere notizie di una bruttezza ineluttabile. Ineluttabilità.

[Là fuori c’è qualcuno che alla tua età hai dei pargoli, fatti da sé; tu l’altroieri hai messo  le mutande al contrario (no, non al rovescio, che sarebbe stato troppo semplice, né il davanti -dietro, che sarebbe stato fin troppo banale. Laterali.), per accorgertene solo ore dopo. Chissà, probabilmente stavi cercando di emulare Il blu del campo innevato, la sex-terrorist di Shimoneta, a modo tuo.]

shimoneta
SOX: Ero-t(ic)errorist organization

Un’amica, una rivoluzionaria femminista dalla quale impari costantemente, tra un sorriso e una birra, ti ha detto che dobbiamo rassegnarci alla complessità delle nostre istanze. A volte è così, facciamocene carico per il solo fatto che è difficile e pesante, ma è reale. Non tutto deve essere in forma sexy, non tutto và reso immediatamente digeribile: perfino la rivoluzione è sexy nella sua complessità, probabilmente.

Così, arresa alla complessità che governa i tuoi giorni, ti prenditi il lusso (fai 3 volte al dì, per 5 minuti, dopo i pasti) di non essere adult*, di appropriarti di una sola parola per definire il tuo mestiere, di appropriarti della scrittura e della danza, di guardare a questi adolescenti ascellari dal basso delle tue mutande laterali, e di credere che abbiano ragione loro, a farla complicata, a farla semplice, a farla, comunque sia. Il resto, ineluttabilmente, accada.

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«Una ragazza con problemi di femminismo».

(a una certa, o ti incazzi o scrivi).

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Vorresti fare con le parole ciò che qualunque gruppo indie – o synth pop, o sperimentale a suon di chitarre acustiche e voci roche) fa con le canzoni dozzinali: prendere qualcosa di confezionato, di conosciuto e riconosciuto, e ripensarlo, rivomitarlo in una nuova veste (più furba, più spoglia, apparentemente più colta, sicuramente più rivelatrice). Non abbellire, ma ricreare, partendo da un materiale assolutamente conosciuto.

Ma poi guardi ciò che ha scritto Miranda July e ti domando cosa ci sia più da scrivere al mondo, se al mondo ha già scritto lei (un po’ esageri, ma è la fase dell’innamoramento). Le parole sono già così nude che verrebbero subito smascherate.

Ammiri il coraggio di chi sceglie un’idea e la porta fino in fondo, senza provare a stupire, senza arricchire nulla. È ciò che vorresti fare con la scrittura, ma non solo: è ciò che vorresti fare con le idee: avere almeno l’audacia di guardarle in faccia. Ti si potrebbe dire “brav*” anche solo per questo, potresti dirtelo da sol*, per una volta saresti cert* di non scambiare l’autostima (e l’autovalutazione) con l’arroganza (e la presunzione).

Passi il tempo a difendere le idee senza poi, non dico andarci a letto, ma almeno titillarle quel tanto che basta per un «sì. stasera sto con te». Più le difendi più sei esaust*, per quanto nella lotta abbia scoperto una resistenza che non credevi tua (che ti rende esausta, anche se ti procura timid* alleat*). Di colpo ti ritrovi in avanguardia: tu che non vuoi prenderti la responsabilità neppure di una pianta grassa.

Hai già redatto altrove (dove scrive un’altra versione di te, quella professionale. Diresti che sei la sua nemesi, se foste solo in due) il dizionario delle parole fraintese: lo hai rubato a Kundera, che nel romanzo che tutt* abbiamo letto alle superiori, elencava i concetti travisati che rendevano impossibile la comunicazione fra due amanti. Se solo i due si fossero degnati di abbandonare il peso delle storie precedenti, e utilizzare l’ormai noto per ricreare un nuovo condiviso, avrebbero avuto meno problemi a comprendersi. Ostinati a utilizzare il vecchio per descrivere il nuovo, destinati a non incontrarsi (in realtà, poveri personaggi: era l’autore un gran nostalgico- o un gran furbo: sapeva che qualunque elenco fa subito poesia).

Le definizioni ci obbligano a imbrigliarci in maglie, talvolta larghe, talvolta scomode: sono però una via sbrigativa e spesso efficace per provare a dirsi qualcosa e perfino a capirsi, senza volersi riferire eternamente a una rimpianta storia finita. Sono icastiche, spesso tagliate con l’accetta, ma possono salvare relazioni interpersonali e amorose, lavorative e occasionali, tè pomeridiani e ritrovi serali davanti a un film.

Ti senti constantemente incompres*, questo è un dato di fatto. Che sia solo un periodo o una condanna perenne (partorirai con dolore, ti sentirai sempre inadeguat*, avrai sempre fame… quelle lì), poco importa. Sommato all’aggressività di chi sente costantemente in dovere di sgomitare, il mix è letale quel tanto che basta per non dare il giusto peso alle cose (e arrabbiarsi. E sì. E, uffa, sì).

Così, hai deciso che per provare a mettere a frutto la frustrazione del non farti capire, dovevi almeno provare a condividerlo, un po’ di vocabolario frainteso. Proverai a farlo senza pedanteria: ché se un elenco fa subito poesia, un elenco di definizioni fa subito prosa adolescenziale tipo “manuale di [email protected] teen ager [email protected] dalla a alla z” (l’adultità, ma che brutta, bruttissima cosa).

[Questo atto risponde un po’ a quel: “Dovresti proprio scriverne, sai?”. Ma scrivere è un mestiere, non c’è alcuno sfogo nel farlo, così come non c’è mai qualcosa di fine a se stesso. Eppure, c’è qualcosa di definitivo nel voler fissare ciò che risulta sincopato altrove, qui, nello spazio “safe”, il luogo sicuro a cui fare ritorno quando tutto il resto è occupato. Il luogo che già di per sé ha torto.]

Però dicevi, non pedante; dunque uno schiaffo e una carezza: per ogni definizione *tuttatua* una parola nuova e bellissima.

Definizione *tuttatua*: femminismo. Cosa è? (Cosa non è?)

A volte passi il tempo a chiarire cosa il femminismo non è (per te). Provi invece qui a dire cosa è (per te-non lo ripeterai, è sottinteso): chi si definisce quasi solo con dei ^non^ sa bene quanto, alla lunga, possa esser faticoso (e anche, dai, poco creativo). Femminismo è guardare oltre il proprio naso, sia esso gobbo, all’ingiù, all’insù. È cercare di scavalcare i confini, è mettersi nei panni scomodi degl* altr*. È valutare l’esistenza altrui, anche quando non si aveva proprio idea che un’esistenza tanto differente dalla tua potesse esserci. È riflessione e rivoluzione, è resistenza e ironia, è movimento e silenzio. È ascolto. È aprire gli occhi su prospettive che non si pensava di poter avere, è il sé e l’altro da sé, è consenso e rispetto. È *amore*, in ogni forma, ma molto di più è ^innamoramento^. È cultura molto più che natura, è un divenire molto più che nascerci, è empatia molto più che sacralità, è un allearsi molto più che dividersi. È fare un casino di sbagli, anche goffi e cretini. È umiltà da aggiungere a sacchetti ogni dì. È voglia di imparare ogni giorno, è desiderio di mettersi in discussione. È forma e contenuto, è linguaggio e azione. È volontà. È ascolto. È inclusione. È un processo, una direzione, una tendenza. Una ramificazione, una sovrapposizione, spesso caotica. È un’affermazione; è, spesso, una negazione. È una contraddizione che prova a rimescolare le carte.

Ma soprattutto: è quella cosa che al “ma figurati, io la penso già così, perché mica c’è differenza, per me, siamo tutte persone” risponde con “Ok, favolosssso, però it’s not about you e ciò che penzi, it’s about come il mondo funziona per tutte queste persone che dovrebbero essere ugualissime ma, di fatto, non lo sono-ancora.”

privilegio

Indissolubilmente connesso con il concetto di intersezionalità, una parola con troppe sillabe per essere pronunciata senza smaronarsi ogni tre per due:

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Bob, il triangolo a strisce: o di come le oppressioni siano tutte interconnesse e non possano essere risolte separatamente.

Il femminismo ultimamente lo avevi visto un po’ malconcio, un po’ sottotono. Ma ha detto che sta facendo una cura a base di ginseng e pappa reale e, ciò, guarda, ti dico: a me ora mi pare proprio che stia una favola.

Per chi è stat* così meravigliosamente meravOglios* da leggere fino a qui, come promesso, una parola bellissima che hai appena imparato, in omaggio:

Grancipòrro: o Cancer pagurus, granchio commestibile, che può raggiungere notevoli dimensioni. In senso figurato: errore madornale, strafalcione: «Ho proprio pigliato un granciporro

Bisessuale non è una parolaccia. Prove tecniche di scardinamento del pudore.

[Disclaimer: il seguente post possiede una dose di ironia molto personale e nessuna pretesa di esaustività. Che magari non c’è bisogno di dirlo, ma non si sa mai]

Bisessuale non è una parolaccia. Neanche pansessuale, eh. UH, GUARDA! UN UNICORNO! Ok, riproviamo.

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Bisessuale non è una parolaccia. Neppure una malattia. Neppure uno di quei disturbi che non sono una malattia, ma riguardano comunque qualcosa di fastidioso e ricorrente, tipo un eczema, un piede d’atleta o una vaginite; quelle cose che a scuola ci vai lo stesso, però che palle, cioè, meglio se non ce l’avevi. Bisessuale in realtà non è così. È tipo un paio di scarpe verdi, o un vaso di petunie. O una chioma di capelli ricci, o un giornale. O una persona. Ma probabilmente quel “sessuale” può trarre in inganno e far pensare a prudori continui. Ecco, bisessuale non indica una persona che, davanti a un bivio, si ritrova a non sapere da che parte andare, martellata dal pressante pensiero “sesso, sesso, sesso”. Si badi bene, non è che questa determinata cosa non possa capitare mai nel mondo. Alcune persone dimenticano improvvisamente come scendere le scale, altre trovano estremamente bello riempire le proprie mutande di formiche, altri si divertono a fissare il muro mentre si scaccolano. Tutto ciò è una figata, ma non delinea una categoria, ecco.

La persona bisessuale non è dunque un essere promiscuo per natura, amante dei festini sfrenati a base di ruhm e cocaina za zà. La persona bisessuale può anche, e dico anche, passare il sabato sera a guardare Una mamma per amica mentre beve birra e indossa il pigiama di flanella, e la domenica a guardare Chievo-Empoli mentre si da lo smalto sulle unghie.

La persona bisessuale sa distinguere, di norma, tra la destra e la sinistra, più o meno come la media delle persone. Solitamente, come Derek Zoolander, ha le proprie preferenze e i propri limiti rispetto al lato verso il quale rivolgersi. Si narra di una persona bisessuale residente in provincia di Cuneo che una volta nel ’94 abbia votato Forza Italia, ma non abbiamo dati certi in merito.

La persona bisessuale mangia carne, la persona bisessuale è respiriana, la persona bisessuale è astemia, la persona bisessuale vive in periferia, la persona bisessuale non si perde un vernissage nella nuova galleria in via mazzini 82 neanche quando piove fango.

E così via. Esercizi di fine unità:

La persona bisessuale:

a. è una creatura mitologica che ama sia Star Wars che Star Trek
b. è un* super hero con il potere dell’invisibilità
c. è un pony
d. è una cattedrale gotica
e. una persona che non ha capito i sensi unici

(Un aiutino. Era la B.)

Se la parola “omosessuale” si è liberata dello scomodo suffisso pieno di S, difficile a pronunciarsi per romagnol* e persone affette da sigmatismo, declinandosi in forme che non fanno un continuo riferimento alle scabrose zozzerie, quanto piuttosto a isole greche o a sinonimi di felicità, le persone bisessuali sguazzano ancora in un guano laido e torbido, additato talvolta come un guano di indecisione e ipocrisia. Invece, le persone pansessual… UH! UN DODO! mmh, ok.

dodo

A tal punto, potrebbe risultare utile ai più un elenco sostitutivo di nomi meno sordidi.
Sbizzarrirsi con la fantasia è lecito: in fondo, si sta parlando davvero di qualcosa che esiste? Tra i primi nomi possibili:

  • Giani: dal mitico Giano Bifronte, in onore del dio che si muove sempre, che parte da se stesso e a se stesso ritorna. Come qualcun* che va in giro a rimorchiare, ma viene considerat* troppo gay o troppo etero, e deve, pertanto, tornarsene a casetta propria. Il nome più gettonato perché destinato a diventare: Gianni, un nome di cui puoi fidarti.
  • BIAdesivy: dal celebre nastro bi-adesivo. Ma con la Y, per fare più international.
  • Ambid: traslato da ambidestr*, tuttavia modificabile in quanto troppo simile a “ambiguo”
  • Hey!: questo è proprio bello. Immaginate, un esercito di “Hey!”, pronto a tutto pur di attirare l’attenzione sulla propria pacifica esistenza. Immancabile l’inno dei Chemical Brothers “Hey Boy, Hey Girl”. Il punto esclamativo si pronuncia, non è muto.

Insomma, le idee per degli affettuosi nomignoli meno disturbanti non mancano. I diminutivi nemmeno: in tal modo si eviterà di incappare in uno scomodo susseguirsi di S, come quando si abbrevia “Alessandro” in “Ale”. Stessa cosa avviene per l’eterosessuale: sdraiarsi su un breve e risoluto “etero”, chiudendola lì sulla faccenda del sessuale, non ha prezzo. È dunque lecito riferirsi alla persona bisessuale con un Bi di cortesia. Sarà facile ricordarlo pensando come suona la traduzione inglese del verbo essere o, in alternativa, alla seconda lettera dell’alfabeto. Attenzione: lasciate perdere la beta: si tratta di una condizione, spesso, non provvisoria. Insomma, è proprio una B.

Esistono una serie infinita di aggettivi attribuibili alla persona Bi: alta, magra, autoritaria, giovane, distratta, indisponente, gentile, svedese. Perfino asessuale (binomio facilmente ricordabile con le lettere AB). O pansessuale, che non è proprio il contrario di asessuale; si narra che esistano persone pansessuali asessuali ma pan-estetiche e/o pan-romantiche (che poi non è il nome di una nuova merendina del mulino bianco, però potrebbe esserlo). Se il pan- risulta imbarazzante, vuoi per l’accostamento con quel dio caprino molesta-ninfe, vuoi per il cibo che evoca a base di frumento, è possibile un’alternativa gluten-free altrettanto deliziosa: pomosessuale. Designa una sessualità inclusiva e post-moderna a base di mela della val di Non. Gnam.

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My Personal Japan. Part #2: Tokyo, la risposta tra cassetti e afasia

[N.B. Qui potete leggere la prima parte, dedicata al primo weekend a Tokyo]

«D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.» (Marco Polo, da Le città invisibili, I. Calvino)

Dopo una sveglia tarda, la giornata inizia (già a metà) con una visita al Robot Restaurant. Siete lì per vedere uno spettacolo unico nel proprio genere. Come descriverlo? Ci provi; trattasi di un mix tra:

  • anime pieni di combattimenti tra mostri giganti e robottoni, guidati da colorate e succinte guerriere
  • i Power Rangers, conditi dalle tipiche mosse esagerate e dialoghi didascalici (che, a loro volta, affondano le proprie origini nelle forme teatrali del kabuki e nel bunraku, passando per il tokusatsu)
  • Honzen-ryōri: una forma altamente ritualizzata e cerimoniosa di banchetto tradizionale giapponese, che vede i commensali-pubblico dispost* sui due lati lunghi della stanza, ognun* con il proprio tavolino, e uno spazio centrale riservato alle esibizioni (da qui il nome “restaurant”, anche se al massimo ci si sgranocchiano pop-corn)

Dopo un weekend che ti aveva abituat* a spazi ristretti sviluppati in verticale, è straniante l’effetto provocato da questo enorme regno del kitsch. Colori sgargianti, pareti luminose, bagni psichedelici. Schermi sui quali vengono proiettate immagini rubate qua e là da videogames e chissà cos’altro: il post-internet qui si fa poesia pura, tra enormi farfalle e  piante in tremenda CGI, incoerente tanto nelle dimensioni quanto nei cromatismi. E questi erano i visual: lo spettacolo dal vivo è invece un carnevale di Rio, con dinosauri e mega-ragni, taiko e unicorni, recitazione espressionista e coinvolgimento della platea. Sei riuscit* a descriverlo? Probabilmente no.

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Robot Restaurant

I cassetti di Tokyo

I giorni successivi proseguono nel cuore pulsante di Tokyo; o forse sarebbe meglio dire “nei suoi cuori”, dato che la città è talemente ordinata da essere divisa in scompartimenti: sai esattamente cosa trovare e dove. Un po’ come avere delle targhette con su scritto “calzini” o “mutande”, applicate su ogni cassetto. Harajuku per lo shopping rockabilly e alternative, Akihabara (o Akiba) per cosplayer e maid cafè, Asakusa per turist*, selfie e souvenir tradizionali. E così via.

A Harajuku non hai fotografato le meravigliose gothic lolita (né ogni sottogenere lolitesco casual, sweet o punk) per via di quell’eccesso di rispetto che ti impedisce di considerare le persone come freaks da ammirare, aggiunto a quell’eccesso di pudore che ti impedisce di chiedere «Posso farti una foto?» (cosa che invece domandano alcune persone, con ossequiosa considerazione, a te e The Gloomy). Ti prepari però a far spazio in valigia alle nuove felpe con le orecchie, ai calzini con il pizzo, agli scamiciati acquistati a Takeshita-dori. C’è il tempo per un fugace incontro con degli adorabili coniglietti in un piccolissimo animal cafè [n.b.: in Giappone, specie in città, è difficile per le persone tenere degli animali da compagnia in casa. Questi luoghi danno loro l’opportunità di coccolare gatti o altri pet -anche i serpenti sono pet- per qualche ora. Per inciso, gli animali in questione sembrano gradire il trattamento]. Trovate, sfortunatamente, troppa fila per entrare al Kawaii Monster Cafè (ingresso: 500 yen).

Akiba. Due maido fuori da un locale sanno come prenderti, gridando «Kawaiiii, pinkuuu!» alla vista della tua chioma. Visita a un illuminatissimo e per niente nascosto sexy shop a 5 piani, a un negozio di sofisticate e curatissime bambole e a un inaspettato tempio Shinto. Per pranzo prendi una tregua dal consueto triple check sul menù optando per il ristorante veg Kamakura Fushikian. Nei giorni seguenti, l’economico connubio soba+tempura (o anche alghe wakame) rintracciabile in qualunque sobaya ti droga a livelli così appaganti che non necessiti più di altro cibo da monaci.

Asakusa: il cassetto delle “cose” storiche e di tutt* * turist* che non vedevi da giorni (ecco dove si erano cacciat*!). Visita ai templi buddisti e al santuario, poi alle innumerevoli bancarelle. Un morso ai dango e uno al taiyaki (snack dolci ma non troppo). Un obbligatorio sguardo al panorama dalla cima della Tokyo Tower [n.b. la cima vera, quella più alta, sarà chiusa per lavori fino all’estate 2017], bento box a prova di manga e squisiti onigiri all’umeboshi [googlate, googlate. Un indizio: quasi tutto ha a che fare con il riso].

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Dango (la D non è muta)
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Taiyaki

Shibuya-ku: il cassetto dove incontri Fumino Sugiama, attivista LGBTQIA e co-presidente del Tokyo Pride. Dopo aver cenato nel suo locale Irodori, che scopri essere un raffinato izakaya, riesci facilemente a ottenere un’intervista, data la sua estrema disponibilità.

Tra Miyazaki, HBO e Disney

L’anima bambina scalpita, dirigendovi prima al Museo Ghibli, dove vieni investit* da poesia e meraviglia. L’incantevole cittadina di Mitaka vi rimette al mondo. Parco, soba e un’insensata quanto spassosa tappa alla casa di Shoshanna in Girls.

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La fanciullezza continua a Tokyo Disneyland. E tu, bambin* occidentale cresciut* col mito di Disneyland Paris (abbastanza vicino da non essere impossibile, abbastanza lontano da essere agognato), poi divenut* troppo riot per concedertelo, sei arrivat* fino in capo al mondo, dove la Disney è esotica, per soddisfarlo. Star Tours, da Star Wars, è il gioco eletto: lo ripetete 5 volte (peccato non cogliere la stramba sintassi dello Yoda nipponico).

Da Disneyland a Odaiba il passo è breve. E brevemente sei invas* dal lirismo urbano di quella Tokyo che è proprio come te la immagini (e poco importa che tecnicamente non sia Tokyo). Fai merenda con Hello Kitty, ritrovi Badtz Maru e scopri Gundam. Per cena, omuraisu (omelette ripiena di riso- e di qualunque altra cosa desideri). Chiunque popoli Odaiba ti sembra ricco, di una ricchezza malinconica. Decidi che due personaggi sulla metro appartengono a un film di Sofia Coppola: una silfide vestita di bianco e il suo compagno, dotati di una bellezza da privilegiati, entrambi con un lecca lecca in bocca, entrambi intenti a guardare lo schermo del proprio smartphone. Non si guardano, eppure la loro posa è tenera, tra la noia e la complicità. Sembrano più intelligenti di quel che serva per essere felici.

L’ultimo sabato ti riserva un curry miracolosamente vegetariano e una serata in un posto speciale: dopo un saluto al Campy!, colorato bar di drag queen, scegliete l’A-Un, locale lesbian friendly nell’ormai familiare Shinjuku-Nichoume. A Tokyo i locali sembrano appartamenti: per le dimensioni e per il fatto che si trovino anche al secondo, terzo piano di un palazzo. Scovarli è un terno al lotto. Dentro l’A-Un, chiunque è un* dj, chinque è curios* e amabile verso il duo di gaijin col cappello. Piovono shottini, piovono risate.

La frase della serata: Oh, girl, you now we have a word for this? It’s Otaku!

Sinestesie, afasie. Saluti.

A Shinjuku, vivi un momento che potrebbe essere eterno o infinitesimale, a un incrocio, stregat* dall’armonia tra i rumori cittadini. Uno schiaffo sinestetico (in forma di sottopassaggio maleodorante di urina) ti riporta al reale. Nell’ultima notte dell’ultimo week-end a Tokyo scoprite che l’ultima metro è all’una.

A Nakano, verso casa, vi invitano dentro il pub all’impiedi più piccolo che ci sia. Impossibile rifiutare. Erina, bartender dal sorriso inebriante, offre un luogo no charge in cui non ci si annoia mai (condito con dell’ottimo whiskey).

Avresti voluto raccontare di un’amicizia speciale ritrovata davanti a una zaru soba. Degli spettacoli di danza contemporanea, dove il pubblico performa più de* performer e tutto si svolge sopra dei negozi alla moda, non nei teatri off. Del wi-fi quasi ovunque, che ti salva da alcuni momenti di panico in cui la sim giapponese si ribella, lasciandoti senza internet. Delle file per la metro. Le file, non i grumi scomposti di persone. Del divieto morale di starnutire o di soffiarsi il naso, della gentilezza (imposta) che pervade ogni cosa. Di quel* ragazz* che, nonostante la barriera linguistica, vi aiuta a capire come funzioni la lavanderia a gettoni, catapultandosi di corsa a casa propria per offrire un po’ di detersivo d’emergenza, e della tua incapacità di replicare con un inchino (a ogni «arigatou» sembri un* ballerin* che prende gli applausi). Della birra di prugna nella common kitchen, o di quella sera che avete provato a spiegare la differenza fra L e R, abbattendo ogni distanza fonetica con un mare di risate. Delle colazioni al Seven Eleven, tra sobapan e strane bibite energetiche. Di tutto ciò che resta nel cuore, che fatica a dividersi in cassetti o scompartimenti, travolto com’è dall’esperienza nella sua interezza. Che dopo tanto blaterare, ti porta a una rassegnata e sorridente afasia.

Tokyo è la risposta alla tua domanda di ragazz* di provincia, cresciut* con il mito della metropoli. Una di quelle risposte piene di parentesi, di incisi. Un libro aperto sulla tua scrivania, che proprio non vuoi chiudere, come a voler dire «dopo riprendiamo il discorso, eh?»

Attivi il Japan Rail Pass: è ora di salutare questa città che non ha mai dormito, se non per quei fugaci sonnellini nei posti più scomodi e assurdi, e di interrogare altri luoghi.

TO BE CONTINUED… [qui la terza e ultima parte]

#Shottini Quantistici: La Weltanschauung del* Freak Lance part#1

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Elina Brotherus – Giraffe and Owl from Carpe Fucking Diem

Lavoro in team: a distopic experience.

La tua inadeguatezza alla vita da scribacchin* in affitto full time si evince dalle piccole, insormontabili sfide quotidiane.

Freak Lance & Cliente Alfa®

Freak Lance in trasferta da Cliente Alfa® fighettissim* in veste di copy/account/creativ*/la qualunque.
Un sex-appeal da riviera romagnola l* accoglie in giacchetta perfetta, taglio di capelli perfetto, occhiali stilosi da chissà quanti mila euro (perfetti). In pochi minuti * FL è in grado di irrorare il caffè offerto* su:

documenti sparsi
tavolo
il proprio maglione
i sopracitati occhiali, posati incautamente sul sopracitato tavolo.

Prima che Cliente Alfa® se ne accorga, * FL cerca di pulire un po’ tutto con la manica del sopracitato maglione. Sporcando ancora di più le lenti degli occhiali (sì, quegli occhiali da centordicimila euro).
Un* FL beve solo tè aromatizzato alla vaniglia, che non necessita di zucchero aggiuntivo da mescolare, che se ne sta buono nella sua tazza personalizzata e non salta fuori da una tazzina di carta al primo rimbalzo di una paletta usa&getta.

Freak Lance & giovialità

Un* FL è liet* di lavorare in un team, ma alcuni momenti mettono in luce la pretesa di condividere una precisa weltanschauung. Tale concezione del mondo propria degli esseri sociopatici esclude la visione di serie tv doppiate e reality show in cui la gente si umilia per un piatto di linguine alle bacche di goji: questa impossibilità di pacifica convivenza l* porta spesso e volentieri a desiderare un luogo di rifugio lontano dalla pausa pranzo condivisa.

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Freak Lance & creatività prêt-à-consommer

Un* FL ha capito, volente o nolente, di essere vittima di quel perfezionismo disadattativo, mix di narcisismo e ansia, tutt’altro che positivo, tutt’altro che lodevole e tremendamente intralciante del «Posso farlo meglio, posso farlo molto meglio e, sai che ti dico? mi sa che manco lo inizio, tanto potrei sempre farlo meglio!».
Perciò, mentre FL si crogiola nel proprio perfezionismo, indecis* se utilizzare la parola molto o optare per quell’indubbia sfumatura differente propria di tanto, gli ordini arrivano in forma di rassicuranti evergreen: fallo bene-fallo in fretta. «Emozionami. Per ieri.»

Per distopia si intende, in medicina, la dislocazione di viscere o di un tessuto dalla sua normale sede. * FL è indubbiamente un tessuto prelevato e impiantato in un altrove.

(P.S. * FL non è snob. Non del tutto, almeno. È solo cascat* con i suoi anfibi sporchi dentro una realtà immaginifica differente, in cui tutt* indossano i tacchi a spillo)