Prima o poi il lavoro arriva. Bando per una resilienza artistica

Prima o poi un lavoro arriva. Come uno schiaffo mentre dormi.

Come un «ma guarda che oggi c’è il compito di matematica» mentre, appena arrivat* a scuola, cerchi di smaltire gli effetti dell’after («tanto domani ho solo due ore di educazione fisica e poi assemblea»).

Prima o poi un lavoro arriva, o qualcosa di simile. E neppure male, eh.
Una proposta lavorativa frettolosa, urgente, come urgente è il tuo bisogno di portare la giacca in riparazione o di riempire il frigo di cibo vero: proteine, carboidrati. Che sono queste verdure già mezze mosce?
Hai bisogno di uno stipendio come hai bisogno dell’aria, ne va della tua dignità di umanoide. Ti senti un essere a metà, privat* non solo del potere d’acquisto ma del potere di risposta breve alla domanda:

«Che lavoro fai?»

«beh, vedi, è un momento di transizione, perché io in teoria lavoro in teatro»

«ah, quindi reciti?»

«no, no, non recito più. Non in senso canonico. Al massimo fingo»

Sorridi imbarazzat* mentre chi ti ha posto la domanda si chiede se ci sei o ci fai.

«Che lavoro fai, dunque?» «Content Writer. Social Media Strategist. Seo Specialist Junior. SocialPluriMediaAssistantConsultantMarket(t)ter».

Non hai la minima idea di cosa vogliano dire queste parole ma almeno le metti in fila con una sicumera degna di Giorgio Mastrota quando cercava di convincerti che quelli erano proprio gli ultimi giorni per avere le doghe ortopediche direttamente sotto le chiappe.
È solo uno step, ti dici, ti dicono, non un approdo. Ma va bene, sei liquid*, puoi occupare anche questo spazio semi-sconosciuto. E almeno non risuonano le solite frasi, con puntini di sospensione, colpi di tosse e sospiri che intervallano parole altrettanto anglofone e ancor più misteriose, e che portano con sé un carico di imbarazzo, un carretto di «non son degn*».

Ogni operat*e artistic* che si rispetti si farebbe tagliare il dito del piede che usa per dipingere opere astratte piuttosto che affermare «Sono un*artista». Le frasi sono ricche di provo, cerco, nel mio percorso… di quell’inadeguatezza che anche tu indossi come una felpa gialla taglia XL. Non puoi cercare di nasconderla, non puoi ammettere di averla. Ci stai scomod* e a tuo agio al contempo. Non ne sei degn*, poiché è firmata, e contemporaneamente non la vuoi, perché crea problemi nel movimento, è vistosa, attira le api e gli sguardi insospettiti.
Hai la possibilità di indossare una t-shirt nera, elegante, che si abbini a tutto, più o meno della tua taglia (più o meno: non pretendere troppo da una taglia unica. E poi se sei nat* microsize vuoi dar forse la colpa all’industria tessile mondiale?). Eppure vuoi la tua fottuta felpa gialla. Ma cazzo, no che non la vuoi, dove siamo, all’asilo?
Decidi allora di andare a fare questo benedetto shopping, questa cosa che non hai mai capito: tu i vestiti li vorresti pronti, fatti su misura e già stesi sul letto, da poter ammirare e forse, ogni tanto, da indossare, con parsimonia (e un pizzico di «non sono degn*», sia mai che ci si senta adeguat* al mondo).

Il lavoro puramente creativo è nascosto dietro numeri che non sai leggere, li hai dimenticati il giorno del diploma al liceo. Avevi giurato a te stess*, in prima elementare, che la tua guerra alle cifre un giorno sarebbe finita e che avresti vinto tu. Piuttosto supponente come moccios*, ma in fondo hai avuto ragione. Per un po’.
Hai avuto la presunzione di pensare che ti sarebbe sempre andata bene così: abitare da bohémien* in mansarde prestate, consumare pasti messi insieme con la stessa fantasia pragmatica della Peppina quando faceva il caffè con 4 kg di cipolle (per unire l’utile allo stomachevole).
I progetti artistici più belli e challenging sono sempre quelli meno pagati e poco vendibili.
Vacilli, oscilli, ma non vuoi più assecondarla questa follia dell’artista che può permettersi di esserlo: non hai rendite né eredità generose e, in ogni caso, vedi i bravissim* sgobbare per 4 date l’anno.

Non ne puoi più di chi, con la leggerezza inconsapevole di chi tira dei macigni pensando siano granelli di sale, si permette ancora frasi come: «L‘artista deve scendere a compromessi per restare nel proprio ambito, altrimenti fa un altro lavoro e si tiene l’arte come Passione (certo, ne va della sua Professionalità)». Se senti ancora una volta la parola Passione abbinata all’arte pensi che vomiterai; se senti ancora la parola Professionalità accanto a un mestiere che non dà da vivere pensi che urlerai in preda alle convulsioni, quantomeno affinché tutti se ne accorgano.

Scott Pilgrim Level Up

Ti dici che un secondo (primo?) lavoro non ti renderà meno “artista”, così come lavorare 12 ore al giorno in teatro-spaziononconvenzionale-meandridelcervello non ti hai mai res* automaticamente meritevole del titolo.
L’arte è un’inganno: come un amore folle ma corrisposto solo a giorni alterni.
Ti ripeti che non esistono strade segnate, nessun obbligo, e questo già lo sai.
Che il lavoro che arriva è bello, e questo è vero, con tutti i compromessi fra numeri e parole che si porta dietro.

Vuoi che le persone smettano di straparlare di arte come se fosse qualcosa da potersi definire. Vuoi che ogni animo sensibile trovi il proprio spazio. Vuoi continuare a torturarti, sai che lo farai.

Ma vuoi anche una piantana in salotto.

Vuoi andare in Asia e in Sudamerica.

Vuoi dei capelli che non somiglino a un’opera pubblica inaugurata e poi lasciata alle intemperie, al fogliame, alle cartacce.

Vuoi essere te, senza definirti o sentirti meno qualcosa solo perché hai sempre creduto che sarebbe andata in un certo modo.
E poiché non ammetti compromesso, ma solo scelte, scegli la doppiezza, forse la triplezza, o comunque la moltitudine, e indìci il tuo personale

Bando per una Resilienza Artistica: come attraversare la realtà e uscirne rafforzat*

Requisiti fondamentali per l’ammissione:

  • Esperienza comprovata e documentabile nell’assorbimento di energia dall’ambiente esterno, specie se poco affine all’attività creativa
  • Spiccata capacità di resistenza allo stress, all’ usura e al buonsenso
  • Elevata attitudine al rilascio di energia assorbita in precedenza in ambienti ostili e impreparati
  • Idoneità alla doppiezza o al multiforme

Si offre:

  • Spazio angusto per scrivere e arrovellarsi il cervello per tutto il giorno, tutti i giorni: in lingue e linguaggi diversi, tra numeri e parole
  • Il privilegio di una doppia identità e di un perenne conflitto amore-odio-sto benissimo- ma chi me lo ha fatto fare

 

Tra la frustrazione e la stasi c’è un movimento centripeto che ti farà dormire pochissimo e vibrare di idee da realizzare. Sei già lì che giri. In compagnia di quei piccoli gnomi morbidi e giallognoli sulla tua tastiera.

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Lobby Roads. Le 5 strade del potere che non hai percorso

stage con rimborso
Lo Stage, pratica BDSM fra le più estreme

Strabuzza gli occhi e, segretamente, si sfrega le mani con soddisfazione.
Ti sembra di vederle: un secondo paio di mani che sotto la scrivania si compiacciono di aver trovato qualcun* come te da spennare, spremere, sfruttare.
E non perché tu sia merce, di per sé, così rara o preziosa, ché di scribacchin* che sanno fare un po’ di questo e un po’ di quello in fondo è pieno il globo (lo è?). Ma il tuo insolito cv, comparato a quelli di imberbi neo-laureat* tutto-marketing-niente-esperienza che si sono fatti avanti per una posizione tanto appetibile, fa breccia nel suo cuore di CEO©.

30 giorni di prova. Full time. Gratis.

A strabuzzare gli occhi ora sei tu.

6 mesi di stage con rimborso al di sotto della soglia minima pronunciabile a voce alta e… (squillo di trombe) prospettiva di inserimento immediato.

«Come reagisce sotto pressione?»
Che domanda anni ’80, cuore di CEO©. Ti aspetti un Ciribiribì Kodak da un momento all’altro.
Chissà cosa vorrebbe che rispondessi. La tentazione è quella di stupire con un candido «malissimo», ma ti limiti a un sopracciglio ricurvo.
«Perché alla fine si tratta di un periodo formativo completamente spendibile».
Spendibile e sperperabile come, evidentemente, il tuo tempo. Il tuo full time.

Gioisci nell’ accorgerti di come il mondo dell’arte e quello del marketing si siano finalmente incontrati e uniti nel sacro vincolo del no budget.

Sei infatti più che avvezz* a bellissime (quelle sì) e stimolanti proposte di collaborazioni artistiche low (no) budget: perché mai dovresti stupirti per questa tendenza allargat*? Sari mica così ingenu*?
Per ogni offerta simile pensi a come sei stat* snob a aborrire gli hobby pensando che non ti riguardassero.
Hai canalizzato ogni energia, ogni pratica e ogni scoperta per creare dei setting, degli ambienti e, dillo pure, delle storie. E farlo per mestiere.
Ma tra le cose che hai scoperto da poco ce n’è una curiosa e croccante: hai saltato quel passaggio tanto mainstream dell’hobby come dopolavoro, come svago, e lo hai direttamente innalzato alla nobile posizione di professione full time.
E ora prova a presentarti: col tuo nome poco serio e la dicitura “professione hobbysta”. Fai parte di quella schiera che ha eletto il rischio maggiore a scelta di vita, e ti ritrovi oltre il lavoro e oltre il dopo-lavoro: sei nell’era del post-postlavoro.
Nessuno stipendio che sostenga quello che credevi essere un mestiere ma una serie di rimborsi di spese effettuate con i soldi prestati, bofonchiati, immaginati.

Sei stat*, ancora una volta, sciocc*, perché è evidente cosa ti sia sfuggito: una L al posto della H.
Hai messo una H e un apostrofo di troppo; tossivi, forse, in quel momento, quel momento sbagliato in cui ti sei trovat* a fare l’hobbysta mentre potevi fare, agiatamente, lə lobbysta, l’unico mestiere che non conosce mai crisi, se non d’identità (in fondo, chi diavolo sa cosa sia un* lobbist* e cosa faccia per esserlo?)
Già Dargen D’Amico, lobbista della parola rimata, indiscusso poeta tra i più influenti degli anni ’10, suggeriva come esista il passatempo di creare e consolidare lobby dietro le cose più disparate, perfino i semafori.
Con un semplice cambio di lettera avresti potuto intraprendere alcune delle più fortunate carriere da lobbista e far parte di alcuni tra i più oscuri e potenti gruppi di pressione al mondo:

  1. La lobby delle borse blu dell’Ikea: per un qualche motivo sembreremmo avercela tutt* contro. O, almeno, tutt* coloro che sono costrett* a subire la frustrazione e l’assurdità dell’invito: “Ti piace la tua borsa gialla? Prendine una blu”. La lobby delle borse blu regna incontrastata alle casse e impedisce la diffusione delle borse gialle al di fuori dei confini Ikea.
  2. La lobby degli sciroppi per la tosse, spin-off della lobby dell’industria farmaceutica. Misurino a forma di bicchiere da shot, colori sgargianti, effetti inebrianti. Il tutto per favorire abusi, dipendenza e picchi di vendite.
  3. La lobby dei web designer scarsi, i cui principali scopi sono il boicottaggio del buon gusto, la diffusione delle teorie complottiste new age tramite banner psichedelici e la perdita delle diottrie su vasta scala. Legata indissolubilmente alla lobby degli oculisti e degli psichiatri.
  4. La lobby degli ombrelli: strettamente connessa alla lobby delle previsioni del tempo e, naturalmente, a quella del controllo climatico e delle scie chimiche. Se continui a perderli, distruggerli durante le tempeste e dimenticarli all’ingresso del bar è perché in qualche modo te la sei inimicata.
  5. La lobby delle botole. Così potente e segreta che non è dato sapere per chi lavori e contro quale rimedio naturale o istituzione sacra stia lavorando.

Fai un lungo respiro, ti alzi. Immagini quella stessa cifra che ti è stata proposta come rimborso mensile in cambio delle fatidiche 40 ore settimanali nelle mani de* figl* adolescenti di chi ti sta davanti, ogni sabato. Non sorridi, non è stato un piacere conoscersi.

Sgusci fuori, c’è ancora luce. Una donna si affaccia a una finestra dalle persiane verdi e accende una sigaretta; un ragazzo lancia una trottola lungo il marciapiede, fa un balzo, la insegue. È un buon inizio, per una storia.

Postcards from Impatience®

Time Travelling (collage by Eugenia Ioli)
Time Travelling (collage by eugenia loli)

Ottobre. Che in questo emisfero significa: riaccendere il riscaldamento, fare lezioni-prova gratuite in tutte le palestre del circondario, avere finalmente una scusa valida per la sociopatia grazie alle serie “tv” che ricominciano. E che nel tuo personale emisfero significa piccoli, nervosi bilanci:

Totale curricula inviati: 68
Totale risposte conquistate: 9
Totale colloqui sostenuti: 5
Totale feedback ricevuti: tendente allo zero
Totale lavori ottenuti: due mezzi che, inspiegabilmente, non ne fanno uno intero.

Ci vuole pazienza, ti ripeti.
Pazienza è una bella parola, oltre a essere il cognome di uno dei più cinici fumettisti di questo paese:

“Disposizione d’animo, abituale o attuale, congenita al proprio carattere o effetto di volontà e di autocontrollo, ad accettare e sopportare con tranquillità, moderazione, rassegnazione, senza reagire violentemente, il dolore, il male, i disagi, le molestie altrui, le contrarietà della vita in genere”

recita il Treccani. Deriva da “patire” ed è considerata, in maniera trasversale, una virtù tra le più pregiate e apprezzate da* spiritualon* di tutto il mondo.
Lə copy che è in te ci troverebbe un claim, anzi un payoff, ché la pazienza è più di un prodotto: la pazienza è un brand, un lifestyle, un marchio registrato che prevede coach preparatissimi, come la Zumba: la pazienza è ciò che ti permette di non urlare quando la girandola del tuo laptop è più ipercinetica del solito, di non bestemmiare davanti all’ennesimo ritardo di un pagamento e di non strangolare chi ti dice che l’arte contemporanea fa schifo perché questolosofareancheio.
Così, tra le varie possibilità che sintetizzino l’identità del marchio Pazienza®, ne troveresti una per ogni target, una adatta a ogni sensibilità o modo di vivere:

c’è il payoff diretto e rassegnato:
Patience. ‘cause life’s a bitch.
Quello apposito per chi ama il classico:
Be Patient: Rome wasn’t built in a day.
Quello comparativo:
Patience. Better than Hope®.
L’animalista:
Follow the ants. Be patient.
Il culinario:
Pazienza. Tutto il gusto in un rospo (da ingoiare).
L’ entusiasta:
Pazienza: Lo stress della tolleranza + l’angoscia del tempo che passa!
La formula per l’onnipotenza:
Patience: and you’re like a God.
E, infine, per chi ama le sfide:
Pazienza. E ora provate a non perderla. (Sai che questo è più un claim, ma ci sbuffi su.)

dramatist, o ciò che ne resta, che è in te, invece, ci scriverebbe una scena. O, meglio, un inizio. Perché lə dramatist, o ciò che diventerà, che c’è in te sa scrivere solo inizi: assaggia, morde con avidità, si sporca, poi lascia a metà, dopo aver disseminato briciole ovunque.
E sarebbe un inizio con una lunga didascalia:

Luce. Una figura vestita di blu è in piedi, posizione frontale, sguardo fisso.
Ha in mano una borsa in pelo di coniglio. Aspetta.
Si gratta il gomito.
Aspetta.
Parte: “Girls just wanna have fun” di Cyndy Louper.
Silenzio.

Figura umana vestita di blu:
«Abbiamo mangiato lumache,
cime di rapa, creste di gallo,
salsa bernese, salsa olandese, salsa svedese.
Abbiamo giocato a Pictionary,
a Monopoly, a Memory
al Sudoku, al Bunraku, a Zampakutou.
Abbiamo parlato di viaggi e allunaggi,
di stragi, complotti, strateghi e borlotti.
Ci siamo seduti sul divano.
Mi ha guardat* negli occhi
e ha detto: “buonanotte”.»

Buio.

Ma sei tu, nella tua interezza di scribacchin*, costrett* ad allenare la tua, di pazienza; e ti stupisci di come possa essere produttivo un lavor(ì)o non retribuito.
Vai a letto.
«Stavo scrivendo, ma è tardi, non finirò oggi.»
«Anche io stavo salvando il mondo, ma è tardi, non finirò oggi.»

My personal Nord

Non lo avevi esattamente preventivato.
Ti eri fatt* un’idea un po’ diversa di come sarebbe andata.
Anche se hai sempre saputo che avresti lasciato LAputa, la terra natìa amata-odiata-estranea, per un generico altrove, purché ammiccante, ti eri figurat* un* te differente, non certo al sicuro, ma inserit* in un contesto che avesse perlomeno un nome (il fatto che il nome fosse teatro avrebbe già dovuto suggerirti l’instabilità dell’intera faccenda).
LAputa si trova a sud del buonsenso e un pelo più a nord dell’autocommiserazione, e da laggiù hai sempre ricercato il nord come si cerca una ragazza con gambe e ciglia troppo lunghe: con ostinazione e un senso di inadeguatezza costante.
Così, attratt* dalla bòrea e consapevole che si è sempre a sud di qualcos’altro, non hai mai disdegnato del tutto l’ipotesi dell’Islanda. Ma per adesso no, ancora non è andata così.

Sapere di essere fisicamente, nonché emotivamente, preparat* per affrontare i lidi settentrionali, civilizzati e climaticamente inospitali per la maggior parte dei mammiferi mediterranei (ma non per te, che sei nat* per sbaglio on the beach e al mare ci vai ancora con gli anfibi), non sempre è corrisposto a delle scelte oculate e a dei progetti di vita che avessero un senso e una continuità. Sarebbe stato troppo facile.
È che certe cose come: sapere cosa farne di se stessi, guardare in prospettiva, agireoggipercostruireilpropriodomani, ti fanno l’effetto della vellutata di porcini: qualcosa che hai schifato immensamente da bambin*, ma che brami e rimpiangi da quando i tuoi cachet minimalisti non ti consentono neppure di annusarla.
Hai scelto dunque, come si dice, di pancia: era il 2008, la crisi economica mondiale sembrava ancora non troppo mondiale; sembrava più un qualcosa che avrebbe investito gli Stati Uniti e che l’Europa fingeva di non vedere, con un po’ di compiaciuta indifferenza (con lo stesso sollievo sadico di quando la figa della classe pestava un chewing gum).
Dunque non ti sfioravano più di tanto pensieri come l’ansia del futuro e non prevedevi la drastica slavina dei fondi pubblici alla cultura che si sarebbe verificata di lì a poco, pochissimo.
La prima tappa è stata una scelta: scelta con il cuore, con la pancia, forse con un po’ di codardia paracula.

Il fatto che mentre scrivi sia su un treno che varca il confine tra una regione e l’altra (e dio solo sa quanto ancora ti mandi ai matti il labile concetto di confine tra le terre, abituat* fin dalla nascita alla svolazzante indipendenza dell’isola di LAputa), con addosso un quarto dei vestiti che possiedi attualmente (e hai solo due strati), indecis* su quale inflessione dare alla tua voce che, come il regionale, oltrepassa i confini tra territori noti e meno noti, non lo avevi previsto.
E sei su, dove si parla un dialetto soffice come la spuma, i phrasal verbs sono considerati universali ed è sempre tutto una domanda.
La bellezza austera di Legoland ti conquista, si oppone a quella inaccessibile e dorata di Desìa. Ma eviterai di parlarne, ti dici, rendendoti invece amabile come un cucciolo di foca e raccontando di quanto tempo perdi a fantasticare mentre dovresti impiegarlo per cose più utili. Di quanto desideri cose semplici e banali che non puoi permetterti, del cordone ombelicale sul quale ancora inciampi. Prendi appunti mentali ma nel mentre visualizzi come ricominciare ogni volta con pochi amici intorno.

Guardi fuori dal finestrino e Legoland appare come una distesa bianca e candida. Pochi alberi, un pavone che si specchia su un pezzo di vetro.
«Non c’è il vento qui. Mai stato. Se cerchi quello hai sbagliato direzione» l’uomo seduto accanto a te cerca di leggerti nei pensieri e un po’ ci azzecca. «Ma qualche chilometro più in là, verso le montagne, fanno festa ogni giovedì. Ottime mele candite con aceto e cannella. Le migliori che tu abbia mai assaggiato»
Guardi nuovamente fuori. Il pezzo di vetro è stato rimosso, cancellato, pulito via, con un’efficienza sbalorditiva. Il pavone non se ne cura e cammina verso un edificio che a te sembra una piccola fabbrica, a nord del divertimento.
Il treno riparte sbuffando, gli fa eco una donna carica di bagagli seduta davanti a te.
Mentre tu hai solo una valigia leggera, due occhi pesanti, degli anfibi che ancora scalpitano per andare verso quell’altrove ammiccante.

Where the magic happens (o anche no)

Ore 16.31, settembre, pagina 199.
La protagonista del libro che hai appena divorato trova lavoro.
Scoppi a piangere come se fosse appena successo a te, alla tua migliore amica, a un parente stretto.
Ok la pillola, ok gli ormoni, ok che sei sempre stat* un* sentimentale.
Ma qui c’è un problema.

La più classica delle ellissi temporali ha catapultato il personaggio dalla fine dell’estate del precedente capitolo, in cui era disoccupata e disperata, alla vigilia di Natale, in cui è prossima alle ferie pagate. Senti i campanellini, senti Jingle Bells, senti lo zucchero del pandoro che ti asfalta la gola. E sai che quel tuo pianto è frutto di una tensione che cerchi di non esternare troppo (se non con the gloomy, la cui pazienza farebbe irritare San Cirano), tensione che ora è stata liberata dall’immedesimazione. La protagonista di quel libro sei tu, tanti sono i punti in comune che vi uniscono. Ti identifichi in lei, ti sei riconosciut* (e pazienza se abòrri e bolli come reazionaria la definizione secondo cui il pubblico ha bisogno dell’arte per potercisi riconoscere: qui non si tratta di arte, questa è proprio cronaca).
Sei tu che alla fine della bella stagione hai bisogno di un lavoro, sei tu che mandi speranzos* curricula non richiesti completi di foto (di 6 anni fa), sei tu che, compulsivamente, premi il tasto refresh con la speranza di trovare nella tua inbox qualcosa di più di un aggiornamento di LinkedIn (che non sai usare).

Avresti potuto spendere qualche parola in più, ingegnarti per un inizio originale, spiazzante, accattivante.
Avresti potuto spiegare “Chi sei”, ma ilcopypiùbravoditalia dice che il “Chi sono” è del tutto out, superato, anni ’80, demodé.
Avresti potuto cominciare da molto più lontano. Invece cominci da oggi.

Nei giorni scorsi hai ricevuto delle risposte inaspettate alle tue autocandidature (poche, per la verità) e, sull’onda dell’entusiasmo, ignorando del tutto quell’intestazione a piè di pagina che rivelava quanti chilometri ti separano dal luogo magico in cui tutto, ma proprio tutto può accadere, perfino che qualcuno legga una tua mail e non la cestini al pari dell’ennesima inutile notifica di Google+ (scherzo, Google. Sai che ti adoro), hai risposto a tua volta: «certo, sono disponibiliss(ssssss)im*. Ehm. Disponibile. Posso, insomma, vediamo. Va bene giovedì? (perché se non va bene vengo pure di sabato alle 7 del mattino, eh)».
Segni su Google Calendar (visto?) l’appuntamento che pare lontanissimo. Ere geologiche ti separano dal pellegrinaggio al luogo magico, dove tutto può accadere, soprattutto che diano per scontato che tu possieda una macchina e non sia, per carità, un* di que* freakketton* appiedat*.

La mattina del colloquio (in realtà, della più informale «chiacchierata» quando «passi di qui») ti rivolgi a Google Maps (hai capito ora, sciocchin*?), che con il suo solito candore ti svela che per raggiungere il luogo ameno impiegherai 1ora e 51 minuti, contando anche quell’ultimo istante che passerai davanti allo specchio nella hall, tentando si assumere un’andatura adulta e self confident.

8 euro, a/r, 4 autobus; un minuto di ritardo sulla prima corsa. 5 ore in totale.
Ti prepari come se andassi in gita al lago e passi il viaggio in compagnia di turisti tedeschi convinti che l’estate non finisca prima di Halloween, trovi per miracolo il civico 5z/q, arrivi alla meta. Ti accoglie un CEO cordialissimo e abbronzato, stranamente preparatissimo sul tuo curriculum, incuriosito dal tuo background «inusuale».
Ti racconta dei problemi con i clienti, di quanto fatturavano prima, di quanto hanno dovuto tagliare adesso, matuseigiovaneenontelopuoiricordare. Un po’ di turpiloquio qua e là per farti capire che la situazione è informale.
Seguono i complimenti per la tua creatività.
Segue un «ci risentiamo quando potrò darti qualche certezza».
Seguono tre quarti d’ora di attesa della corriera di ritorno.
Non c’è una pensilina, non una panchina o un muretto. Ti siedi sul marciapiede mentre sfogli il libro appena iniziato. Una donna emigrata in Svizzera, tornata in Italia per le vacanze, ti fa i complimenti per il vestito e ti dice che da giovane ne aveva uno uguale. Ti dice anche che il colloquio è andato sicuramente bene e che ti richiameranno, ma dopo un poco si gira, si dimentica e ti rivolge la parola in tedesco.
Abbandoni con l’ultima corsa il luogo magico, dove può accadere tutto, anche che ti si faccia un colloquio assolutamente nella norma.
Ripensi a come modificare il tuo curriculum per farlo sembrare un po’ meno inusuale e un po’ più utile, ripensi a quel «ci risentiamo», provi a ignorare il resto della frase e ti concentri su quell’indicativo presente che significa, si sa, immediato futuro. Magari addirittura autunno.

Ok, l’estate non ti è mai piaciuta, ok, dicembre è da sempre il tuo mese preferito. Ma qui c’è una speranza alla quale ti aggrappi: quella che ti fa credere ancora ai folletti e ai «dobbiamo proprio rivederci»; l’ingenuità che ti fa apprezzare delle luminarie ben fatte nonostante l’astio per il consumismo-gli sprechi-le feste comandate, e che ti suggerisce che, a breve, quel pianto liberatorio sarà uno scroscio autoriferito e non solo il degno epilogo di un libro letto tutto d’un fiato.