My Personal Japan. Part 3: Badtz Maru, il quotidiano e l’istante in cui è arrivato l’autunno.

[terza e ultima parte del report di viaggio in Giappone. La prima parte si trova qui, la seconda qui. Avvertenza: parlo spesso di chopstick, le bacchette per il cibo. La mia amica di Tokyo però ci tiene molto a ribadire che in Giappone hanno tutte le posate, persino i cucchiaini.]

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[Badtz Maru. Questo è il nickname che hai usato la prima volta che hai chattato in vita tua (avevi, suppergiù, 10 anni). Dall’altra parte c’era Actarus, sedicente uomo 28enne (non ricordi la risposta a quel “da dove dgt”) che credeva (se ci credeva) di parlare con una donna 23enne. Chi era davvero Actarus? Un’altr* bambin* annoiat* che millantava un’esistenza adulta? Una persona di mezza età? Un 28 enne vero, ingenuo e credulone? Poco importa: avevi l’impressione di saper gestire la storia inventata per entramb*, compreso il defilarti al momento del “mi dai il tuo numero?”. E questo non soltanto per via del comandamento “non dare il tuo numero agli sconosciuti” – perfettamente introiettato, ma anche un po’ innato- (specie se tal* sconosciut* sono davvero così stupid* da credere che tu abbia 23 anni), ma anche per la vergogna di dire che non ce l’hai un numero perché non hai un cellulare, perché hai 10 anni, cristo, e dopotutto sono ancora gli anni ’90, anche se per molto poco.]

Già, gli anni ’90. Ti sfilano davanti a marchio Sanrio®, mentre rievochi presunte furbizie infantili. Così lasci Tokyo, lasci il suo paesaggio, nel quale ti eri incastonat* bene, a detta di un occhio fidato: ripensando alla vergogna, leitmotiv che pare spiegare gran parte degli atteggiamenti locali (qui tutto parte non dal peccato, bensì dal senso di vergogna. Prendi nota), e con Badtz Maru a tracolla, Badtz Maru nelle bacchette acquistate, Badtz Maru on my mind, come quando di anni ne avevi 11 e non ne volevi sapere di Hello Kitty (ma di vergogna sì, oh se ne sapevi, pur non volendo). Lasci così Tokyo, e ti dirigi a Nikko.

Il Japan Rail Pass vi fa sentire due vip che non devono chiedere mai. Arrivat*, pagate la fregatura del ponte sacro (sei segretamente convint* che valesse bene un selfie). Ai templi e alle tombe buddiste famose, che si pagano, preferite i santuari shinto, semideserti, popolati solo dagli spiriti degli animali, tra i quali una rana che ti sorride beffarda, invitandoti a restare nel giardino semideserto. Scorgi Sailor Mars, o meglio, la sua alter ego Rea, sacerdotessa shinto che, con una gentilezza alla quale hai ormai fatto l’abitudine, elargisce spiegazioni ai visitatori circa una pagoda buddista. Il rapporto con la religione in Giappone è un mix di: pacifica convivenza tra buddismo e shintoismo, superstizione, devozione occasionale e who cares? Non serve aggiungere quanto questo ti affascini, specie se puoi acquistare un amuleto buddista protettivo con la faccia di Hello Kitty (Badtz Maru, Badtz Maru on my mind).

E poi: un parco bello da mozzare il fiato. L’autunno arriva in quell’istante esatto, non v’è dubbio. Siete sol*

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Nikko, autunno.

 

Abbandonato il sacro, si giunge nel turistico. Dango al sesamo nero abbrustoliti sul momento, poi spicy ramen. “Sembra un paese alpino in versione giapponese”, recitano scioccamente i tuoi appunti presi lì, sull’unghia. Non sai ancora come saranno i paesi alpini (che oltretutto hanno il pieno diritto di chiamarsi alpini, per via della denominazione “Alpi Giapponesi”). Freddo, stanchezza, un viaggio che deve proseguire. Arrivate faticosamente alla periferia di Utsunomiya, in viale dei ciliegi. Un po’ Mary Poppins in effetti sei, ma ti frega lo stupore di trovarti improvvisamente in una Sakura Avenue, dopo settimane in balia di strade senza nome. Oltretutto, soffri un po’per la mitologia mancata degli alberi di ciliegio: è autunno, i gradi in meno rispetto a Tokyo si fanno sentire, il Giappone da cartolina per te è rosso e giallo, senza quell’aura rosa e romantica. Il che farebbe dire a chiunque “peccato che”. (Ma soffri solo in parte: l’autunno chiude la porta, svela le passioni con il fascino di un inavvicinabile e geniale asperger. Non puoi, non potresti mai preferirgli una vezzosa primavera rosa senza sentire uno stucchevole senso di imitazione e doppiezza.)

La casa in cui dormite è l’interno di un manga: non avevi mai dormito in un disegno dalle porte scorrevoli. Vivi un momento da locale. E non si tratta solo di tatami e fouton, o di una vasca profonda che serve per rilassarsi e non per lavarsi (ci si lava prima, ci si lava fuori, in un traumatico rituale preparatorio). È il 7Eleven a due passi, fresco di inaugurazione; è il bagno provvisto solo di w.c.(ancora una volta deliziosamente piccolo e rosa); è la tv che offre solo programmi giapponesi, tra idol e soap improbabili tanto quanto le “fiction” di Rai1. È una porta che sembra, in tutto e per tutto, una serranda, svelando con il suo scorrere una goffa presunzione da viaggiator* (ma di questa storia non si parla, è un po’ come Fight Club). È una bettola assurda, scoperta per ostinazione, con anziane incredule alle prese con canzoni enka, musicaccia melodica.

Come veri locals, dunque, tornate a casa a vedere la tv: tisana calda e due (ormai ribattezzati) pinku man ripieni di castagne.

Nei giorni successivi scoprirari che ryokan non è una bestemmia pronunciata male, ma un tipo di albergo tradizionale provvisto di bollente onsen a cielo aperto. È il momento dell’incontro con il cuore montano del Giappone: un paesino che è una località sciistica in cui venite accolti con un inglese migliore di quello di Tokyo, al quale arrivate dopo un lungo viaggio nel semi-nulla, con treno shinkansen+treno che sembra una metro. Festa di paese (matsuri): bancarelle (vuoi assaggiare tutto-tutto), fuochi d’artificio, bambini entusiasti che vi fanno “Hello!”. Prima di dormire, saké e rotemburo. Scoprirai le montagne vaporose del Jigokudani, dove le scimmiette fanno il bagno indisturbate, tra gli sguardi inteneriti degli esseri umani.

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Jigokudani (Valle dell’inferno)

 

Vi rimettete in marcia verso Kanazawa, dove visitate un kenroku (giardino tipico giapponese) tra i più belli del Paese, e il parco del castello. Hotel western style e cena riduttiva (ma la città è famosa per i piatti a base di pesce e crostacei). La zona più ricca di locali è adorabile e alla mano, ma un po’ vuota, purtroppo, durante la settimana. Finite dentro il Jack Lemmon: barista e avventor* simpatic*: saké, UNO (sì, ci si gioca anche in Giappone) e, in sottofondo, Macarena e Scatman. Chi perde a UNO beve tequila offerta dall’intraprendente bartender (strano modo di far pagare una perdita al gioco, eh?). Chi vince, festeggia comunque con tequila. La serata finisce in un combini, a base di pizza-man e niku-man.

21st Century Museum of Contemporary Art: 500 yen + altri 500 per visitare entrambe le aree (collezione permanente e mostra sul design contemporaneo). Belle discussioni nascono fra voi circa l’annosa questione cosa è l’arte, fra The swimming pool di Leandro Erlich, You renew you di Pipilotti Rist e Blue Planet Sky, la finestra sul cielo, possibilità di respiro offerta da James Turrel. Davanti allo spettacolare L’Origine du mond di Anish Kapoor, una bambina, terrorizzata, dice subito “Ho paura!”. Provi meraviglia e invidia per una sensazione tanto potente.

E alla fine arriva Osaka. Porto ristretto ma sicuro dal quale esplorare il Giappone dell’ovest. Il primo impatto è devastante: trasandata e un po’ “tamarra”. Nostalgia istantanea per Tokyo e lo Yadoya. La zona dell’hotel è particolarmente brutta e triste, la stanza è ridicolmente piccola. Visita a Den Den Town, una simil-Akihabara, dove compri le chopsticks di Keroppi. Curry da Coco, catena che propone anche menù veg, già sperimentata a Tokyo. E un drink rifocillante al famoso Cinquecento (“due osusume per noi, grazie!”). Giornata che si conclude con una spesa di mezzanotte molto conveniente presso un grandissimo supermercato. Eccoti, incantat* dalla metropoli, topo di campagna.

Osaka, dunque, è un posto comodo al quale fare ritorno la sera. Sguaiata e orgogliosamente differente da Tokyo, si distingue per una spiccata attitudine alla risata. Imparerai a volerle bene. Da lì partirete alla volta della romantica Nara, con il suo gigantesco Buddha e i suoi famelici cerbiatti insistenti, sacri e indisturbati come le vacche in India. Da lì il pass magico vi farà giungere alla bellissima Kyoto, ai torii (più di 10,000) infiniti del Fushimi Inari Taishada da attraversare in salita, all’inaspettata foresta di bambù, al Kinkaku-ji, il tempio d’oro, e agli indimenticabili udon fatti a mano con tofu fritto in brodo.

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Kinkaku-ji, Kyoto

Da lì arriverete fino a Hiroshima, al suo Museo della Pace e al monumento dell’unico edificio rimasto in piedi dopo l’attacco.

“i saw the picture of them. Their faces, they looked like babies”.

Pranzo con un divino okonomiyaki veg da Nagataya, poi un traghetto, per raggiungere l’isola dell’isola, Miyajima, con il suo santuario shintoista di Itsukushima. Cerbiatti, mercato, sole, spiaggia. Uomini e donne in abiti tradizionali intenti a suonare e cantare durante la preparazione del mochi. De* bambin* provano ad aiutare, con grande serietà, nonostante la loro forza fisica sia del tutto inadeguata a un lavoro del genere. Dietro di te, sul traghetto del ritorno, due viaggiatori solitari si incontrano per la prima volta, esclamando frasi in un chiassoso inglese che tenevano silente da giorni. Non lo sanno, ma sono l’incipit perfetto per una storia.

Osaka porta il fardello degli ultimi giorni: difficile amarla anche solo per questo. La scena LGBTQI serale (concentrata per lo più nella zona di Doyama) non offre la stessa vitalità di Shinjuku Ni-chōme, o forse non sono le serate giuste. Qualche chiacchiera però riuscite a farla, in un bar chiamato Lu-pu, gestito da un’incuriosita bartender di nome Yu. Le persone vi domandano cosa vi piace del Giappone, ironizzando sul campanilismo Osaka-Tokyo. Un ragazzo dall’ottimo inglese vi dice che gli piacerebbe viaggiare in Europa, e chiede candidamente se sia pericoloso andare a Londra, per via del terrorismo. Lo è? Come si risponde a questa domanda, se non con la sincerità di chi in Europa vive, con la consapevolezza delle sue ricchezze culturali impagabili, delle sue contraddizioni, delle sue difficoltà?

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E alla fine, Osaka.

Osaka elargisce schiettezza e negozi dell’usato da svaligiare, Amerikamura e pop-culture, visi figli dell’immigrazione brasiliana e, soprattutto, gli ultimi taglienti scampoli di quotidianità giapponese.

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Hello Kitty umarell’, guardiana dei lavori stradali, Osaka

Un viaggio di ritorno troppo lungo per stare dentro a una sola giornata compie il  miracolo di portarvi a casa entro 24 ore (non importa se, per farlo, è costretto ad attraversare diversi fusi, tagliando qua e là pezzi di giornata per far quadrare i conti). Così, caric* di immagini, bagagli, suoni e odori, ti accorgi che il bello dell’essere apolide, in fondo, è che il viaggio può non finire mai.

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Bisessuale non è una parolaccia. Prove tecniche di scardinamento del pudore.

[Disclaimer: il seguente post possiede una dose di ironia molto personale e nessuna pretesa di esaustività. Che magari non c’è bisogno di dirlo, ma non si sa mai]

Bisessuale non è una parolaccia. Neanche pansessuale, eh. UH, GUARDA! UN UNICORNO! Ok, riproviamo.

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Bisessuale non è una parolaccia. Neppure una malattia. Neppure uno di quei disturbi che non sono una malattia, ma riguardano comunque qualcosa di fastidioso e ricorrente, tipo un eczema, un piede d’atleta o una vaginite; quelle cose che a scuola ci vai lo stesso, però che palle, cioè, meglio se non ce l’avevi. Bisessuale in realtà non è così. È tipo un paio di scarpe verdi, o un vaso di petunie. O una chioma di capelli ricci, o un giornale. O una persona. Ma probabilmente quel “sessuale” può trarre in inganno e far pensare a prudori continui. Ecco, bisessuale non indica una persona che, davanti a un bivio, si ritrova a non sapere da che parte andare, martellata dal pressante pensiero “sesso, sesso, sesso”. Si badi bene, non è che questa determinata cosa non possa capitare mai nel mondo. Alcune persone dimenticano improvvisamente come scendere le scale, altre trovano estremamente bello riempire le proprie mutande di formiche, altri si divertono a fissare il muro mentre si scaccolano. Tutto ciò è una figata, ma non delinea una categoria, ecco.

La persona bisessuale non è dunque un essere promiscuo per natura, amante dei festini sfrenati a base di ruhm e cocaina za zà. La persona bisessuale può anche, e dico anche, passare il sabato sera a guardare Una mamma per amica mentre beve birra e indossa il pigiama di flanella, e la domenica a guardare Chievo-Empoli mentre si da lo smalto sulle unghie.

La persona bisessuale sa distinguere, di norma, tra la destra e la sinistra, più o meno come la media delle persone. Solitamente, come Derek Zoolander, ha le proprie preferenze e i propri limiti rispetto al lato verso il quale rivolgersi. Si narra di una persona bisessuale residente in provincia di Cuneo che una volta nel ’94 abbia votato Forza Italia, ma non abbiamo dati certi in merito.

La persona bisessuale mangia carne, la persona bisessuale è respiriana, la persona bisessuale è astemia, la persona bisessuale vive in periferia, la persona bisessuale non si perde un vernissage nella nuova galleria in via mazzini 82 neanche quando piove fango.

E così via. Esercizi di fine unità:

La persona bisessuale:

a. è una creatura mitologica che ama sia Star Wars che Star Trek
b. è un* super hero con il potere dell’invisibilità
c. è un pony
d. è una cattedrale gotica
e. una persona che non ha capito i sensi unici

(Un aiutino. Era la B.)

Se la parola “omosessuale” si è liberata dello scomodo suffisso pieno di S, difficile a pronunciarsi per romagnol* e persone affette da sigmatismo, declinandosi in forme che non fanno un continuo riferimento alle scabrose zozzerie, quanto piuttosto a isole greche o a sinonimi di felicità, le persone bisessuali sguazzano ancora in un guano laido e torbido, additato talvolta come un guano di indecisione e ipocrisia. Invece, le persone pansessual… UH! UN DODO! mmh, ok.

dodo

A tal punto, potrebbe risultare utile ai più un elenco sostitutivo di nomi meno sordidi.
Sbizzarrirsi con la fantasia è lecito: in fondo, si sta parlando davvero di qualcosa che esiste? Tra i primi nomi possibili:

  • Giani: dal mitico Giano Bifronte, in onore del dio che si muove sempre, che parte da se stesso e a se stesso ritorna. Come qualcun* che va in giro a rimorchiare, ma viene considerat* troppo gay o troppo etero, e deve, pertanto, tornarsene a casetta propria. Il nome più gettonato perché destinato a diventare: Gianni, un nome di cui puoi fidarti.
  • BIAdesivy: dal celebre nastro bi-adesivo. Ma con la Y, per fare più international.
  • Ambid: traslato da ambidestr*, tuttavia modificabile in quanto troppo simile a “ambiguo”
  • Hey!: questo è proprio bello. Immaginate, un esercito di “Hey!”, pronto a tutto pur di attirare l’attenzione sulla propria pacifica esistenza. Immancabile l’inno dei Chemical Brothers “Hey Boy, Hey Girl”. Il punto esclamativo si pronuncia, non è muto.

Insomma, le idee per degli affettuosi nomignoli meno disturbanti non mancano. I diminutivi nemmeno: in tal modo si eviterà di incappare in uno scomodo susseguirsi di S, come quando si abbrevia “Alessandro” in “Ale”. Stessa cosa avviene per l’eterosessuale: sdraiarsi su un breve e risoluto “etero”, chiudendola lì sulla faccenda del sessuale, non ha prezzo. È dunque lecito riferirsi alla persona bisessuale con un Bi di cortesia. Sarà facile ricordarlo pensando come suona la traduzione inglese del verbo essere o, in alternativa, alla seconda lettera dell’alfabeto. Attenzione: lasciate perdere la beta: si tratta di una condizione, spesso, non provvisoria. Insomma, è proprio una B.

Esistono una serie infinita di aggettivi attribuibili alla persona Bi: alta, magra, autoritaria, giovane, distratta, indisponente, gentile, svedese. Perfino asessuale (binomio facilmente ricordabile con le lettere AB). O pansessuale, che non è proprio il contrario di asessuale; si narra che esistano persone pansessuali asessuali ma pan-estetiche e/o pan-romantiche (che poi non è il nome di una nuova merendina del mulino bianco, però potrebbe esserlo). Se il pan- risulta imbarazzante, vuoi per l’accostamento con quel dio caprino molesta-ninfe, vuoi per il cibo che evoca a base di frumento, è possibile un’alternativa gluten-free altrettanto deliziosa: pomosessuale. Designa una sessualità inclusiva e post-moderna a base di mela della val di Non. Gnam.

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