È arrivata la primavera. E non hai niente da metterti.

C’è qualcosa di commovente in un corpo testardo, che si ostina a trovare la risposta da sé, tentativo dopo tentativo. È la tenacia, e chi danza ne è ricc*. Il bello di lavorare con chi fa della danza un allenamento continuo, una pratica, un lavoro, è proprio questo: stupirsi nel vedere un corpo che prende vita all’improvviso, non solo per lo stimolo esterno, non solo sotto una guida altra, ma per sua stessa cocciuta, sacrosanta ostinazione.

Se la scrittura non è degli scrittori, come scrive magistralmente una non scrittrice, la danza non è dei danzatori, come hai creduto per un tempo sufficientemente lungo da farti divenire snob. L’idea, poi, che la scrittura appartenga anche ai danzatori, come a ogni entità autoriale (umana o meno: un’intelligenza artificiale che sia anche autrice artificiale è il non plus ultra dei tuoi sogni transumanisti) è balenata, almeno in questi ultimi anni di attaccamento all’autorialità come fosse un respiratore, come fosse la sola cosa possibile.

Qualche mese fa se ne è andata una persona alla quale devi dei discorsi sulla conservazione della propria autorialità in ogni forma di didattica (preferibilmente quella sperimentale, quella peer, quella amata, insomma); sono discorsi che ti hanno formata più di tanti testi (pur amati, anche quelli): il germe autoriale da non togliersi di dosso. È accaduto in un momento in cui l’importanza dell’autorialità è tanto prepotente e fiera da farti rispondere, a chi ti chiede una precisa qualifica professionale, “autrice” (“so che è generico”, ti scusi, “ma non posso farne a meno”), prima di ogni altro termine anglofono. Ed è esattamente così: non ne puoi fare a meno.

In un momento in cui lavorare con (per?) persone giovani, molto giovani, che ci si ostina a chiamare adolescent* (con quel suono in mezzo, “sc“, che in te richiamerà sempre, inevitabilmente, l’aSCella), se ne è andata, pochi giorni fa, una persona che ha generosamente, gioiosamente, formato un* te molto piccol*, iniziandol* in qualche modo a una qualche forma di danza (che non era dei danzatori, e forse neppure degli autori, ma era la risposta a una domanda) e alle tecnologie: il primo computer, gli albori di internet, la prima chat. Non può non essere un archetipo, quell* te, quell’emozione tutta nuova di parlare con un qualcuno che sembrava un qualcosa. Transumanesimo rudimentale, il medioevo gioioso del tuo apprendistato sentimental-digitale.

Già altrove ti sei domandata se diventare adulti non sia questo: fare un mestiere che non si sa riassumere in una sola parola e ricevere notizie di una bruttezza ineluttabile. Ineluttabilità.

[Là fuori c’è qualcuno che alla tua età hai dei pargoli, fatti da sé; tu l’altroieri hai messo  le mutande al contrario (no, non al rovescio, che sarebbe stato troppo semplice, né il davanti -dietro, che sarebbe stato fin troppo banale. Laterali.), per accorgertene solo ore dopo. Chissà, probabilmente stavi cercando di emulare Il blu del campo innevato, la sex-terrorist di Shimoneta, a modo tuo.]

shimoneta
SOX: Ero-t(ic)errorist organization

Un’amica, una rivoluzionaria femminista dalla quale impari costantemente, tra un sorriso e una birra, ti ha detto che dobbiamo rassegnarci alla complessità delle nostre istanze. A volte è così, facciamocene carico per il solo fatto che è difficile e pesante, ma è reale. Non tutto deve essere in forma sexy, non tutto và reso immediatamente digeribile: perfino la rivoluzione è sexy nella sua complessità, probabilmente.

Così, arresa alla complessità che governa i tuoi giorni, ti prenditi il lusso (fai 3 volte al dì, per 5 minuti, dopo i pasti) di non essere adult*, di appropriarti di una sola parola per definire il tuo mestiere, di appropriarti della scrittura e della danza, di guardare a questi adolescenti ascellari dal basso delle tue mutande laterali, e di credere che abbiano ragione loro, a farla complicata, a farla semplice, a farla, comunque sia. Il resto, ineluttabilmente, accada.

Annunci

«Una ragazza con problemi di femminismo».

(a una certa, o ti incazzi o scrivi).

so-retro

Vorresti fare con le parole ciò che qualunque gruppo indie – o synth pop, o sperimentale a suon di chitarre acustiche e voci roche) fa con le canzoni dozzinali: prendere qualcosa di confezionato, di conosciuto e riconosciuto, e ripensarlo, rivomitarlo in una nuova veste (più furba, più spoglia, apparentemente più colta, sicuramente più rivelatrice). Non abbellire, ma ricreare, partendo da un materiale assolutamente conosciuto.

Ma poi guardi ciò che ha scritto Miranda July e ti domando cosa ci sia più da scrivere al mondo, se al mondo ha già scritto lei (un po’ esageri, ma è la fase dell’innamoramento). Le parole sono già così nude che verrebbero subito smascherate.

Ammiri il coraggio di chi sceglie un’idea e la porta fino in fondo, senza provare a stupire, senza arricchire nulla. È ciò che vorresti fare con la scrittura, ma non solo: è ciò che vorresti fare con le idee: avere almeno l’audacia di guardarle in faccia. Ti si potrebbe dire “brav*” anche solo per questo, potresti dirtelo da sol*, per una volta saresti cert* di non scambiare l’autostima (e l’autovalutazione) con l’arroganza (e la presunzione).

Passi il tempo a difendere le idee senza poi, non dico andarci a letto, ma almeno titillarle quel tanto che basta per un «sì. stasera sto con te». Più le difendi più sei esaust*, per quanto nella lotta abbia scoperto una resistenza che non credevi tua (che ti rende esausta, anche se ti procura timid* alleat*). Di colpo ti ritrovi in avanguardia: tu che non vuoi prenderti la responsabilità neppure di una pianta grassa.

Hai già redatto altrove (dove scrive un’altra versione di te, quella professionale. Diresti che sei la sua nemesi, se foste solo in due) il dizionario delle parole fraintese: lo hai rubato a Kundera, che nel romanzo che tutt* abbiamo letto alle superiori, elencava i concetti travisati che rendevano impossibile la comunicazione fra due amanti. Se solo i due si fossero degnati di abbandonare il peso delle storie precedenti, e utilizzare l’ormai noto per ricreare un nuovo condiviso, avrebbero avuto meno problemi a comprendersi. Ostinati a utilizzare il vecchio per descrivere il nuovo, destinati a non incontrarsi (in realtà, poveri personaggi: era l’autore un gran nostalgico- o un gran furbo: sapeva che qualunque elenco fa subito poesia).

Le definizioni ci obbligano a imbrigliarci in maglie, talvolta larghe, talvolta scomode: sono però una via sbrigativa e spesso efficace per provare a dirsi qualcosa e perfino a capirsi, senza volersi riferire eternamente a una rimpianta storia finita. Sono icastiche, spesso tagliate con l’accetta, ma possono salvare relazioni interpersonali e amorose, lavorative e occasionali, tè pomeridiani e ritrovi serali davanti a un film.

Ti senti constantemente incompres*, questo è un dato di fatto. Che sia solo un periodo o una condanna perenne (partorirai con dolore, ti sentirai sempre inadeguat*, avrai sempre fame… quelle lì), poco importa. Sommato all’aggressività di chi sente costantemente in dovere di sgomitare, il mix è letale quel tanto che basta per non dare il giusto peso alle cose (e arrabbiarsi. E sì. E, uffa, sì).

Così, hai deciso che per provare a mettere a frutto la frustrazione del non farti capire, dovevi almeno provare a condividerlo, un po’ di vocabolario frainteso. Proverai a farlo senza pedanteria: ché se un elenco fa subito poesia, un elenco di definizioni fa subito prosa adolescenziale tipo “manuale di [email protected] teen ager [email protected] dalla a alla z” (l’adultità, ma che brutta, bruttissima cosa).

[Questo atto risponde un po’ a quel: “Dovresti proprio scriverne, sai?”. Ma scrivere è un mestiere, non c’è alcuno sfogo nel farlo, così come non c’è mai qualcosa di fine a se stesso. Eppure, c’è qualcosa di definitivo nel voler fissare ciò che risulta sincopato altrove, qui, nello spazio “safe”, il luogo sicuro a cui fare ritorno quando tutto il resto è occupato. Il luogo che già di per sé ha torto.]

Però dicevi, non pedante; dunque uno schiaffo e una carezza: per ogni definizione *tuttatua* una parola nuova e bellissima.

Definizione *tuttatua*: femminismo. Cosa è? (Cosa non è?)

A volte passi il tempo a chiarire cosa il femminismo non è (per te). Provi invece qui a dire cosa è (per te-non lo ripeterai, è sottinteso): chi si definisce quasi solo con dei ^non^ sa bene quanto, alla lunga, possa esser faticoso (e anche, dai, poco creativo). Femminismo è guardare oltre il proprio naso, sia esso gobbo, all’ingiù, all’insù. È cercare di scavalcare i confini, è mettersi nei panni scomodi degl* altr*. È valutare l’esistenza altrui, anche quando non si aveva proprio idea che un’esistenza tanto differente dalla tua potesse esserci. È riflessione e rivoluzione, è resistenza e ironia, è movimento e silenzio. È ascolto. È aprire gli occhi su prospettive che non si pensava di poter avere, è il sé e l’altro da sé, è consenso e rispetto. È *amore*, in ogni forma, ma molto di più è ^innamoramento^. È cultura molto più che natura, è un divenire molto più che nascerci, è empatia molto più che sacralità, è un allearsi molto più che dividersi. È fare un casino di sbagli, anche goffi e cretini. È umiltà da aggiungere a sacchetti ogni dì. È voglia di imparare ogni giorno, è desiderio di mettersi in discussione. È forma e contenuto, è linguaggio e azione. È volontà. È ascolto. È inclusione. È un processo, una direzione, una tendenza. Una ramificazione, una sovrapposizione, spesso caotica. È un’affermazione; è, spesso, una negazione. È una contraddizione che prova a rimescolare le carte.

Ma soprattutto: è quella cosa che al “ma figurati, io la penso già così, perché mica c’è differenza, per me, siamo tutte persone” risponde con “Ok, favolosssso, però it’s not about you e ciò che penzi, it’s about come il mondo funziona per tutte queste persone che dovrebbero essere ugualissime ma, di fatto, non lo sono-ancora.”

privilegio

Indissolubilmente connesso con il concetto di intersezionalità, una parola con troppe sillabe per essere pronunciata senza smaronarsi ogni tre per due:

bob-intersectionality
Bob, il triangolo a strisce: o di come le oppressioni siano tutte interconnesse e non possano essere risolte separatamente.

Il femminismo ultimamente lo avevi visto un po’ malconcio, un po’ sottotono. Ma ha detto che sta facendo una cura a base di ginseng e pappa reale e, ciò, guarda, ti dico: a me ora mi pare proprio che stia una favola.

Per chi è stat* così meravigliosamente meravOglios* da leggere fino a qui, come promesso, una parola bellissima che hai appena imparato, in omaggio:

Grancipòrro: o Cancer pagurus, granchio commestibile, che può raggiungere notevoli dimensioni. In senso figurato: errore madornale, strafalcione: «Ho proprio pigliato un granciporro

My Personal Japan. Part 3: Badtz Maru, il quotidiano e l’istante in cui è arrivato l’autunno.

[terza e ultima parte del report di viaggio in Giappone. La prima parte si trova qui, la seconda qui. Avvertenza: parlo spesso di chopstick, le bacchette per il cibo. La mia amica di Tokyo però ci tiene molto a ribadire che in Giappone hanno tutte le posate, persino i cucchiaini.]

nikko

[Badtz Maru. Questo è il nickname che hai usato la prima volta che hai chattato in vita tua (avevi, suppergiù, 10 anni). Dall’altra parte c’era Actarus, sedicente uomo 28enne (non ricordi la risposta a quel “da dove dgt”) che credeva (se ci credeva) di parlare con una donna 23enne. Chi era davvero Actarus? Un’altr* bambin* annoiat* che millantava un’esistenza adulta? Una persona di mezza età? Un 28 enne vero, ingenuo e credulone? Poco importa: avevi l’impressione di saper gestire la storia inventata per entramb*, compreso il defilarti al momento del “mi dai il tuo numero?”. E questo non soltanto per via del comandamento “non dare il tuo numero agli sconosciuti” – perfettamente introiettato, ma anche un po’ innato- (specie se tal* sconosciut* sono davvero così stupid* da credere che tu abbia 23 anni), ma anche per la vergogna di dire che non ce l’hai un numero perché non hai un cellulare, perché hai 10 anni, cristo, e dopotutto sono ancora gli anni ’90, anche se per molto poco.]

Già, gli anni ’90. Ti sfilano davanti a marchio Sanrio®, mentre rievochi presunte furbizie infantili. Così lasci Tokyo, lasci il suo paesaggio, nel quale ti eri incastonat* bene, a detta di un occhio fidato: ripensando alla vergogna, leitmotiv che pare spiegare gran parte degli atteggiamenti locali (qui tutto parte non dal peccato, bensì dal senso di vergogna. Prendi nota), e con Badtz Maru a tracolla, Badtz Maru nelle bacchette acquistate, Badtz Maru on my mind, come quando di anni ne avevi 11 e non ne volevi sapere di Hello Kitty (ma di vergogna sì, oh se ne sapevi, pur non volendo). Lasci così Tokyo, e ti dirigi a Nikko.

Il Japan Rail Pass vi fa sentire due vip che non devono chiedere mai. Arrivat*, pagate la fregatura del ponte sacro (sei segretamente convint* che valesse bene un selfie). Ai templi e alle tombe buddiste famose, che si pagano, preferite i santuari shinto, semideserti, popolati solo dagli spiriti degli animali, tra i quali una rana che ti sorride beffarda, invitandoti a restare nel giardino semideserto. Scorgi Sailor Mars, o meglio, la sua alter ego Rea, sacerdotessa shinto che, con una gentilezza alla quale hai ormai fatto l’abitudine, elargisce spiegazioni ai visitatori circa una pagoda buddista. Il rapporto con la religione in Giappone è un mix di: pacifica convivenza tra buddismo e shintoismo, superstizione, devozione occasionale e who cares? Non serve aggiungere quanto questo ti affascini, specie se puoi acquistare un amuleto buddista protettivo con la faccia di Hello Kitty (Badtz Maru, Badtz Maru on my mind).

E poi: un parco bello da mozzare il fiato. L’autunno arriva in quell’istante esatto, non v’è dubbio. Siete sol*

………………………..

nikko_parco
Nikko, autunno.

 

Abbandonato il sacro, si giunge nel turistico. Dango al sesamo nero abbrustoliti sul momento, poi spicy ramen. “Sembra un paese alpino in versione giapponese”, recitano scioccamente i tuoi appunti presi lì, sull’unghia. Non sai ancora come saranno i paesi alpini (che oltretutto hanno il pieno diritto di chiamarsi alpini, per via della denominazione “Alpi Giapponesi”). Freddo, stanchezza, un viaggio che deve proseguire. Arrivate faticosamente alla periferia di Utsunomiya, in viale dei ciliegi. Un po’ Mary Poppins in effetti sei, ma ti frega lo stupore di trovarti improvvisamente in una Sakura Avenue, dopo settimane in balia di strade senza nome. Oltretutto, soffri un po’per la mitologia mancata degli alberi di ciliegio: è autunno, i gradi in meno rispetto a Tokyo si fanno sentire, il Giappone da cartolina per te è rosso e giallo, senza quell’aura rosa e romantica. Il che farebbe dire a chiunque “peccato che”. (Ma soffri solo in parte: l’autunno chiude la porta, svela le passioni con il fascino di un inavvicinabile e geniale asperger. Non puoi, non potresti mai preferirgli una vezzosa primavera rosa senza sentire uno stucchevole senso di imitazione e doppiezza.)

La casa in cui dormite è l’interno di un manga: non avevi mai dormito in un disegno dalle porte scorrevoli. Vivi un momento da locale. E non si tratta solo di tatami e fouton, o di una vasca profonda che serve per rilassarsi e non per lavarsi (ci si lava prima, ci si lava fuori, in un traumatico rituale preparatorio). È il 7Eleven a due passi, fresco di inaugurazione; è il bagno provvisto solo di w.c.(ancora una volta deliziosamente piccolo e rosa); è la tv che offre solo programmi giapponesi, tra idol e soap improbabili tanto quanto le “fiction” di Rai1. È una porta che sembra, in tutto e per tutto, una serranda, svelando con il suo scorrere una goffa presunzione da viaggiator* (ma di questa storia non si parla, è un po’ come Fight Club). È una bettola assurda, scoperta per ostinazione, con anziane incredule alle prese con canzoni enka, musicaccia melodica.

Come veri locals, dunque, tornate a casa a vedere la tv: tisana calda e due (ormai ribattezzati) pinku man ripieni di castagne.

Nei giorni successivi scoprirari che ryokan non è una bestemmia pronunciata male, ma un tipo di albergo tradizionale provvisto di bollente onsen a cielo aperto. È il momento dell’incontro con il cuore montano del Giappone: un paesino che è una località sciistica in cui venite accolti con un inglese migliore di quello di Tokyo, al quale arrivate dopo un lungo viaggio nel semi-nulla, con treno shinkansen+treno che sembra una metro. Festa di paese (matsuri): bancarelle (vuoi assaggiare tutto-tutto), fuochi d’artificio, bambini entusiasti che vi fanno “Hello!”. Prima di dormire, saké e rotemburo. Scoprirai le montagne vaporose del Jigokudani, dove le scimmiette fanno il bagno indisturbate, tra gli sguardi inteneriti degli esseri umani.

scimmia-rottemburo-jigokudani
Jigokudani (Valle dell’inferno)

 

Vi rimettete in marcia verso Kanazawa, dove visitate un kenroku (giardino tipico giapponese) tra i più belli del Paese, e il parco del castello. Hotel western style e cena riduttiva (ma la città è famosa per i piatti a base di pesce e crostacei). La zona più ricca di locali è adorabile e alla mano, ma un po’ vuota, purtroppo, durante la settimana. Finite dentro il Jack Lemmon: barista e avventor* simpatic*: saké, UNO (sì, ci si gioca anche in Giappone) e, in sottofondo, Macarena e Scatman. Chi perde a UNO beve tequila offerta dall’intraprendente bartender (strano modo di far pagare una perdita al gioco, eh?). Chi vince, festeggia comunque con tequila. La serata finisce in un combini, a base di pizza-man e niku-man.

21st Century Museum of Contemporary Art: 500 yen + altri 500 per visitare entrambe le aree (collezione permanente e mostra sul design contemporaneo). Belle discussioni nascono fra voi circa l’annosa questione cosa è l’arte, fra The swimming pool di Leandro Erlich, You renew you di Pipilotti Rist e Blue Planet Sky, la finestra sul cielo, possibilità di respiro offerta da James Turrel. Davanti allo spettacolare L’Origine du mond di Anish Kapoor, una bambina, terrorizzata, dice subito “Ho paura!”. Provi meraviglia e invidia per una sensazione tanto potente.

E alla fine arriva Osaka. Porto ristretto ma sicuro dal quale esplorare il Giappone dell’ovest. Il primo impatto è devastante: trasandata e un po’ “tamarra”. Nostalgia istantanea per Tokyo e lo Yadoya. La zona dell’hotel è particolarmente brutta e triste, la stanza è ridicolmente piccola. Visita a Den Den Town, una simil-Akihabara, dove compri le chopsticks di Keroppi. Curry da Coco, catena che propone anche menù veg, già sperimentata a Tokyo. E un drink rifocillante al famoso Cinquecento (“due osusume per noi, grazie!”). Giornata che si conclude con una spesa di mezzanotte molto conveniente presso un grandissimo supermercato. Eccoti, incantat* dalla metropoli, topo di campagna.

Osaka, dunque, è un posto comodo al quale fare ritorno la sera. Sguaiata e orgogliosamente differente da Tokyo, si distingue per una spiccata attitudine alla risata. Imparerai a volerle bene. Da lì partirete alla volta della romantica Nara, con il suo gigantesco Buddha e i suoi famelici cerbiatti insistenti, sacri e indisturbati come le vacche in India. Da lì il pass magico vi farà giungere alla bellissima Kyoto, ai torii (più di 10,000) infiniti del Fushimi Inari Taishada da attraversare in salita, all’inaspettata foresta di bambù, al Kinkaku-ji, il tempio d’oro, e agli indimenticabili udon fatti a mano con tofu fritto in brodo.

kinkaku-ji
Kinkaku-ji, Kyoto

Da lì arriverete fino a Hiroshima, al suo Museo della Pace e al monumento dell’unico edificio rimasto in piedi dopo l’attacco.

“i saw the picture of them. Their faces, they looked like babies”.

Pranzo con un divino okonomiyaki veg da Nagataya, poi un traghetto, per raggiungere l’isola dell’isola, Miyajima, con il suo santuario shintoista di Itsukushima. Cerbiatti, mercato, sole, spiaggia. Uomini e donne in abiti tradizionali intenti a suonare e cantare durante la preparazione del mochi. De* bambin* provano ad aiutare, con grande serietà, nonostante la loro forza fisica sia del tutto inadeguata a un lavoro del genere. Dietro di te, sul traghetto del ritorno, due viaggiatori solitari si incontrano per la prima volta, esclamando frasi in un chiassoso inglese che tenevano silente da giorni. Non lo sanno, ma sono l’incipit perfetto per una storia.

Osaka porta il fardello degli ultimi giorni: difficile amarla anche solo per questo. La scena LGBTQI serale (concentrata per lo più nella zona di Doyama) non offre la stessa vitalità di Shinjuku Ni-chōme, o forse non sono le serate giuste. Qualche chiacchiera però riuscite a farla, in un bar chiamato Lu-pu, gestito da un’incuriosita bartender di nome Yu. Le persone vi domandano cosa vi piace del Giappone, ironizzando sul campanilismo Osaka-Tokyo. Un ragazzo dall’ottimo inglese vi dice che gli piacerebbe viaggiare in Europa, e chiede candidamente se sia pericoloso andare a Londra, per via del terrorismo. Lo è? Come si risponde a questa domanda, se non con la sincerità di chi in Europa vive, con la consapevolezza delle sue ricchezze culturali impagabili, delle sue contraddizioni, delle sue difficoltà?

osaka-and-then-it-came
E alla fine, Osaka.

Osaka elargisce schiettezza e negozi dell’usato da svaligiare, Amerikamura e pop-culture, visi figli dell’immigrazione brasiliana e, soprattutto, gli ultimi taglienti scampoli di quotidianità giapponese.

osaka-kitty-strada
Hello Kitty umarell’, guardiana dei lavori stradali, Osaka

Un viaggio di ritorno troppo lungo per stare dentro a una sola giornata compie il  miracolo di portarvi a casa entro 24 ore (non importa se, per farlo, è costretto ad attraversare diversi fusi, tagliando qua e là pezzi di giornata per far quadrare i conti). Così, caric* di immagini, bagagli, suoni e odori, ti accorgi che il bello dell’essere apolide, in fondo, è che il viaggio può non finire mai.

Bisessuale non è una parolaccia. Prove tecniche di scardinamento del pudore.

[Disclaimer: il seguente post possiede una dose di ironia molto personale e nessuna pretesa di esaustività. Che magari non c’è bisogno di dirlo, ma non si sa mai]

Bisessuale non è una parolaccia. Neanche pansessuale, eh. UH, GUARDA! UN UNICORNO! Ok, riproviamo.

unicorno1

Bisessuale non è una parolaccia. Neppure una malattia. Neppure uno di quei disturbi che non sono una malattia, ma riguardano comunque qualcosa di fastidioso e ricorrente, tipo un eczema, un piede d’atleta o una vaginite; quelle cose che a scuola ci vai lo stesso, però che palle, cioè, meglio se non ce l’avevi. Bisessuale in realtà non è così. È tipo un paio di scarpe verdi, o un vaso di petunie. O una chioma di capelli ricci, o un giornale. O una persona. Ma probabilmente quel “sessuale” può trarre in inganno e far pensare a prudori continui. Ecco, bisessuale non indica una persona che, davanti a un bivio, si ritrova a non sapere da che parte andare, martellata dal pressante pensiero “sesso, sesso, sesso”. Si badi bene, non è che questa determinata cosa non possa capitare mai nel mondo. Alcune persone dimenticano improvvisamente come scendere le scale, altre trovano estremamente bello riempire le proprie mutande di formiche, altri si divertono a fissare il muro mentre si scaccolano. Tutto ciò è una figata, ma non delinea una categoria, ecco.

La persona bisessuale non è dunque un essere promiscuo per natura, amante dei festini sfrenati a base di ruhm e cocaina za zà. La persona bisessuale può anche, e dico anche, passare il sabato sera a guardare Una mamma per amica mentre beve birra e indossa il pigiama di flanella, e la domenica a guardare Chievo-Empoli mentre si da lo smalto sulle unghie.

La persona bisessuale sa distinguere, di norma, tra la destra e la sinistra, più o meno come la media delle persone. Solitamente, come Derek Zoolander, ha le proprie preferenze e i propri limiti rispetto al lato verso il quale rivolgersi. Si narra di una persona bisessuale residente in provincia di Cuneo che una volta nel ’94 abbia votato Forza Italia, ma non abbiamo dati certi in merito.

La persona bisessuale mangia carne, la persona bisessuale è respiriana, la persona bisessuale è astemia, la persona bisessuale vive in periferia, la persona bisessuale non si perde un vernissage nella nuova galleria in via mazzini 82 neanche quando piove fango.

E così via. Esercizi di fine unità:

La persona bisessuale:

a. è una creatura mitologica che ama sia Star Wars che Star Trek
b. è un* super hero con il potere dell’invisibilità
c. è un pony
d. è una cattedrale gotica
e. una persona che non ha capito i sensi unici

(Un aiutino. Era la B.)

Se la parola “omosessuale” si è liberata dello scomodo suffisso pieno di S, difficile a pronunciarsi per romagnol* e persone affette da sigmatismo, declinandosi in forme che non fanno un continuo riferimento alle scabrose zozzerie, quanto piuttosto a isole greche o a sinonimi di felicità, le persone bisessuali sguazzano ancora in un guano laido e torbido, additato talvolta come un guano di indecisione e ipocrisia. Invece, le persone pansessual… UH! UN DODO! mmh, ok.

dodo

A tal punto, potrebbe risultare utile ai più un elenco sostitutivo di nomi meno sordidi.
Sbizzarrirsi con la fantasia è lecito: in fondo, si sta parlando davvero di qualcosa che esiste? Tra i primi nomi possibili:

  • Giani: dal mitico Giano Bifronte, in onore del dio che si muove sempre, che parte da se stesso e a se stesso ritorna. Come qualcun* che va in giro a rimorchiare, ma viene considerat* troppo gay o troppo etero, e deve, pertanto, tornarsene a casetta propria. Il nome più gettonato perché destinato a diventare: Gianni, un nome di cui puoi fidarti.
  • BIAdesivy: dal celebre nastro bi-adesivo. Ma con la Y, per fare più international.
  • Ambid: traslato da ambidestr*, tuttavia modificabile in quanto troppo simile a “ambiguo”
  • Hey!: questo è proprio bello. Immaginate, un esercito di “Hey!”, pronto a tutto pur di attirare l’attenzione sulla propria pacifica esistenza. Immancabile l’inno dei Chemical Brothers “Hey Boy, Hey Girl”. Il punto esclamativo si pronuncia, non è muto.

Insomma, le idee per degli affettuosi nomignoli meno disturbanti non mancano. I diminutivi nemmeno: in tal modo si eviterà di incappare in uno scomodo susseguirsi di S, come quando si abbrevia “Alessandro” in “Ale”. Stessa cosa avviene per l’eterosessuale: sdraiarsi su un breve e risoluto “etero”, chiudendola lì sulla faccenda del sessuale, non ha prezzo. È dunque lecito riferirsi alla persona bisessuale con un Bi di cortesia. Sarà facile ricordarlo pensando come suona la traduzione inglese del verbo essere o, in alternativa, alla seconda lettera dell’alfabeto. Attenzione: lasciate perdere la beta: si tratta di una condizione, spesso, non provvisoria. Insomma, è proprio una B.

Esistono una serie infinita di aggettivi attribuibili alla persona Bi: alta, magra, autoritaria, giovane, distratta, indisponente, gentile, svedese. Perfino asessuale (binomio facilmente ricordabile con le lettere AB). O pansessuale, che non è proprio il contrario di asessuale; si narra che esistano persone pansessuali asessuali ma pan-estetiche e/o pan-romantiche (che poi non è il nome di una nuova merendina del mulino bianco, però potrebbe esserlo). Se il pan- risulta imbarazzante, vuoi per l’accostamento con quel dio caprino molesta-ninfe, vuoi per il cibo che evoca a base di frumento, è possibile un’alternativa gluten-free altrettanto deliziosa: pomosessuale. Designa una sessualità inclusiva e post-moderna a base di mela della val di Non. Gnam.

pansexual-flag

My Personal Japan. Part #2: Tokyo, la risposta tra cassetti e afasia

[N.B. Qui potete leggere la prima parte, dedicata al primo weekend a Tokyo]

«D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.» (Marco Polo, da Le città invisibili, I. Calvino)

Dopo una sveglia tarda, la giornata inizia (già a metà) con una visita al Robot Restaurant. Siete lì per vedere uno spettacolo unico nel proprio genere. Come descriverlo? Ci provi; trattasi di un mix tra:

  • anime pieni di combattimenti tra mostri giganti e robottoni, guidati da colorate e succinte guerriere
  • i Power Rangers, conditi dalle tipiche mosse esagerate e dialoghi didascalici (che, a loro volta, affondano le proprie origini nelle forme teatrali del kabuki e nel bunraku, passando per il tokusatsu)
  • Honzen-ryōri: una forma altamente ritualizzata e cerimoniosa di banchetto tradizionale giapponese, che vede i commensali-pubblico dispost* sui due lati lunghi della stanza, ognun* con il proprio tavolino, e uno spazio centrale riservato alle esibizioni (da qui il nome “restaurant”, anche se al massimo ci si sgranocchiano pop-corn)

Dopo un weekend che ti aveva abituat* a spazi ristretti sviluppati in verticale, è straniante l’effetto provocato da questo enorme regno del kitsch. Colori sgargianti, pareti luminose, bagni psichedelici. Schermi sui quali vengono proiettate immagini rubate qua e là da videogames e chissà cos’altro: il post-internet qui si fa poesia pura, tra enormi farfalle e  piante in tremenda CGI, incoerente tanto nelle dimensioni quanto nei cromatismi. E questi erano i visual: lo spettacolo dal vivo è invece un carnevale di Rio, con dinosauri e mega-ragni, taiko e unicorni, recitazione espressionista e coinvolgimento della platea. Sei riuscit* a descriverlo? Probabilmente no.

robot-restaurant
Robot Restaurant

I cassetti di Tokyo

I giorni successivi proseguono nel cuore pulsante di Tokyo; o forse sarebbe meglio dire “nei suoi cuori”, dato che la città è talemente ordinata da essere divisa in scompartimenti: sai esattamente cosa trovare e dove. Un po’ come avere delle targhette con su scritto “calzini” o “mutande”, applicate su ogni cassetto. Harajuku per lo shopping rockabilly e alternative, Akihabara (o Akiba) per cosplayer e maid cafè, Asakusa per turist*, selfie e souvenir tradizionali. E così via.

A Harajuku non hai fotografato le meravigliose gothic lolita (né ogni sottogenere lolitesco casual, sweet o punk) per via di quell’eccesso di rispetto che ti impedisce di considerare le persone come freaks da ammirare, aggiunto a quell’eccesso di pudore che ti impedisce di chiedere «Posso farti una foto?» (cosa che invece domandano alcune persone, con ossequiosa considerazione, a te e The Gloomy). Ti prepari però a far spazio in valigia alle nuove felpe con le orecchie, ai calzini con il pizzo, agli scamiciati acquistati a Takeshita-dori. C’è il tempo per un fugace incontro con degli adorabili coniglietti in un piccolissimo animal cafè [n.b.: in Giappone, specie in città, è difficile per le persone tenere degli animali da compagnia in casa. Questi luoghi danno loro l’opportunità di coccolare gatti o altri pet -anche i serpenti sono pet- per qualche ora. Per inciso, gli animali in questione sembrano gradire il trattamento]. Trovate, sfortunatamente, troppa fila per entrare al Kawaii Monster Cafè (ingresso: 500 yen).

Akiba. Due maido fuori da un locale sanno come prenderti, gridando «Kawaiiii, pinkuuu!» alla vista della tua chioma. Visita a un illuminatissimo e per niente nascosto sexy shop a 5 piani, a un negozio di sofisticate e curatissime bambole e a un inaspettato tempio Shinto. Per pranzo prendi una tregua dal consueto triple check sul menù optando per il ristorante veg Kamakura Fushikian. Nei giorni seguenti, l’economico connubio soba+tempura (o anche alghe wakame) rintracciabile in qualunque sobaya ti droga a livelli così appaganti che non necessiti più di altro cibo da monaci.

Asakusa: il cassetto delle “cose” storiche e di tutt* * turist* che non vedevi da giorni (ecco dove si erano cacciat*!). Visita ai templi buddisti e al santuario, poi alle innumerevoli bancarelle. Un morso ai dango e uno al taiyaki (snack dolci ma non troppo). Un obbligatorio sguardo al panorama dalla cima della Tokyo Tower [n.b. la cima vera, quella più alta, sarà chiusa per lavori fino all’estate 2017], bento box a prova di manga e squisiti onigiri all’umeboshi [googlate, googlate. Un indizio: quasi tutto ha a che fare con il riso].

dango
Dango (la D non è muta)
redbean-taiyaki
Taiyaki

Shibuya-ku: il cassetto dove incontri Fumino Sugiama, attivista LGBTQIA e co-presidente del Tokyo Pride. Dopo aver cenato nel suo locale Irodori, che scopri essere un raffinato izakaya, riesci facilemente a ottenere un’intervista, data la sua estrema disponibilità.

Tra Miyazaki, HBO e Disney

L’anima bambina scalpita, dirigendovi prima al Museo Ghibli, dove vieni investit* da poesia e meraviglia. L’incantevole cittadina di Mitaka vi rimette al mondo. Parco, soba e un’insensata quanto spassosa tappa alla casa di Shoshanna in Girls.

shoshanna-from-girls-apartment-in-japan-available-on-airbnb

La fanciullezza continua a Tokyo Disneyland. E tu, bambin* occidentale cresciut* col mito di Disneyland Paris (abbastanza vicino da non essere impossibile, abbastanza lontano da essere agognato), poi divenut* troppo riot per concedertelo, sei arrivat* fino in capo al mondo, dove la Disney è esotica, per soddisfarlo. Star Tours, da Star Wars, è il gioco eletto: lo ripetete 5 volte (peccato non cogliere la stramba sintassi dello Yoda nipponico).

Da Disneyland a Odaiba il passo è breve. E brevemente sei invas* dal lirismo urbano di quella Tokyo che è proprio come te la immagini (e poco importa che tecnicamente non sia Tokyo). Fai merenda con Hello Kitty, ritrovi Badtz Maru e scopri Gundam. Per cena, omuraisu (omelette ripiena di riso- e di qualunque altra cosa desideri). Chiunque popoli Odaiba ti sembra ricco, di una ricchezza malinconica. Decidi che due personaggi sulla metro appartengono a un film di Sofia Coppola: una silfide vestita di bianco e il suo compagno, dotati di una bellezza da privilegiati, entrambi con un lecca lecca in bocca, entrambi intenti a guardare lo schermo del proprio smartphone. Non si guardano, eppure la loro posa è tenera, tra la noia e la complicità. Sembrano più intelligenti di quel che serva per essere felici.

L’ultimo sabato ti riserva un curry miracolosamente vegetariano e una serata in un posto speciale: dopo un saluto al Campy!, colorato bar di drag queen, scegliete l’A-Un, locale lesbian friendly nell’ormai familiare Shinjuku-Nichoume. A Tokyo i locali sembrano appartamenti: per le dimensioni e per il fatto che si trovino anche al secondo, terzo piano di un palazzo. Scovarli è un terno al lotto. Dentro l’A-Un, chiunque è un* dj, chinque è curios* e amabile verso il duo di gaijin col cappello. Piovono shottini, piovono risate.

La frase della serata: Oh, girl, you now we have a word for this? It’s Otaku!

Sinestesie, afasie. Saluti.

A Shinjuku, vivi un momento che potrebbe essere eterno o infinitesimale, a un incrocio, stregat* dall’armonia tra i rumori cittadini. Uno schiaffo sinestetico (in forma di sottopassaggio maleodorante di urina) ti riporta al reale. Nell’ultima notte dell’ultimo week-end a Tokyo scoprite che l’ultima metro è all’una.

A Nakano, verso casa, vi invitano dentro il pub all’impiedi più piccolo che ci sia. Impossibile rifiutare. Erina, bartender dal sorriso inebriante, offre un luogo no charge in cui non ci si annoia mai (condito con dell’ottimo whiskey).

Avresti voluto raccontare di un’amicizia speciale ritrovata davanti a una zaru soba. Degli spettacoli di danza contemporanea, dove il pubblico performa più de* performer e tutto si svolge sopra dei negozi alla moda, non nei teatri off. Del wi-fi quasi ovunque, che ti salva da alcuni momenti di panico in cui la sim giapponese si ribella, lasciandoti senza internet. Delle file per la metro. Le file, non i grumi scomposti di persone. Del divieto morale di starnutire o di soffiarsi il naso, della gentilezza (imposta) che pervade ogni cosa. Di quel* ragazz* che, nonostante la barriera linguistica, vi aiuta a capire come funzioni la lavanderia a gettoni, catapultandosi di corsa a casa propria per offrire un po’ di detersivo d’emergenza, e della tua incapacità di replicare con un inchino (a ogni «arigatou» sembri un* ballerin* che prende gli applausi). Della birra di prugna nella common kitchen, o di quella sera che avete provato a spiegare la differenza fra L e R, abbattendo ogni distanza fonetica con un mare di risate. Delle colazioni al Seven Eleven, tra sobapan e strane bibite energetiche. Di tutto ciò che resta nel cuore, che fatica a dividersi in cassetti o scompartimenti, travolto com’è dall’esperienza nella sua interezza. Che dopo tanto blaterare, ti porta a una rassegnata e sorridente afasia.

Tokyo è la risposta alla tua domanda di ragazz* di provincia, cresciut* con il mito della metropoli. Una di quelle risposte piene di parentesi, di incisi. Un libro aperto sulla tua scrivania, che proprio non vuoi chiudere, come a voler dire «dopo riprendiamo il discorso, eh?»

Attivi il Japan Rail Pass: è ora di salutare questa città che non ha mai dormito, se non per quei fugaci sonnellini nei posti più scomodi e assurdi, e di interrogare altri luoghi.

TO BE CONTINUED… [qui la terza e ultima parte]

My Personal Japan. Part #1: Tokyo, primo weekend

Giappone: quello che pensavi di sapere e quello che hai dovuto riconsiderare.
Di attraversamenti, queerness e Star Wars.

Come si scrive un racconto di viaggio? Non lo sai come si scrive. Il Giappone è il luogo più lontano in cui sia mai stat*, un luogo di cui avevi una chiara immagine e dei chiari suoni in mente, ma di cui ti mancava, naturalmente, l’elemento fondamentale che lo rende un unico al mondo: l’esperienza dello spazio, della condivisione di ridotte porzioni di terra e aria. Perché queste poche settimane sono state nient’altro che un fugace attraversamento: overwhelming, soverchiante sì, un quasi perdersi. Non lo sai come si scrive un racconto di viaggio, ma questo attraversamento è incontenibile e parrebbe, dunque, scriversi da sé. Finendo sul foglio come un inanellarsi automatico di stupore; di banalità, forse; di piccole scoperte e rinnovate consapevolezze. Una mini guida per arty-geeky-queer-snobbish people.

tokyo-shibuya

Puntata numero 1: il primo week end a Tokyo.

Riguardi gli appunti di viaggio: quelli dei primi giorni sono asciutti, inconsistenti. Poi sempre più lunghi, goffi, nel loro tentativo di catturare rapidamente le sensazioni, i pensieri, i luoghi. La prima sera a Tokyo decidi di affrontare subito la questione che ti accompagnerà per il resto del viaggio: googlare Vegetarian Restaurants Tokyo. Optate per Terauma, un ristorante situato in quello che diventerà il tuo quartiere preferito: Shinjuku. Gli appunti recitano ingenui “difficilissimo far capire cosa mangio e cosa no”; tale condizione si riproporrà quasi ogni sera, senza, peraltro, grossa frustrazione da parte tua. Ti abitui subito a specificare che no, gli shrimps non sono okay, e non lo sarebbe neppure l’onnipresente brodo di pesce, ma non in importa. Il punto è che, per * giappones*, non c’è nulla di esotico o di modaiolo nel mangiare vegetariano, perché il tofu è cibo da monaci e la spiritualità non viene inseguita al ristorante. Okonomiyaki (un po’ frittata, un po’ pancake, ma alla piastra) con dentro niku (carne), per The Gloomy; Yakisoba (spaghetti di grano saraceno alla piastra) con verdure, per te. Ottimo inizio. I siti internet di locali e ristoranti (ma anche de* singol* artist* e, spesso dei gruppi di artist*) sono monolingue: perdersi nella loro navigazione equivale spesso a viaggiare nel dadaismo della grafica, in un delizioso (consapevole?) elogio della poetica post-internet. Personalmente, ci sguazzi morbidamente come fossero miele, pur non capendo assolutamente nulla dei contenuti.

Ti addentri nel magico mondo di Shinjuku e dell’area di Kabukichō, che non definiresti a luci rosse solo perché le luci sono di ogni colore. Eviti accuratamente il contatto con qualunque buttadentro; nessuno, comunque, insiste: il quartiere non è pericoloso, per chiunque abbia messo il naso fuori di casa almeno una volta e sappia declinare quei pochi inviti, chiari come il sole. Oltretutto, ben poch* si filano i gaijin (i non-giapponesi). L’unico sussulto te lo dà qualche topo un po’ troppo grande per essere kawaii, che se ne sta per i fatti propri, intento a rovistare nella spazzatura.

golden-gai-tokyo

Il primo vero amore a Tokyo è il Golden Gai: una griglia di strettissime stradine pedonali che ospita numerosi minuscoli e adorabili bar. Not cheap at all, to be onest; in molti posticini c’è un charge di 1000 yen, charge che i* visitator* tenderanno a voler recuperare consumando tutto il sakè (il generico per alcool, nb) che possono. Ti infili al bar SUZU, scovato grazie alla guida di Timeout ai luoghi più LGBT friendly della città. Jazz, ottimo whiskey, cocktail a regola d’arte. E una clientela massima di cinque persone. Una figura dai lunghi capelli accende una sigaretta dietro l’altra con dei fiammiferi, liberando nell’aria profumo di festa sommessa. Sei già lì a fantasticare sulla sua vita nella metropoli, sulla sua bellezza che afferri a malapena, poiché di profilo, quando The Gloomy interviene, con un fortunato tentativo anglofono, magicamente accolto da un sorriso. Si scioglie la distanza che rendeva lə sconosciut* l’incipit di un racconto edito da Feltrinelli, rivelando un perfetto e, rarissimo in Giappone, eigo (inglese). Sviscerato il motivo della visita a quel particolare bar, il mixologist (esiste un modo per dirlo in italiano?) ti indica un altro luogo dove possa incontrare il suo titolare, attivista e co-presidente del Tokyo Pride. Il luogo indicato è un izakaya, uno di quei posti in cui mangi (un po’) e bevi (possibilmente un po’ di più). Ma questa è una storia che andrà avanti, con inaspettate chiacchierate, nei giorni successivi.

La notte finisce al Nessun Dorma, dove venite introdott* da Anna (ex figura misteriosa e sconosciuta): tra eigo, italiano, engrish e nihongo (chotto dake!), la conversazione degenera amabilmente. Ti ritrovi a replicare con eccessivo entusiasmo le mosse di Sailor Moon, recitandone la consueta formula “E ti punirò in nome della luna!”. Ah, i cliché: come si trasformano in un divertente porto sicuro durante le serate alcoliche fra stranieri!

Il giorno dopo scopri Shibuya. Per descriverla devi servirti dell’intraducibile ichi go ichi e, che delinea sia il concetto del qui ed ora, sia l’idea di un incontro che non avverrà nuovamente. Questo è per te, fin da subito, lo Shibuya Crossing. Non un’attrazione qualunque, non certo un monumento: un posto di passaggio, un attraversamento che si fa luogo. Un gesto collettivo che si realizza in maniera diversa ogni volta, mai e poi mai uguale a se stesso. Ne sei estasiat*: questo incrocio sembra condensare in sé il rapporto con lo spazio tipico di questa città e de* su* abitanti, per poi esplodere, composto, in una manciata di secondi, nella forma più quotidiana e straordinaria del moto a luogo, dell’ “andare verso”.

Il ristorante scelto a Shibuya è il Gomaya: ogni cosa qui è a base di sesamo. The Gloomy è accolt* da un “coooool!” del* camerier*, mentre tu sperimenti poco a poco la proverbiale gentilezza giapponese. Te ne innamori perdutamente, portandone tuttora i segni. Tofu nero al sesamo e verdura al vapore con mentai-mayonnaise. Assaggi per la prima volta dei burdock (gobo) chips: continui a ignorare cosa siano, accontentandoti del fatto che fossero ottimi.

Segue una visita a The Vibe Bar Wild One, un bar arredato a mo’ di show room di vibratori dove sorseggiare dei cocktail nella media (dai prezzi sopra la media). Si entra nel bar attraverso due grandi grandi labbra: gli schienali delle sedie sono vagine complete di clitoride, ed è permesso far vibrare qualunque cosa abbia ancora la batteria carica. Se all’inizio il bar è popolato solo da gaijin, verso le 22.30 fanno ingresso alcune coppie locali. È difficile raccontare quale sia il rapporto della società giapponese con la sessualità: priv* di morale cattolica o di altre invadenti religioni, i* giappones* accolgono apertamente ogni comportamento della sfera sessuale, ma con una discrezione tale che non vi è discorso pubblico che si sviluppi sopra tali comportamenti.

vibe-bar-wild-one-tokyo

L’ultima lunga parte della serata è di nuovo a Shinjuku. Saluti l’alba a Shinjuku-Nichome, area che accoglie gran parte della scena LGBTQIA tokyense (hai sempre sognato di poterlo dire, fin da bambin*: tokyense. Sincopato e nasale come un’adorabile puntualizzazione). E se due posti favolosi come Dorobune e Gold Finger sono riservati alle “ladies”, l’Arty Farty è aperto a ogni viandante, specie nella sera del suo 23esimo anniversario. Pole dance in versione maschile, una drag bellissima, tante anime festose e accoglienti. Per la prima volta, vedi diverse persone che fanno dei brevissimi pisolini accanto alla pista, prima di riprendere le danze come se niente fosse.

La prima metro della giornata, per voi sipario in chiusura, viaggia silenziosa. Vi porta al Seven Eleven, il combini che crea un’irreparabile dipendenza. Al tamago sando, il tuo tramezzino all’uovo quotidiano. Idealmente scortat* da poliziott* gentili, che dirigono i lavori e i passaggi impugnando delle invidiabili spade laser (yes, they’re on the dark side!), siete finalmente a letto, pervas* da un’ebbrezza nuova.

TO BE CONTINUED [qui la seconda parte, qui la terza]

Let’s celebrate. Chandelier

Disclaimer: questo post ha un alto contenuto di vita quotidiana, fattacci privati, alcool e zucchero. Come come ogni post e ogni buon limoncello, d’altronde.

nasa.mars_.one_.bill_.nye_.01_occupycorporatism

Hai presente quando passi la sera del tuo compleanno in un luogo di perdizione, a dialogare sullo stato del porno mainstream, sorseggiando il tuo cocktail preferito? No?

Hai presente quando sei lì che decidi dove può essere la tua prossima vacanza e, mentre tutti sognano spiagge e relax, sospiri “Nessuno avrà l’ardire di venire con me su Marte“, venendo poi smentit*?

Hai presente quando sai che non esiste la persona dei tuoi sogni, però esiste qualcuno che i tuoi sogni li rivolta ed è pront* a buttarsi con te in quella follia imprevedibile che è la realtà?

Se non ce l’hai presente, prova a googlare: “Quando è che meno me lo aspetto?”

Scegli Maps, e troverai la via secondaria e tortuosa per arrivare all’ignoto.
Scegli Immagini, e ti si paleseranno soffitti luminosi ma, soprattutto, illuminati. Cammina su quelli, non sui pavimenti.

Questa è la storia di un* scribacchin* che sapeva scrivere solo inizi e aveva paura dei finali. Poi s’accorse che tra l’inizio e il finale c’è quella parte goduriosa che è il qui e ora. Il nel mentre, il finché, come pare si dica a Legoland.

Così partì: cercava un divano e si ritrovò con un lampadario, cercava un passaggio fugace e si ritrovò con un progetto. Si fece rana smemorata e colibrì, si fece pianura e montagna, si fece neutro, per raccontare passioni smisurate e brucianti.

Si fece un sacco di risate.

Ripensò sé stess* e l’Universo, che forse all’Universo mai ci aveva pensato, e srotolò quel suo stupido grumo di certezze. Decise che da grande avrebbe voluto solo inventare le cose, possibilmente belle, non importa quale fosse il finale.

Questa è la storia di un* scribacchin* sempre a sproposito, che riusciva a trovare la propria misura solo nella ricerca. Non della completezza, non della perfezione, men che mai della normalità, che la normalità nessuno la capisce. Solo del tentativo di frequentare l’ignoto e l’imprevedibile.

Decise di parlare di sé, di ciò che sapeva e di fare domande su ciò che ancora non conosceva.

No, questa non è la storia di un* scribacchin*, ma di una creatura che incontrò The Gloomy. E se l’un* si fece tempesta, l’altr* si fece luogo. L’altrove divenne una giornata di festa, la condivisione fu un segreto, di quelli custoditi da parole in codice e sguardi complici.

The Gloomy volava dove altr* non osavano, dove il dubbio è migliore di ogni certezza, dove ogni follia era lecita, purché frutto di caos e insaziabile curiosità.
Lasciando sgoment* i più, costruendo racconti, azzardando possibilità. Non smettendo mai di giocare. Avvolt* da un’aura di bellezza inconsapevole (ma esiste forse altra bellezza?).

Questa non è una storia, ma l’inizio di un dono. Un atto d’amore e ingiustificata anarchia.

Eugenia-Loli-birthday-cake