My Personal Japan. Part #2: Tokyo, la risposta tra cassetti e afasia

[N.B. Qui potete leggere la prima parte, dedicata al primo weekend a Tokyo]

«D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.» (Marco Polo, da Le città invisibili, I. Calvino)

Dopo una sveglia tarda, la giornata inizia (già a metà) con una visita al Robot Restaurant. Siete lì per vedere uno spettacolo unico nel proprio genere. Come descriverlo? Ci provi; trattasi di un mix tra:

  • anime pieni di combattimenti tra mostri giganti e robottoni, guidati da colorate e succinte guerriere
  • i Power Rangers, conditi dalle tipiche mosse esagerate e dialoghi didascalici (che, a loro volta, affondano le proprie origini nelle forme teatrali del kabuki e nel bunraku, passando per il tokusatsu)
  • Honzen-ryōri: una forma altamente ritualizzata e cerimoniosa di banchetto tradizionale giapponese, che vede i commensali-pubblico dispost* sui due lati lunghi della stanza, ognun* con il proprio tavolino, e uno spazio centrale riservato alle esibizioni (da qui il nome “restaurant”, anche se al massimo ci si sgranocchiano pop-corn)

Dopo un weekend che ti aveva abituat* a spazi ristretti sviluppati in verticale, è straniante l’effetto provocato da questo enorme regno del kitsch. Colori sgargianti, pareti luminose, bagni psichedelici. Schermi sui quali vengono proiettate immagini rubate qua e là da videogames e chissà cos’altro: il post-internet qui si fa poesia pura, tra enormi farfalle e  piante in tremenda CGI, incoerente tanto nelle dimensioni quanto nei cromatismi. E questi erano i visual: lo spettacolo dal vivo è invece un carnevale di Rio, con dinosauri e mega-ragni, taiko e unicorni, recitazione espressionista e coinvolgimento della platea. Sei riuscit* a descriverlo? Probabilmente no.

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Robot Restaurant

I cassetti di Tokyo

I giorni successivi proseguono nel cuore pulsante di Tokyo; o forse sarebbe meglio dire “nei suoi cuori”, dato che la città è talemente ordinata da essere divisa in scompartimenti: sai esattamente cosa trovare e dove. Un po’ come avere delle targhette con su scritto “calzini” o “mutande”, applicate su ogni cassetto. Harajuku per lo shopping rockabilly e alternative, Akihabara (o Akiba) per cosplayer e maid cafè, Asakusa per turist*, selfie e souvenir tradizionali. E così via.

A Harajuku non hai fotografato le meravigliose gothic lolita (né ogni sottogenere lolitesco casual, sweet o punk) per via di quell’eccesso di rispetto che ti impedisce di considerare le persone come freaks da ammirare, aggiunto a quell’eccesso di pudore che ti impedisce di chiedere «Posso farti una foto?» (cosa che invece domandano alcune persone, con ossequiosa considerazione, a te e The Gloomy). Ti prepari però a far spazio in valigia alle nuove felpe con le orecchie, ai calzini con il pizzo, agli scamiciati acquistati a Takeshita-dori. C’è il tempo per un fugace incontro con degli adorabili coniglietti in un piccolissimo animal cafè [n.b.: in Giappone, specie in città, è difficile per le persone tenere degli animali da compagnia in casa. Questi luoghi danno loro l’opportunità di coccolare gatti o altri pet -anche i serpenti sono pet- per qualche ora. Per inciso, gli animali in questione sembrano gradire il trattamento]. Trovate, sfortunatamente, troppa fila per entrare al Kawaii Monster Cafè (ingresso: 500 yen).

Akiba. Due maido fuori da un locale sanno come prenderti, gridando «Kawaiiii, pinkuuu!» alla vista della tua chioma. Visita a un illuminatissimo e per niente nascosto sexy shop a 5 piani, a un negozio di sofisticate e curatissime bambole e a un inaspettato tempio Shinto. Per pranzo prendi una tregua dal consueto triple check sul menù optando per il ristorante veg Kamakura Fushikian. Nei giorni seguenti, l’economico connubio soba+tempura (o anche alghe wakame) rintracciabile in qualunque sobaya ti droga a livelli così appaganti che non necessiti più di altro cibo da monaci.

Asakusa: il cassetto delle “cose” storiche e di tutt* * turist* che non vedevi da giorni (ecco dove si erano cacciat*!). Visita ai templi buddisti e al santuario, poi alle innumerevoli bancarelle. Un morso ai dango e uno al taiyaki (snack dolci ma non troppo). Un obbligatorio sguardo al panorama dalla cima della Tokyo Tower [n.b. la cima vera, quella più alta, sarà chiusa per lavori fino all’estate 2017], bento box a prova di manga e squisiti onigiri all’umeboshi [googlate, googlate. Un indizio: quasi tutto ha a che fare con il riso].

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Dango (la D non è muta)
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Taiyaki

Shibuya-ku: il cassetto dove incontri Fumino Sugiama, attivista LGBTQIA e co-presidente del Tokyo Pride. Dopo aver cenato nel suo locale Irodori, che scopri essere un raffinato izakaya, riesci facilemente a ottenere un’intervista, data la sua estrema disponibilità.

Tra Miyazaki, HBO e Disney

L’anima bambina scalpita, dirigendovi prima al Museo Ghibli, dove vieni investit* da poesia e meraviglia. L’incantevole cittadina di Mitaka vi rimette al mondo. Parco, soba e un’insensata quanto spassosa tappa alla casa di Shoshanna in Girls.

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La fanciullezza continua a Tokyo Disneyland. E tu, bambin* occidentale cresciut* col mito di Disneyland Paris (abbastanza vicino da non essere impossibile, abbastanza lontano da essere agognato), poi divenut* troppo riot per concedertelo, sei arrivat* fino in capo al mondo, dove la Disney è esotica, per soddisfarlo. Star Tours, da Star Wars, è il gioco eletto: lo ripetete 5 volte (peccato non cogliere la stramba sintassi dello Yoda nipponico).

Da Disneyland a Odaiba il passo è breve. E brevemente sei invas* dal lirismo urbano di quella Tokyo che è proprio come te la immagini (e poco importa che tecnicamente non sia Tokyo). Fai merenda con Hello Kitty, ritrovi Badtz Maru e scopri Gundam. Per cena, omuraisu (omelette ripiena di riso- e di qualunque altra cosa desideri). Chiunque popoli Odaiba ti sembra ricco, di una ricchezza malinconica. Decidi che due personaggi sulla metro appartengono a un film di Sofia Coppola: una silfide vestita di bianco e il suo compagno, dotati di una bellezza da privilegiati, entrambi con un lecca lecca in bocca, entrambi intenti a guardare lo schermo del proprio smartphone. Non si guardano, eppure la loro posa è tenera, tra la noia e la complicità. Sembrano più intelligenti di quel che serva per essere felici.

L’ultimo sabato ti riserva un curry miracolosamente vegetariano e una serata in un posto speciale: dopo un saluto al Campy!, colorato bar di drag queen, scegliete l’A-Un, locale lesbian friendly nell’ormai familiare Shinjuku-Nichoume. A Tokyo i locali sembrano appartamenti: per le dimensioni e per il fatto che si trovino anche al secondo, terzo piano di un palazzo. Scovarli è un terno al lotto. Dentro l’A-Un, chiunque è un* dj, chinque è curios* e amabile verso il duo di gaijin col cappello. Piovono shottini, piovono risate.

La frase della serata: Oh, girl, you now we have a word for this? It’s Otaku!

Sinestesie, afasie. Saluti.

A Shinjuku, vivi un momento che potrebbe essere eterno o infinitesimale, a un incrocio, stregat* dall’armonia tra i rumori cittadini. Uno schiaffo sinestetico (in forma di sottopassaggio maleodorante di urina) ti riporta al reale. Nell’ultima notte dell’ultimo week-end a Tokyo scoprite che l’ultima metro è all’una.

A Nakano, verso casa, vi invitano dentro il pub all’impiedi più piccolo che ci sia. Impossibile rifiutare. Erina, bartender dal sorriso inebriante, offre un luogo no charge in cui non ci si annoia mai (condito con dell’ottimo whiskey).

Avresti voluto raccontare di un’amicizia speciale ritrovata davanti a una zaru soba. Degli spettacoli di danza contemporanea, dove il pubblico performa più de* performer e tutto si svolge sopra dei negozi alla moda, non nei teatri off. Del wi-fi quasi ovunque, che ti salva da alcuni momenti di panico in cui la sim giapponese si ribella, lasciandoti senza internet. Delle file per la metro. Le file, non i grumi scomposti di persone. Del divieto morale di starnutire o di soffiarsi il naso, della gentilezza (imposta) che pervade ogni cosa. Di quel* ragazz* che, nonostante la barriera linguistica, vi aiuta a capire come funzioni la lavanderia a gettoni, catapultandosi di corsa a casa propria per offrire un po’ di detersivo d’emergenza, e della tua incapacità di replicare con un inchino (a ogni «arigatou» sembri un* ballerin* che prende gli applausi). Della birra di prugna nella common kitchen, o di quella sera che avete provato a spiegare la differenza fra L e R, abbattendo ogni distanza fonetica con un mare di risate. Delle colazioni al Seven Eleven, tra sobapan e strane bibite energetiche. Di tutto ciò che resta nel cuore, che fatica a dividersi in cassetti o scompartimenti, travolto com’è dall’esperienza nella sua interezza. Che dopo tanto blaterare, ti porta a una rassegnata e sorridente afasia.

Tokyo è la risposta alla tua domanda di ragazz* di provincia, cresciut* con il mito della metropoli. Una di quelle risposte piene di parentesi, di incisi. Un libro aperto sulla tua scrivania, che proprio non vuoi chiudere, come a voler dire «dopo riprendiamo il discorso, eh?»

Attivi il Japan Rail Pass: è ora di salutare questa città che non ha mai dormito, se non per quei fugaci sonnellini nei posti più scomodi e assurdi, e di interrogare altri luoghi.

TO BE CONTINUED… [qui la terza e ultima parte]

#Shottini Quantistici: pillole from the beach / In difesa di Kylo Ren

Ok, avevi detto che non c’era altro da dire su Star Wars.
Ma avevi anche detto che non saresti mai andat* a vivere a sud della grassa e lussureggiante Sybaria, cosa che è accaduta nel momento del tuo trasferimento nella bella e chiassosa Desìa.

E poi stavolta non si tratta solo di Star Wars, o del chiacchieratissimo episodio VII sul quale tutt* hanno messo bocca prima e dopo (e anche durante, nonostante le gomitate del vicino) l’uscita del film.
Da quando il nuovo capitolo ha fatto capolino nelle sale di tutto il mondo è in corso un’operazione trasversale di discredito nei confronti di uno dei più interessanti wannabe che la Disney ci abbia fornito. Un’azione di bullismo intollerabile e ingiustificata da parte di quei nostalgici di Darth Vader che pensano sia meglio per lui rimettere su la maschera.

Ecco dunque, una breve, non ragionata, opinione non richiesta, from the beach:

Dalla parte de* non-fig*

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Kylo Ren in un momento di relax e eterna indecisione tra i lati

`E come quando alle medie t’innamoravi del* compagn* lungon*, con braccia e gambe cresciuti di 20 cm in una sola estate, mentre tutt* * altr* andavano dietro al* fik* di turno, proporzionat*, dai docili lineamenti e il perfetto sorriso.

È come quando tutt* volevano essere principesse, ma tu ti rivedevi tanto in Lady Oscar; come quando, alle superiori, tutt* impazzivano per i front man/woman/whatever e tu guardavi chi c’era, a testa china, dietro al basso.

Poi arrivò l’epoca in cui i nerd conquistarono il mondo, crearono colossi, guardando gli altr* dall’alto in basso, fieri della propria nerditudine. Arrivarono * hypster colt*, tecnologic* e occhialut*, e arrivò, faticosamente, la queerness un po’ più diffusa.

Ma tutto questo ancora non basta perché il mondo accetti un villain come Kylo Ren.

Kylo Ren, che guarda la vita da dietro una maschera pesantissima, è questo: uno spilungone, magrolino, con delle orecchie e un naso sproporzionati.
Uno che sa benissimo di non incutere alcun timore nel suo avversario al momento dello svelamento. Uno che ha vissuto all’ombra di un nome troppo importante.
Kylo Ren è un freak, non ha le physique du
rôle, è destinato a scontentare tutt*: amanti del cattiv* tutt* d’un pezzo-già formato, che aspettano solo di deridere quell’ adolescente impacciato. E, soprattutto, scontenta se stesso.
Eppure ci prova, se la toglie quella maschera, Kylo Ren. Pur non avendo ancora scelto del tutto da che lato stare, si mostra, pubblicizzando la propria inadeguatezza.

Sa che non spaventerà l’avversari*, ma può disorientarl*.

Chiamato “frignetta” da brillanti disegnatori, che scivolano inaspettatamente nel sessismo più becero, Kylo Ren, adolescente bullizzato è, per l’appunto, un adolescente.
Quindi sa.
* piccol*, * giovan*, sanno, perché vivono e esperiscono senza bisogno di spiegazione ciò a cui * più vecchi* si sono dovut* lentamente adattare.

So, don’t bully Kylo.

Perché, qualunque lato si scelga, il mondo sta andando verso un’altra direzione, ed è più probabile che a governarci tutt* sarà qualcun* che sta al di fuori delle categorie.

Un* looser, più che un* supercool. Uno Kylo Ren, più che un Darth Vader (o un Luke).

P.S. : E, comunque, Adam Driver spacca. Sia che impersoni qualche weirdo di periferia nell’indie universe, sia che si trovi addosso il fardello di imperare in una galassia lontana lontana e ricca di merchandising.

My Personal Nerdom part #3: «I love you»«I know». L’amore ai tempi di Star Wars

«Le sole persone nell’universo che non l’hanno mai visto sono i protagonisti di Star Wars! Perché le hanno vissute! Loro hanno vissuto le guerre stellari!» (da How I met your mother)

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The Other Side, Jorge Pérez Higuera

Potresti dire tante cose su Star Wars: provare a decantarne l’estetica e la fotografia, tentarne una fin troppo ovvia interpretazione alla luce degli archetipi del Viaggio dell’Eroe di Vogler, o avventurarti in qualche improbabile parallelismo con la filosofia Nietzschiana (al di là del bene, del male e della Forza).

Ma dopo aver letto:

  • un articolo che analizza la distruzione della Morte Nera dal punto di vista economico
  • un’introduzione a un saggio che paragona la saga di Lucas a un Apocalypse Now per bambin* figli* della Guerra Fredda
  • tonnellate di opinioni, concordi all’unanimità, sui primi tre episodi (dai lapidari “They just suck” a complesse analisi sul postmodernismo intrinseco alla trilogia prequel…che finivano immancabilmente con un “They just suck”)

sei arrivat* alla conclusione, estremamente post-moderna (e, per questo, un filo cinica), che tutto è già stato detto su Star Wars.
Tutto è già stato scritto, filmato, analizzato, parodiato, digerito, vomitato e pubblicato senza vergogna sul web.
Contrariamente ai riferimenti culturali della tua infanzia, film così sfigati che neppure chi li ha girati ricorda più, Star Wars ha influenzato in lungo e in largo tutta la cultura pop degli ultimi 30 anni, collocandosi ormai al di fuori di ogni possibile riflessione (anche perché lo stuolo di fan conserva ogni nuova parola per il 16 dicembre).
Non c’è nessuna analisi cervellotica che possa farti apparire più intelligente, nessuna rivisitazione hipster che non sia già stata presa di mira dagli haters di tutto il globo, nessuna trovata originale che potesti tirar fuori in proposito.

ReturnToOz
Intollerabile è il mancato successo planetario di Return To Oz, un film con uno spiccato Dark Side

Allora perché non unirti al coro dei pareri inutili e assolutamente non richiesti stilando una personale classifica di bizzarrie e amenità che hai amato a seguito della tua personalissima prima visione della trilogia?

Non tergiverserai sulle delusioni: ok, non c’è un «Luke, I’m your father!», ma un semplice «I am your father», con enfasi sul soggetto (casomai sfuggisse a qualcun* l’Ego del parlante) e, certo, avresti preferito non vedere il suddetto padre senza la sua fascinosa maschera (un po’ come quando la Bestia si tramuta in principe grazie al bacio di Belle e…beh, complimenti Belle, grande mossa).
Non ti soffermerai neppure sul moralismo imperante (e imperiale) o sull’evidente, grottesco, maschilismo etero-normativo di entrambe le parti.
Accetterai che Star Wars è così: esattamente ciò che vedi. Nessun sarcasmo, nessun significato nascosto, ma tanti geniali dettagli e, casomai non fossi veramente l’unic* in tutto l’universo (non espanso) a non aver visto ancora la saga, lanci, per pura precauzione, un formale spoiler alert.

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Cose per cui vale la pena vedere Star Wars nel 2015:

(un omaggio a Manhattan e alla felice rassegnazione di Isaac Davis)

  1. Il modo in cui C-3PO cammina col culo all’insù. Amore a prima zoppicata.
  2. L’irresistibile umorismo di R2-D2. Il che ci insegna come il linguaggio non sia sempre un limite alle cose essenziali della vita.
  3. L’accento british di C-3PO (svenimenti, mugolii, migolii vari).
  4. L’idea che C-3PO somigli all’Omino di Latta di Return to Oz, ma più magro, più verboso e obiettivamente più cool.
  5. «How rude!». How awsome.
  6. Il look trans-human di Darth Vader. E il suo essere, tutto sommato, un filo Queer.
  7. La posatezza del cattivo.
  8. Il suo accento (ok, per la prima volta non sei dalla parte dei ribelli…ma come si fa a scegliere Harrison Ford e la sua becera fallocrazia yankee?).
  9. La bellezza dei paesaggi desolati di Tatooine, pianeta che ti ricorda un po’ la tua isola di LAputa, ma anche un po’ il Kansas di Dorothy Gale.
  10. Le scene di massa degli Stormtrooper.
  11. La colonna sonora. Chapeau.
  12. La scena del “jazz club” sgangherato. Some like it hot, even on other planets.
  13. Sì, la fotografia. E i costumi.
  14. Il lessico del Maestro Yoda. Che ti ricorda, pure quello, un po’ LAputa.
  15. «I love you»«I know». La risposta geniale che tutt* cercavano da tempo. Ti dimentichi a chi è stata messa in bocca e ci vedi solo la perla de* sceneggiat*i.