L’amore, la curiosità, il Lan Party. Tre motivi per ricominciare a scrivere in agosto

«Quali sono i tre pilastri, i tre capisaldi della tua vita?» chiedi un po’ a chiunque ci sia intorno a te, nel tentativo di ravvivare una torrida serata estiva nella piazza più chiccosa del centro di  Legoland. Tre, d’altronde, è un numero perfetto, asimmetrico, non divisibile se non per se stesso (ok, anche per uno, ma che senso ha dividere per uno? È come un* bambin* senza amic* che si auto-distribuisce tutte le caramelle. Ti piace vincere facile.) e un numero non divisibile costringe all’impegno; come si può essere indecis* davanti a un numero tutto d’un pezzo, che non ammette compromessi?

È quindi il numero giusto per un breve elenco di valori intramontabili: e se per fortuna tra le risposte ricevute manca un’obsoleto e urticante dio-patria-famiglia, molt* sono stat* costretti dall’afa, dall’alcol o dall’inaspettata invadenza della domanda, a un’egocentrata sincerità.

L’amore, la curiosità e il Lan Party. Non necessariamente in quest’ordine.

Questa è stata la risposta interessante di The Gloomy: trittico portavoce di una geekness estrema, evocatrice di capolavori letterari e cinematografici e, diciamocelo, deliziosamente impeccabile dal punto di vista metrico. Motivo per cui ora fa da titolo a questo post.
Una triade pareva il format corretto per snocciolare al meglio i motivi per ricominciare a scrivere in pieno agosto, ma senza annoiare troppo * lettor*.

L’amore.

L’amore di cui hai la vita ripiena, l’amore per la scrittura e anche l’amore per chi legge. L’amore per sé, che ha portato ultimamente a sagge, quanto rischiose, decisioni e consapevolezze: il tempo è l’unica ricchezza che si ha e che si sceglie di possedere. Da qui, l’abbandono di attività che non ci appartengono, il conseguente attimo di horror vacui (colpo accusato più dal portafogli che dalla testa, a dire il vero) e la successiva sensazione di libertà.

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La curiosità.

Nella furba Stranger Things, serie cult ancor prima di nascere perché figlia di cult (una serie raccomandata, insomma), il piccolo e adorabile Dustin rimprovera il proprio professore di scienze che, impegnato in un sabato sera rimorchioso targato 80’s, rifiuta di fornire nozioni scientifiche ai propri studenti (impegnati invece, SPOILER ALERT, nientepopodimeno che nella costruzione di una vasca di deprivazione sensoriale), apostrofandolo con sagge parole «Lei ci dice di lasciare sempre aperta la porta della curiosità, perché ora vuole lasciare chiusa questa porta Mr. Clarke?».

Già, perché mai dovremmo lasciare chiusa tale porta? Chi fa ricerca, e chi scrive fa sempre e incessantemente ricerca, ha il dovere di essere moss* da costante e bruciante curiosità: quella che non fa dormire il 7enne la mattina del 25 dicembre, quella della Sig.ra Fletcher e di Miss Murple, quella che portò Alice nel Paese delle mostruose meraviglie e quell’egoista di Ulisse nell’abisso degli inferi.

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Il Lan Party.

Ecco, il Lan Party (d’ora in poi solo LP). Il LP, per chi non lo sapesse, è un grumo umanoide dedicato alla videoludica, in cui chi gioca lo fa in modalità multiplayer tramite una rete LAN. Un’istituzione nerd di antica memoria. Le sue misteriose origini si perdono infatti nella notte dei tempi, in cui * prim* gamers con scimmia personale (non ammaestrata) al seguito occupavano le grotte con i loro computer. Vennero poi i garage, i sottoscala, gli scantinati e infine… ancora gli scantinati, data la scarsa familiarità de* giocator* vampir* con i raggi solari.
Nella casina okkupata dal* qui presente scribacchin*, presso Legoland, il LP è l’evento annuale per eccellenza: la sagra dell’insulto e del junk food, della carenza di vitamina E e dell’amicizia.
Un motivo in più per isolarsi con il proprio laptop, non prima di aver augurato buon divertimento chi gioca con foga, e blaterare di tutto il blaterabile tramite tastiera.

Stand by Me ricordo di un'estate 1986 film

L’estate non ti piace di per sé, ma si porta appresso ondate di acqua salata e cambiamento. Porta con sé zanzare e eritemi, facili nostalgie e doverosi  bilanci, come se a ogni settembre si dovesse tornare a scuola.
Anche se non hai mai smesso di scrivere, barcamenandoti per mesi e mesi tra blog altrui, pagine about, e narrativa ancora troppo privata, agosto, questo stop nel calendario lungo 31 giorni, pare il mese giusto per riversare sulla spiaggia (su questa spiaggia) tutte le parole che attendono di essere lette. Ché non bisogna sempre aspettare di metter su il post perfetto.

Il tutto accompagnato da quel pensiero rassicurante di chi con la sicurezza ha poca familiarità: «Suvvia, chi vuoi che legga un blog ad agosto?».

E allora, che un nuovo inizio sia. On the beach.

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Let’s celebrate. Chandelier

Disclaimer: questo post ha un alto contenuto di vita quotidiana, fattacci privati, alcool e zucchero. Come come ogni post e ogni buon limoncello, d’altronde.

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Hai presente quando passi la sera del tuo compleanno in un luogo di perdizione, a dialogare sullo stato del porno mainstream, sorseggiando il tuo cocktail preferito? No?

Hai presente quando sei lì che decidi dove può essere la tua prossima vacanza e, mentre tutti sognano spiagge e relax, sospiri “Nessuno avrà l’ardire di venire con me su Marte“, venendo poi smentit*?

Hai presente quando sai che non esiste la persona dei tuoi sogni, però esiste qualcuno che i tuoi sogni li rivolta ed è pront* a buttarsi con te in quella follia imprevedibile che è la realtà?

Se non ce l’hai presente, prova a googlare: “Quando è che meno me lo aspetto?”

Scegli Maps, e troverai la via secondaria e tortuosa per arrivare all’ignoto.
Scegli Immagini, e ti si paleseranno soffitti luminosi ma, soprattutto, illuminati. Cammina su quelli, non sui pavimenti.

Questa è la storia di un* scribacchin* che sapeva scrivere solo inizi e aveva paura dei finali. Poi s’accorse che tra l’inizio e il finale c’è quella parte goduriosa che è il qui e ora. Il nel mentre, il finché, come pare si dica a Legoland.

Così partì: cercava un divano e si ritrovò con un lampadario, cercava un passaggio fugace e si ritrovò con un progetto. Si fece rana smemorata e colibrì, si fece pianura e montagna, si fece neutro, per raccontare passioni smisurate e brucianti.

Si fece un sacco di risate.

Ripensò sé stess* e l’Universo, che forse all’Universo mai ci aveva pensato, e srotolò quel suo stupido grumo di certezze. Decise che da grande avrebbe voluto solo inventare le cose, possibilmente belle, non importa quale fosse il finale.

Questa è la storia di un* scribacchin* sempre a sproposito, che riusciva a trovare la propria misura solo nella ricerca. Non della completezza, non della perfezione, men che mai della normalità, che la normalità nessuno la capisce. Solo del tentativo di frequentare l’ignoto e l’imprevedibile.

Decise di parlare di sé, di ciò che sapeva e di fare domande su ciò che ancora non conosceva.

No, questa non è la storia di un* scribacchin*, ma di una creatura che incontrò The Gloomy. E se l’un* si fece tempesta, l’altr* si fece luogo. L’altrove divenne una giornata di festa, la condivisione fu un segreto, di quelli custoditi da parole in codice e sguardi complici.

The Gloomy volava dove altr* non osavano, dove il dubbio è migliore di ogni certezza, dove ogni follia era lecita, purché frutto di caos e insaziabile curiosità.
Lasciando sgoment* i più, costruendo racconti, azzardando possibilità. Non smettendo mai di giocare. Avvolt* da un’aura di bellezza inconsapevole (ma esiste forse altra bellezza?).

Questa non è una storia, ma l’inizio di un dono. Un atto d’amore e ingiustificata anarchia.

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Tamagotchi. Secondo dialogo sulla dipendenza

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Due figure umane, A e B, sulla cima dell’Everest.

A-Insomma, mi ami?

B-Ti vedo più come un coabitante del mio disagio

A-Avessi due euro per ogni volta che mi rispondi in modo evasivo a quest’ora potrei comprare l’Everest

B-Due euro

A-Sì, due euro…

B-Perché dici due euro? Di solito si dice un centesimo, o al massimo, un euro…

A-Mi piacciono i numeri pari. Sono come la simmetria: mi rassicurano.

B-A me la simmetria ha sempre dato un senso d’angoscia

A-E’ per questo che non possiamo essere solo in due?

B-Non è una regola, ma l’amore simmetrico mi da le vertigini

A-E allora, cos’è che vorresti?

B-Hai presente quando sei con qualcuno con cui puoi parlare dello stato del porno mainstream nell’era contemporanea, mentre sorseggi una Caipiriña in un club privée la sera del tuo compleanno?

A-… decisamente no.

B-Neppure io, ma credevo fosse il sogno di tutti. In quel caso sì che potrei pensarci.

A-A cosa?

B-Al numero due. Alla simmetria.

A-Non ho un’opinione in merito al porno mainstream. A me m’attizza il soft erotico vietato ai minori di 14… Sono mainstream. Non c’è speranza per noi?

B-No, ma non disperiamo. In fondo, anche in Padania ci si innamora…

Prima o poi il lavoro arriva. Bando per una resilienza artistica

Prima o poi un lavoro arriva. Come uno schiaffo mentre dormi.

Come un «ma guarda che oggi c’è il compito di matematica» mentre, appena arrivat* a scuola, cerchi di smaltire gli effetti dell’after («tanto domani ho solo due ore di educazione fisica e poi assemblea»).

Prima o poi un lavoro arriva, o qualcosa di simile. E neppure male, eh.
Una proposta lavorativa frettolosa, urgente, come urgente è il tuo bisogno di portare la giacca in riparazione o di riempire il frigo di cibo vero: proteine, carboidrati. Che sono queste verdure già mezze mosce?
Hai bisogno di uno stipendio come hai bisogno dell’aria, ne va della tua dignità di umanoide. Ti senti un essere a metà, privat* non solo del potere d’acquisto ma del potere di risposta breve alla domanda:

«Che lavoro fai?»

«beh, vedi, è un momento di transizione, perché io in teoria lavoro in teatro»

«ah, quindi reciti?»

«no, no, non recito più. Non in senso canonico. Al massimo fingo»

Sorridi imbarazzat* mentre chi ti ha posto la domanda si chiede se ci sei o ci fai.

«Che lavoro fai, dunque?» «Content Writer. Social Media Strategist. Seo Specialist Junior. SocialPluriMediaAssistantConsultantMarket(t)ter».

Non hai la minima idea di cosa vogliano dire queste parole ma almeno le metti in fila con una sicumera degna di Giorgio Mastrota quando cercava di convincerti che quelli erano proprio gli ultimi giorni per avere le doghe ortopediche direttamente sotto le chiappe.
È solo uno step, ti dici, ti dicono, non un approdo. Ma va bene, sei liquid*, puoi occupare anche questo spazio semi-sconosciuto. E almeno non risuonano le solite frasi, con puntini di sospensione, colpi di tosse e sospiri che intervallano parole altrettanto anglofone e ancor più misteriose, e che portano con sé un carico di imbarazzo, un carretto di «non son degn*».

Ogni operat*e artistic* che si rispetti si farebbe tagliare il dito del piede che usa per dipingere opere astratte piuttosto che affermare «Sono un*artista». Le frasi sono ricche di provo, cerco, nel mio percorso… di quell’inadeguatezza che anche tu indossi come una felpa gialla taglia XL. Non puoi cercare di nasconderla, non puoi ammettere di averla. Ci stai scomod* e a tuo agio al contempo. Non ne sei degn*, poiché è firmata, e contemporaneamente non la vuoi, perché crea problemi nel movimento, è vistosa, attira le api e gli sguardi insospettiti.
Hai la possibilità di indossare una t-shirt nera, elegante, che si abbini a tutto, più o meno della tua taglia (più o meno: non pretendere troppo da una taglia unica. E poi se sei nat* microsize vuoi dar forse la colpa all’industria tessile mondiale?). Eppure vuoi la tua fottuta felpa gialla. Ma cazzo, no che non la vuoi, dove siamo, all’asilo?
Decidi allora di andare a fare questo benedetto shopping, questa cosa che non hai mai capito: tu i vestiti li vorresti pronti, fatti su misura e già stesi sul letto, da poter ammirare e forse, ogni tanto, da indossare, con parsimonia (e un pizzico di «non sono degn*», sia mai che ci si senta adeguat* al mondo).

Il lavoro puramente creativo è nascosto dietro numeri che non sai leggere, li hai dimenticati il giorno del diploma al liceo. Avevi giurato a te stess*, in prima elementare, che la tua guerra alle cifre un giorno sarebbe finita e che avresti vinto tu. Piuttosto supponente come moccios*, ma in fondo hai avuto ragione. Per un po’.
Hai avuto la presunzione di pensare che ti sarebbe sempre andata bene così: abitare da bohémien* in mansarde prestate, consumare pasti messi insieme con la stessa fantasia pragmatica della Peppina quando faceva il caffè con 4 kg di cipolle (per unire l’utile allo stomachevole).
I progetti artistici più belli e challenging sono sempre quelli meno pagati e poco vendibili.
Vacilli, oscilli, ma non vuoi più assecondarla questa follia dell’artista che può permettersi di esserlo: non hai rendite né eredità generose e, in ogni caso, vedi i bravissim* sgobbare per 4 date l’anno.

Non ne puoi più di chi, con la leggerezza inconsapevole di chi tira dei macigni pensando siano granelli di sale, si permette ancora frasi come: «L‘artista deve scendere a compromessi per restare nel proprio ambito, altrimenti fa un altro lavoro e si tiene l’arte come Passione (certo, ne va della sua Professionalità)». Se senti ancora una volta la parola Passione abbinata all’arte pensi che vomiterai; se senti ancora la parola Professionalità accanto a un mestiere che non dà da vivere pensi che urlerai in preda alle convulsioni, quantomeno affinché tutti se ne accorgano.

Scott Pilgrim Level Up

Ti dici che un secondo (primo?) lavoro non ti renderà meno “artista”, così come lavorare 12 ore al giorno in teatro-spaziononconvenzionale-meandridelcervello non ti hai mai res* automaticamente meritevole del titolo.
L’arte è un’inganno: come un amore folle ma corrisposto solo a giorni alterni.
Ti ripeti che non esistono strade segnate, nessun obbligo, e questo già lo sai.
Che il lavoro che arriva è bello, e questo è vero, con tutti i compromessi fra numeri e parole che si porta dietro.

Vuoi che le persone smettano di straparlare di arte come se fosse qualcosa da potersi definire. Vuoi che ogni animo sensibile trovi il proprio spazio. Vuoi continuare a torturarti, sai che lo farai.

Ma vuoi anche una piantana in salotto.

Vuoi andare in Asia e in Sudamerica.

Vuoi dei capelli che non somiglino a un’opera pubblica inaugurata e poi lasciata alle intemperie, al fogliame, alle cartacce.

Vuoi essere te, senza definirti o sentirti meno qualcosa solo perché hai sempre creduto che sarebbe andata in un certo modo.
E poiché non ammetti compromesso, ma solo scelte, scegli la doppiezza, forse la triplezza, o comunque la moltitudine, e indìci il tuo personale

Bando per una Resilienza Artistica: come attraversare la realtà e uscirne rafforzat*

Requisiti fondamentali per l’ammissione:

  • Esperienza comprovata e documentabile nell’assorbimento di energia dall’ambiente esterno, specie se poco affine all’attività creativa
  • Spiccata capacità di resistenza allo stress, all’ usura e al buonsenso
  • Elevata attitudine al rilascio di energia assorbita in precedenza in ambienti ostili e impreparati
  • Idoneità alla doppiezza o al multiforme

Si offre:

  • Spazio angusto per scrivere e arrovellarsi il cervello per tutto il giorno, tutti i giorni: in lingue e linguaggi diversi, tra numeri e parole
  • Il privilegio di una doppia identità e di un perenne conflitto amore-odio-sto benissimo- ma chi me lo ha fatto fare

 

Tra la frustrazione e la stasi c’è un movimento centripeto che ti farà dormire pochissimo e vibrare di idee da realizzare. Sei già lì che giri. In compagnia di quei piccoli gnomi morbidi e giallognoli sulla tua tastiera.

My personal Nord

Non lo avevi esattamente preventivato.
Ti eri fatt* un’idea un po’ diversa di come sarebbe andata.
Anche se hai sempre saputo che avresti lasciato LAputa, la terra natìa amata-odiata-estranea, per un generico altrove, purché ammiccante, ti eri figurat* un* te differente, non certo al sicuro, ma inserit* in un contesto che avesse perlomeno un nome (il fatto che il nome fosse teatro avrebbe già dovuto suggerirti l’instabilità dell’intera faccenda).
LAputa si trova a sud del buonsenso e un pelo più a nord dell’autocommiserazione, e da laggiù hai sempre ricercato il nord come si cerca una ragazza con gambe e ciglia troppo lunghe: con ostinazione e un senso di inadeguatezza costante.
Così, attratt* dalla bòrea e consapevole che si è sempre a sud di qualcos’altro, non hai mai disdegnato del tutto l’ipotesi dell’Islanda. Ma per adesso no, ancora non è andata così.

Sapere di essere fisicamente, nonché emotivamente, preparat* per affrontare i lidi settentrionali, civilizzati e climaticamente inospitali per la maggior parte dei mammiferi mediterranei (ma non per te, che sei nat* per sbaglio on the beach e al mare ci vai ancora con gli anfibi), non sempre è corrisposto a delle scelte oculate e a dei progetti di vita che avessero un senso e una continuità. Sarebbe stato troppo facile.
È che certe cose come: sapere cosa farne di se stessi, guardare in prospettiva, agireoggipercostruireilpropriodomani, ti fanno l’effetto della vellutata di porcini: qualcosa che hai schifato immensamente da bambin*, ma che brami e rimpiangi da quando i tuoi cachet minimalisti non ti consentono neppure di annusarla.
Hai scelto dunque, come si dice, di pancia: era il 2008, la crisi economica mondiale sembrava ancora non troppo mondiale; sembrava più un qualcosa che avrebbe investito gli Stati Uniti e che l’Europa fingeva di non vedere, con un po’ di compiaciuta indifferenza (con lo stesso sollievo sadico di quando la figa della classe pestava un chewing gum).
Dunque non ti sfioravano più di tanto pensieri come l’ansia del futuro e non prevedevi la drastica slavina dei fondi pubblici alla cultura che si sarebbe verificata di lì a poco, pochissimo.
La prima tappa è stata una scelta: scelta con il cuore, con la pancia, forse con un po’ di codardia paracula.

Il fatto che mentre scrivi sia su un treno che varca il confine tra una regione e l’altra (e dio solo sa quanto ancora ti mandi ai matti il labile concetto di confine tra le terre, abituat* fin dalla nascita alla svolazzante indipendenza dell’isola di LAputa), con addosso un quarto dei vestiti che possiedi attualmente (e hai solo due strati), indecis* su quale inflessione dare alla tua voce che, come il regionale, oltrepassa i confini tra territori noti e meno noti, non lo avevi previsto.
E sei su, dove si parla un dialetto soffice come la spuma, i phrasal verbs sono considerati universali ed è sempre tutto una domanda.
La bellezza austera di Legoland ti conquista, si oppone a quella inaccessibile e dorata di Desìa. Ma eviterai di parlarne, ti dici, rendendoti invece amabile come un cucciolo di foca e raccontando di quanto tempo perdi a fantasticare mentre dovresti impiegarlo per cose più utili. Di quanto desideri cose semplici e banali che non puoi permetterti, del cordone ombelicale sul quale ancora inciampi. Prendi appunti mentali ma nel mentre visualizzi come ricominciare ogni volta con pochi amici intorno.

Guardi fuori dal finestrino e Legoland appare come una distesa bianca e candida. Pochi alberi, un pavone che si specchia su un pezzo di vetro.
«Non c’è il vento qui. Mai stato. Se cerchi quello hai sbagliato direzione» l’uomo seduto accanto a te cerca di leggerti nei pensieri e un po’ ci azzecca. «Ma qualche chilometro più in là, verso le montagne, fanno festa ogni giovedì. Ottime mele candite con aceto e cannella. Le migliori che tu abbia mai assaggiato»
Guardi nuovamente fuori. Il pezzo di vetro è stato rimosso, cancellato, pulito via, con un’efficienza sbalorditiva. Il pavone non se ne cura e cammina verso un edificio che a te sembra una piccola fabbrica, a nord del divertimento.
Il treno riparte sbuffando, gli fa eco una donna carica di bagagli seduta davanti a te.
Mentre tu hai solo una valigia leggera, due occhi pesanti, degli anfibi che ancora scalpitano per andare verso quell’altrove ammiccante.