#Shottini Quantistici: Cirinnà, libertà di coscienza e coscienza delle proprie libertà

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«Sia chiaro, ho tant* amic* coerenti eh. Per me possono pure sposarsi fra loro, se non danno fastidio ad altr*, ma…beh, non sono d’accordo che votino pure in parlamento: stiamo parlando delle vite dei bambin* e delle loro famiglie, eh!»

Che quando un* è sempre coerente, qualunque cosa capiti, “senza se e senza ma”, come recita un vecchio e stantio adagio, vuol dire che gli spunti, per tutta ‘sta coerenza, gli arrivano sempre e solo dalla stessa fonte.

E quando accade che il primo, minimo, tassello di civiltà richiesto a un paese normale, venga osteggiato in ogni modo, in nome non solo di bigotte assurdità ma anche di una discutibile, inflessibile “coerenza”, si crea un cortocircuito illogico e frustrante.

Il termine coscienza, dal latino conscientia, a sua volta derivato di conscire, cioè essere consapevole, conoscere, indica quel momento della presenza alla mente della realtà sulla quale interviene la “consapevolezza” che le dà senso e significato.

Libertà: Capacità del soggetto di agire (o di non agire) senza costrizioni o impedimenti esterni, e di autodeterminarsi.

Manca una coscienza della realtà e una consapevolezza di cosa sia un’opinione. Ché ci sono libertà che non hanno niente a che vedere con queste coscienze.

E tu lo sai che ci sarebbe da andare oltre una legge timida, oltre i diritti basilari, oltre la civiltà. Ci sarebbe da sovvertirla, questa modalità binaria, ci vorrebbero esplosioni e festose rivoluzioni.

Eppure, oggi, sarebbe bastato molto meno: sarebbe bastato l’indispensabile, per non incazzarti.

 

 

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#Shottini Quantistici: La Weltanschauung del* Freak Lance part#1

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Elina Brotherus – Giraffe and Owl from Carpe Fucking Diem

Lavoro in team: a distopic experience.

La tua inadeguatezza alla vita da scribacchin* in affitto full time si evince dalle piccole, insormontabili sfide quotidiane.

Freak Lance & Cliente Alfa®

Freak Lance in trasferta da Cliente Alfa® fighettissim* in veste di copy/account/creativ*/la qualunque.
Un sex-appeal da riviera romagnola l* accoglie in giacchetta perfetta, taglio di capelli perfetto, occhiali stilosi da chissà quanti mila euro (perfetti). In pochi minuti * FL è in grado di irrorare il caffè offerto* su:

documenti sparsi
tavolo
il proprio maglione
i sopracitati occhiali, posati incautamente sul sopracitato tavolo.

Prima che Cliente Alfa® se ne accorga, * FL cerca di pulire un po’ tutto con la manica del sopracitato maglione. Sporcando ancora di più le lenti degli occhiali (sì, quegli occhiali da centordicimila euro).
Un* FL beve solo tè aromatizzato alla vaniglia, che non necessita di zucchero aggiuntivo da mescolare, che se ne sta buono nella sua tazza personalizzata e non salta fuori da una tazzina di carta al primo rimbalzo di una paletta usa&getta.

Freak Lance & giovialità

Un* FL è liet* di lavorare in un team, ma alcuni momenti mettono in luce la pretesa di condividere una precisa weltanschauung. Tale concezione del mondo propria degli esseri sociopatici esclude la visione di serie tv doppiate e reality show in cui la gente si umilia per un piatto di linguine alle bacche di goji: questa impossibilità di pacifica convivenza l* porta spesso e volentieri a desiderare un luogo di rifugio lontano dalla pausa pranzo condivisa.

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Freak Lance & creatività prêt-à-consommer

Un* FL ha capito, volente o nolente, di essere vittima di quel perfezionismo disadattativo, mix di narcisismo e ansia, tutt’altro che positivo, tutt’altro che lodevole e tremendamente intralciante del «Posso farlo meglio, posso farlo molto meglio e, sai che ti dico? mi sa che manco lo inizio, tanto potrei sempre farlo meglio!».
Perciò, mentre FL si crogiola nel proprio perfezionismo, indecis* se utilizzare la parola molto o optare per quell’indubbia sfumatura differente propria di tanto, gli ordini arrivano in forma di rassicuranti evergreen: fallo bene-fallo in fretta. «Emozionami. Per ieri.»

Per distopia si intende, in medicina, la dislocazione di viscere o di un tessuto dalla sua normale sede. * FL è indubbiamente un tessuto prelevato e impiantato in un altrove.

(P.S. * FL non è snob. Non del tutto, almeno. È solo cascat* con i suoi anfibi sporchi dentro una realtà immaginifica differente, in cui tutt* indossano i tacchi a spillo)

 

My Personal Nerdom part #3: «I love you»«I know». L’amore ai tempi di Star Wars

«Le sole persone nell’universo che non l’hanno mai visto sono i protagonisti di Star Wars! Perché le hanno vissute! Loro hanno vissuto le guerre stellari!» (da How I met your mother)

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The Other Side, Jorge Pérez Higuera

Potresti dire tante cose su Star Wars: provare a decantarne l’estetica e la fotografia, tentarne una fin troppo ovvia interpretazione alla luce degli archetipi del Viaggio dell’Eroe di Vogler, o avventurarti in qualche improbabile parallelismo con la filosofia Nietzschiana (al di là del bene, del male e della Forza).

Ma dopo aver letto:

  • un articolo che analizza la distruzione della Morte Nera dal punto di vista economico
  • un’introduzione a un saggio che paragona la saga di Lucas a un Apocalypse Now per bambin* figli* della Guerra Fredda
  • tonnellate di opinioni, concordi all’unanimità, sui primi tre episodi (dai lapidari “They just suck” a complesse analisi sul postmodernismo intrinseco alla trilogia prequel…che finivano immancabilmente con un “They just suck”)

sei arrivat* alla conclusione, estremamente post-moderna (e, per questo, un filo cinica), che tutto è già stato detto su Star Wars.
Tutto è già stato scritto, filmato, analizzato, parodiato, digerito, vomitato e pubblicato senza vergogna sul web.
Contrariamente ai riferimenti culturali della tua infanzia, film così sfigati che neppure chi li ha girati ricorda più, Star Wars ha influenzato in lungo e in largo tutta la cultura pop degli ultimi 30 anni, collocandosi ormai al di fuori di ogni possibile riflessione (anche perché lo stuolo di fan conserva ogni nuova parola per il 16 dicembre).
Non c’è nessuna analisi cervellotica che possa farti apparire più intelligente, nessuna rivisitazione hipster che non sia già stata presa di mira dagli haters di tutto il globo, nessuna trovata originale che potesti tirar fuori in proposito.

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Intollerabile è il mancato successo planetario di Return To Oz, un film con uno spiccato Dark Side

Allora perché non unirti al coro dei pareri inutili e assolutamente non richiesti stilando una personale classifica di bizzarrie e amenità che hai amato a seguito della tua personalissima prima visione della trilogia?

Non tergiverserai sulle delusioni: ok, non c’è un «Luke, I’m your father!», ma un semplice «I am your father», con enfasi sul soggetto (casomai sfuggisse a qualcun* l’Ego del parlante) e, certo, avresti preferito non vedere il suddetto padre senza la sua fascinosa maschera (un po’ come quando la Bestia si tramuta in principe grazie al bacio di Belle e…beh, complimenti Belle, grande mossa).
Non ti soffermerai neppure sul moralismo imperante (e imperiale) o sull’evidente, grottesco, maschilismo etero-normativo di entrambe le parti.
Accetterai che Star Wars è così: esattamente ciò che vedi. Nessun sarcasmo, nessun significato nascosto, ma tanti geniali dettagli e, casomai non fossi veramente l’unic* in tutto l’universo (non espanso) a non aver visto ancora la saga, lanci, per pura precauzione, un formale spoiler alert.

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Cose per cui vale la pena vedere Star Wars nel 2015:

(un omaggio a Manhattan e alla felice rassegnazione di Isaac Davis)

  1. Il modo in cui C-3PO cammina col culo all’insù. Amore a prima zoppicata.
  2. L’irresistibile umorismo di R2-D2. Il che ci insegna come il linguaggio non sia sempre un limite alle cose essenziali della vita.
  3. L’accento british di C-3PO (svenimenti, mugolii, migolii vari).
  4. L’idea che C-3PO somigli all’Omino di Latta di Return to Oz, ma più magro, più verboso e obiettivamente più cool.
  5. «How rude!». How awsome.
  6. Il look trans-human di Darth Vader. E il suo essere, tutto sommato, un filo Queer.
  7. La posatezza del cattivo.
  8. Il suo accento (ok, per la prima volta non sei dalla parte dei ribelli…ma come si fa a scegliere Harrison Ford e la sua becera fallocrazia yankee?).
  9. La bellezza dei paesaggi desolati di Tatooine, pianeta che ti ricorda un po’ la tua isola di LAputa, ma anche un po’ il Kansas di Dorothy Gale.
  10. Le scene di massa degli Stormtrooper.
  11. La colonna sonora. Chapeau.
  12. La scena del “jazz club” sgangherato. Some like it hot, even on other planets.
  13. Sì, la fotografia. E i costumi.
  14. Il lessico del Maestro Yoda. Che ti ricorda, pure quello, un po’ LAputa.
  15. «I love you»«I know». La risposta geniale che tutt* cercavano da tempo. Ti dimentichi a chi è stata messa in bocca e ci vedi solo la perla de* sceneggiat*i.

 

Prima o poi il lavoro arriva. Bando per una resilienza artistica

Prima o poi un lavoro arriva. Come uno schiaffo mentre dormi.

Come un «ma guarda che oggi c’è il compito di matematica» mentre, appena arrivat* a scuola, cerchi di smaltire gli effetti dell’after («tanto domani ho solo due ore di educazione fisica e poi assemblea»).

Prima o poi un lavoro arriva, o qualcosa di simile. E neppure male, eh.
Una proposta lavorativa frettolosa, urgente, come urgente è il tuo bisogno di portare la giacca in riparazione o di riempire il frigo di cibo vero: proteine, carboidrati. Che sono queste verdure già mezze mosce?
Hai bisogno di uno stipendio come hai bisogno dell’aria, ne va della tua dignità di umanoide. Ti senti un essere a metà, privat* non solo del potere d’acquisto ma del potere di risposta breve alla domanda:

«Che lavoro fai?»

«beh, vedi, è un momento di transizione, perché io in teoria lavoro in teatro»

«ah, quindi reciti?»

«no, no, non recito più. Non in senso canonico. Al massimo fingo»

Sorridi imbarazzat* mentre chi ti ha posto la domanda si chiede se ci sei o ci fai.

«Che lavoro fai, dunque?» «Content Writer. Social Media Strategist. Seo Specialist Junior. SocialPluriMediaAssistantConsultantMarket(t)ter».

Non hai la minima idea di cosa vogliano dire queste parole ma almeno le metti in fila con una sicumera degna di Giorgio Mastrota quando cercava di convincerti che quelli erano proprio gli ultimi giorni per avere le doghe ortopediche direttamente sotto le chiappe.
È solo uno step, ti dici, ti dicono, non un approdo. Ma va bene, sei liquid*, puoi occupare anche questo spazio semi-sconosciuto. E almeno non risuonano le solite frasi, con puntini di sospensione, colpi di tosse e sospiri che intervallano parole altrettanto anglofone e ancor più misteriose, e che portano con sé un carico di imbarazzo, un carretto di «non son degn*».

Ogni operat*e artistic* che si rispetti si farebbe tagliare il dito del piede che usa per dipingere opere astratte piuttosto che affermare «Sono un*artista». Le frasi sono ricche di provo, cerco, nel mio percorso… di quell’inadeguatezza che anche tu indossi come una felpa gialla taglia XL. Non puoi cercare di nasconderla, non puoi ammettere di averla. Ci stai scomod* e a tuo agio al contempo. Non ne sei degn*, poiché è firmata, e contemporaneamente non la vuoi, perché crea problemi nel movimento, è vistosa, attira le api e gli sguardi insospettiti.
Hai la possibilità di indossare una t-shirt nera, elegante, che si abbini a tutto, più o meno della tua taglia (più o meno: non pretendere troppo da una taglia unica. E poi se sei nat* microsize vuoi dar forse la colpa all’industria tessile mondiale?). Eppure vuoi la tua fottuta felpa gialla. Ma cazzo, no che non la vuoi, dove siamo, all’asilo?
Decidi allora di andare a fare questo benedetto shopping, questa cosa che non hai mai capito: tu i vestiti li vorresti pronti, fatti su misura e già stesi sul letto, da poter ammirare e forse, ogni tanto, da indossare, con parsimonia (e un pizzico di «non sono degn*», sia mai che ci si senta adeguat* al mondo).

Il lavoro puramente creativo è nascosto dietro numeri che non sai leggere, li hai dimenticati il giorno del diploma al liceo. Avevi giurato a te stess*, in prima elementare, che la tua guerra alle cifre un giorno sarebbe finita e che avresti vinto tu. Piuttosto supponente come moccios*, ma in fondo hai avuto ragione. Per un po’.
Hai avuto la presunzione di pensare che ti sarebbe sempre andata bene così: abitare da bohémien* in mansarde prestate, consumare pasti messi insieme con la stessa fantasia pragmatica della Peppina quando faceva il caffè con 4 kg di cipolle (per unire l’utile allo stomachevole).
I progetti artistici più belli e challenging sono sempre quelli meno pagati e poco vendibili.
Vacilli, oscilli, ma non vuoi più assecondarla questa follia dell’artista che può permettersi di esserlo: non hai rendite né eredità generose e, in ogni caso, vedi i bravissim* sgobbare per 4 date l’anno.

Non ne puoi più di chi, con la leggerezza inconsapevole di chi tira dei macigni pensando siano granelli di sale, si permette ancora frasi come: «L‘artista deve scendere a compromessi per restare nel proprio ambito, altrimenti fa un altro lavoro e si tiene l’arte come Passione (certo, ne va della sua Professionalità)». Se senti ancora una volta la parola Passione abbinata all’arte pensi che vomiterai; se senti ancora la parola Professionalità accanto a un mestiere che non dà da vivere pensi che urlerai in preda alle convulsioni, quantomeno affinché tutti se ne accorgano.

Scott Pilgrim Level Up

Ti dici che un secondo (primo?) lavoro non ti renderà meno “artista”, così come lavorare 12 ore al giorno in teatro-spaziononconvenzionale-meandridelcervello non ti hai mai res* automaticamente meritevole del titolo.
L’arte è un’inganno: come un amore folle ma corrisposto solo a giorni alterni.
Ti ripeti che non esistono strade segnate, nessun obbligo, e questo già lo sai.
Che il lavoro che arriva è bello, e questo è vero, con tutti i compromessi fra numeri e parole che si porta dietro.

Vuoi che le persone smettano di straparlare di arte come se fosse qualcosa da potersi definire. Vuoi che ogni animo sensibile trovi il proprio spazio. Vuoi continuare a torturarti, sai che lo farai.

Ma vuoi anche una piantana in salotto.

Vuoi andare in Asia e in Sudamerica.

Vuoi dei capelli che non somiglino a un’opera pubblica inaugurata e poi lasciata alle intemperie, al fogliame, alle cartacce.

Vuoi essere te, senza definirti o sentirti meno qualcosa solo perché hai sempre creduto che sarebbe andata in un certo modo.
E poiché non ammetti compromesso, ma solo scelte, scegli la doppiezza, forse la triplezza, o comunque la moltitudine, e indìci il tuo personale

Bando per una Resilienza Artistica: come attraversare la realtà e uscirne rafforzat*

Requisiti fondamentali per l’ammissione:

  • Esperienza comprovata e documentabile nell’assorbimento di energia dall’ambiente esterno, specie se poco affine all’attività creativa
  • Spiccata capacità di resistenza allo stress, all’ usura e al buonsenso
  • Elevata attitudine al rilascio di energia assorbita in precedenza in ambienti ostili e impreparati
  • Idoneità alla doppiezza o al multiforme

Si offre:

  • Spazio angusto per scrivere e arrovellarsi il cervello per tutto il giorno, tutti i giorni: in lingue e linguaggi diversi, tra numeri e parole
  • Il privilegio di una doppia identità e di un perenne conflitto amore-odio-sto benissimo- ma chi me lo ha fatto fare

 

Tra la frustrazione e la stasi c’è un movimento centripeto che ti farà dormire pochissimo e vibrare di idee da realizzare. Sei già lì che giri. In compagnia di quei piccoli gnomi morbidi e giallognoli sulla tua tastiera.

My Personal Nerdom part #2. Ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare il Cosplay

Sono giorni di aggressività.
Sarà l’ora legale, che non hai mai capito, sarà che è tornato quel momento in cui tropp* hanno improvvisamente da dirti cosa dovresti essere e cosa dovresti fare.
Piovono suggerimenti non richiesti mentre qualcun* dalla nebbia poco oltre Legoland indica, invece, un nuovo punto di vista; nella nebbia ci son cose che a dirle non ci credi: scenari illuminanti e sguardi luminosi. Ed ecco, allora, una definizione azzeccata per la tua attività ininterrotta: oscillare tra il pop e l’apocalisse.

Contro ogni aggressività, contro ogni «dovresti», scegli di ripetere un’esperienza vissuta maldestramente qualche anno fa, quando ancora il nerdom ti era oscuro come la teoria della relatività ristretta, e recarti nel luogo della perdizione per eccellenza, imparando tante cose in più rispetto a quell* te ingenu* e spaesat* che fu.
Ecco dunque una miniguida per ogni candid* avventor*:

Il pop:

Oltre la nebbia di Legoland, oltre l’autostrada che si fa improvvisamente strettissima tra colline verdi e docili dopo la piana biancastra imperante, vi è Lucca Comics&Games.
Lucca C&G, come l’Halloween di Nightmare Before Christmas, è una città circondata da mura e prato verde in cui abitanti e sindaco, ogni anno, il giorno dopo la fiera, iniziano a pensare a quella successiva: un’incessante attività di brulicanti Umpa Loompa, guerriere Sailor e personaggi di One Piece, che la renda ogni anno più ricca, caotica, delirante.
La città viene allestita a fine ottobre ma sgonfiata e riposta nello sgabuzzino accanto al materassino per il mare dopo ognissanti. Zerocalcare, anello di congiunzione fra te e the gloomy, fra il nerdom e il centro sociale, fra Rebibbia e Bim Bum Bam, ne è cittadino onorario, mentre Cristina D’Avena ne possiede ormai le chiavi.

Cosa non fare a Lucca Comics

1. Non comprare il biglietto. Fumetti e giochi si comprano su internet, i ramen non sono più gratis dall’86 e in ogni caso non riusciresti a entrare per via dell’immensa coda.

2. Non assumere liquidi. La fila media per il bagno in un qualunque locale è la stessa che c’è per la Japan Town. Se hai comprato il biglietto (ahia, non hai letto la regola n°1?), devi fare delle scelte. Dimentica che il tuo corpo ha delle esigenze oppure usa i bagni chimici (certo, e come la mettiamo con mantello e calzamaglia?)

3. Noi siamo Anonimi. («Che Cosplayer sei?». Non rispondere, mai. E non deludere il prossim* ammettendo «No, sono vestit* normale»)

4. Gli Anonimi sono una legione. (Hai davvero detto Assassin’s Creed in luogo di Star Wars?)

5. Gli Anonimi non perdonano. (perciò non scambiare Deadpool per l’Uomo Ragno. Se lo fai, evita di dirlo a voce alta.)

6. Non stupirti della compagnia: se non ti guardano in faccia, stentano a salutarti o non colgono la tua richiesta di high five forse non è detto che ti stiano rifiutando: magari sono dei timidi otaku che danno confidenza quando decidono di averne voglia e non per seguire le convenzioni sociali.

Cosa fare a Lucca Comics : (ovvero come fregarsene delle apparenze e vivere felici)

7. Foto. Tante.

8. Sorridere. Lascia i pensieri a casa e non deludere chi pensa che anche tu sia un Cosplayer.

9. Ammira i crossplayer, cosplayer crossgender.

34. Un concetto ha sempre una versione porno, senza eccezioni. Goditi Lamù in perizoma senza puntualizzare sul fatto che dovrebbe indossare una culotte.

35. Se al momento un concetto non ha una versione porno, prima o poi verrà creata. (Abbi fede, Lucca la rigonfiano tutti gli anni)

38. In realtà non esiste alcun limite a tutto, nemmeno il cielo. (ci sono gruppi che possono permettersi di comprare un elicottero. Sii estasiat*)

42. Niente è sacro. (Godi per qualunque celestiale visione ma incazzati per il ban a Immanuel Casto. Siamo a Lucca C&G, non al Vaticano)

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Una cosplayer di Maria Montessori durante Discorso Giallo (Fanny&Alexander)

L’apocalisse

Come sempre, divori e processi tutto ciò che vedi e senti: se in passato hai pensato che questo fosse un difetto da correggere, un bug, oggi lo accetti come una feature.
Interpreti la realtà: guardi le cose e hai già deciso come trasformarle, incorniciarle, riutilizzarle.
Pensi ai Cosplayer, alla loro metamorfosi, all’esibizione: vorresti averne uno stuolo, una folla, da mettere in scena per indagare, attraverso la loro pelle, le loro spade e la loro abnegazione, la dinamica del ruolo, dell’interpretazione, del gioco.
Ti perdi nel disegno luci: la loro bellezza sfacciata, un fondale bianco e dieci gelatine ghiaccio.
Il loro sorriso che resiste al caldo, al freddo, al trucco e ai tacchi e una voce off che domanda ossessivamente : «Who am I?».

Ti risveglia Mary Poppins: vuole inspiegabilmente una foto con te. Sorridi, sei a Lucca Comics.
Ti chiedi se qualcun* altr* riesca con la stessa disinvoltura a frequentare sia Santarcangelo che questo paradiso geek. Ti rispondono di sì, più di quant* pensi.
Sorridi ancora e capisci che questa è la caratteristica dei freaks, dei pesci fuor d’acqua: esser curios* di tutto, poter mordere il reale per risputarlo fuori sotto un’altra forma. Senza più paura di uscire dal seminato.

E, come sempre, torni al lavoro, qualunque nome questo abbia assunto nell’ultimo mese: tra il pop, che ti fa elaborare strategie di comunicazione non convenzionale per l’azienda convenzionata, e l’apocalisse, sempre in agguato, che ti racconta, vezzeggia e, temporaneamente, abbandona.

Lobby Roads. Le 5 strade del potere che non hai percorso

stage con rimborso
Lo Stage, pratica BDSM fra le più estreme

Strabuzza gli occhi e, segretamente, si sfrega le mani con soddisfazione.
Ti sembra di vederle: un secondo paio di mani che sotto la scrivania si compiacciono di aver trovato qualcun* come te da spennare, spremere, sfruttare.
E non perché tu sia merce, di per sé, così rara o preziosa, ché di scribacchin* che sanno fare un po’ di questo e un po’ di quello in fondo è pieno il globo (lo è?). Ma il tuo insolito cv, comparato a quelli di imberbi neo-laureat* tutto-marketing-niente-esperienza che si sono fatti avanti per una posizione tanto appetibile, fa breccia nel suo cuore di CEO©.

30 giorni di prova. Full time. Gratis.

A strabuzzare gli occhi ora sei tu.

6 mesi di stage con rimborso al di sotto della soglia minima pronunciabile a voce alta e… (squillo di trombe) prospettiva di inserimento immediato.

«Come reagisce sotto pressione?»
Che domanda anni ’80, cuore di CEO©. Ti aspetti un Ciribiribì Kodak da un momento all’altro.
Chissà cosa vorrebbe che rispondessi. La tentazione è quella di stupire con un candido «malissimo», ma ti limiti a un sopracciglio ricurvo.
«Perché alla fine si tratta di un periodo formativo completamente spendibile».
Spendibile e sperperabile come, evidentemente, il tuo tempo. Il tuo full time.

Gioisci nell’ accorgerti di come il mondo dell’arte e quello del marketing si siano finalmente incontrati e uniti nel sacro vincolo del no budget.

Sei infatti più che avvezz* a bellissime (quelle sì) e stimolanti proposte di collaborazioni artistiche low (no) budget: perché mai dovresti stupirti per questa tendenza allargat*? Sari mica così ingenu*?
Per ogni offerta simile pensi a come sei stat* snob a aborrire gli hobby pensando che non ti riguardassero.
Hai canalizzato ogni energia, ogni pratica e ogni scoperta per creare dei setting, degli ambienti e, dillo pure, delle storie. E farlo per mestiere.
Ma tra le cose che hai scoperto da poco ce n’è una curiosa e croccante: hai saltato quel passaggio tanto mainstream dell’hobby come dopolavoro, come svago, e lo hai direttamente innalzato alla nobile posizione di professione full time.
E ora prova a presentarti: col tuo nome poco serio e la dicitura “professione hobbysta”. Fai parte di quella schiera che ha eletto il rischio maggiore a scelta di vita, e ti ritrovi oltre il lavoro e oltre il dopo-lavoro: sei nell’era del post-postlavoro.
Nessuno stipendio che sostenga quello che credevi essere un mestiere ma una serie di rimborsi di spese effettuate con i soldi prestati, bofonchiati, immaginati.

Sei stat*, ancora una volta, sciocc*, perché è evidente cosa ti sia sfuggito: una L al posto della H.
Hai messo una H e un apostrofo di troppo; tossivi, forse, in quel momento, quel momento sbagliato in cui ti sei trovat* a fare l’hobbysta mentre potevi fare, agiatamente, lə lobbysta, l’unico mestiere che non conosce mai crisi, se non d’identità (in fondo, chi diavolo sa cosa sia un* lobbist* e cosa faccia per esserlo?)
Già Dargen D’Amico, lobbista della parola rimata, indiscusso poeta tra i più influenti degli anni ’10, suggeriva come esista il passatempo di creare e consolidare lobby dietro le cose più disparate, perfino i semafori.
Con un semplice cambio di lettera avresti potuto intraprendere alcune delle più fortunate carriere da lobbista e far parte di alcuni tra i più oscuri e potenti gruppi di pressione al mondo:

  1. La lobby delle borse blu dell’Ikea: per un qualche motivo sembreremmo avercela tutt* contro. O, almeno, tutt* coloro che sono costrett* a subire la frustrazione e l’assurdità dell’invito: “Ti piace la tua borsa gialla? Prendine una blu”. La lobby delle borse blu regna incontrastata alle casse e impedisce la diffusione delle borse gialle al di fuori dei confini Ikea.
  2. La lobby degli sciroppi per la tosse, spin-off della lobby dell’industria farmaceutica. Misurino a forma di bicchiere da shot, colori sgargianti, effetti inebrianti. Il tutto per favorire abusi, dipendenza e picchi di vendite.
  3. La lobby dei web designer scarsi, i cui principali scopi sono il boicottaggio del buon gusto, la diffusione delle teorie complottiste new age tramite banner psichedelici e la perdita delle diottrie su vasta scala. Legata indissolubilmente alla lobby degli oculisti e degli psichiatri.
  4. La lobby degli ombrelli: strettamente connessa alla lobby delle previsioni del tempo e, naturalmente, a quella del controllo climatico e delle scie chimiche. Se continui a perderli, distruggerli durante le tempeste e dimenticarli all’ingresso del bar è perché in qualche modo te la sei inimicata.
  5. La lobby delle botole. Così potente e segreta che non è dato sapere per chi lavori e contro quale rimedio naturale o istituzione sacra stia lavorando.

Fai un lungo respiro, ti alzi. Immagini quella stessa cifra che ti è stata proposta come rimborso mensile in cambio delle fatidiche 40 ore settimanali nelle mani de* figl* adolescenti di chi ti sta davanti, ogni sabato. Non sorridi, non è stato un piacere conoscersi.

Sgusci fuori, c’è ancora luce. Una donna si affaccia a una finestra dalle persiane verdi e accende una sigaretta; un ragazzo lancia una trottola lungo il marciapiede, fa un balzo, la insegue. È un buon inizio, per una storia.

A kind of reality. Di realtà e altre finzioni

Rabbits, David Lynch. Come se fuori non ci fosse il mondo.
Rabbits, David Lynch. Come se fuori non ci fosse il mondo.

Nulla di nuovo sul fronte occidentale, a.k.a. il fronte dell’auto-sostentamento, e per quanto riguarda tutto il resto, ogni giorno scopri qualcosa che non immaginavi, stupendoti per il 50% di ciò che ti accade/leggi/senti, neanche fossi appena atterrat* da Marte.
Qualcosa sembra muoversi su quello orientale, a.k.a. il fronte delle risposte telegrafiche orfane di preposizioni e delle proposte di collaborazioni come socialmediacoso. Perché, in fondo, la scrittura è un calderone unico, tutto fa brodo, e i social sono fondamentali per l’azienda che vende (o che non vende affatto, ma vorrebbe tanto) a suon di like. È un lavoro creativo, ma qualcuno deve pur farlo.

Ogni volta che la realtà non è esattamente ciò che vorresti scivoli nella fiction, nel drama, nell’allestimento di un ambiente altro.
Ti concentri sulla fotografia, sulle luci, sulla messa a punto del set per una second life, non per forza migliore o peggiore della prima, che non ti prevede necessariamente come protagonista né come comparsa. Lo hai sempre fatto: se oggi ti assenti a comando dalla quotidianità che alterna ironicamente aspetti lavorativi stagnanti con aspetti artistico-relazionali sognanti, ieri curavi la regia di mondi immaginari, rifugi plausibili e incontri non ancora avvenuti.
Vanti un invidiabile curriculum come unreality designer.
In fondo, che cosa è ciò che chiamano reale? Un personaggio immaginato, progettato e modellato, è forse meno effettivo, meno vicino o afferrabile di Hilary Clinton, di un magazziniere battista del New Jersey o di un imprenditore del Bangladesh?

Hai passato momenti memorabili in compagnia di Vincenzo l’antropologo o di Chiara, la cantante jazz: stavi dietro le quinte, portavi loro il caffè al ginseng nelle pause e li dirigevi, modificandone i destini e decidendo delle loro vite, mentre sullo sfondo una prof. fashion victim blaterava di chimica senza alcuna convinzione.
E prima ancora, quando hai litigato con la Befana che aveva dimenticato di riempirti la calza, c’è stata quella bambina russa che lavorava al circo con la quale hai passato la fine delle vacanze, o quel ragazzino algerino con un talento innato per le equazioni.
Hai pianto quando è morto Kavesh, perché nessuno se lo aspettava, neppure tu, e hai riso quando Ada ha ingoiato una mosca mentre cantava. E nessuno di loro era vero e, al contempo, lo era più di tutt* coloro di cui non percepisci l’esistenza pur sapendo che occupano, da qualche parte, una porzione di terra.

Quando, parecchi anni fa, la parola realtà ha coinciso con un diario, capitato per sbaglio tra le tue mani, con su scritto il tuo nome accanto a una serie di epiteti che oggi ti farebbero ridere (o, sempre più spesso, inorgoglire) ma che all’epoca provocarono nausea, brividi e vergogna, è stato automatico catapultarti in quell’altra esistenza. Lo hai fatto senza sforzo, come se avessi premuto il solito pulsante per il teletrasporto.
Non eri più on stage e potevi bere la tua pepsi in platea dando indicazioni ai tuoi performer: «tu prosegui per l’India, poi loro ti raggiungono…Tu invece un po’ più in alto, a un metro da terra, che hai appena vinto il torneo di karate.»

Quando nei bagni del corridoio è comparso il tuo nome in stampatello rosso sulle piastrelle, legato alla parola “Puttana”, ti ci è voluto un po’ di più. In fondo era una preview di un wall che sarebbe arrivato molto, molto dopo. Dove potevi andartene ora? Cambiare scuola, cambiare città, cambiare stagione? Cambiare anno! Non potevi immaginare qualcosa di più lontano di un tempo futuro. Università, esami, erasmus. Locali e pub dove quella parola rimbalzava da una bocca all’altra dei tuoi personaggi con leggerezza, tra le risate, in almeno 2, 3, 4 lingue diverse.

E, tutto sommato, i pugni di questa realtà furono piuttosto soffici se confrontati con quelli che hai visto recapitare sul viso di altr*. Hai visto e sentito di schiaffi, calci, sputi squadristi e ne hai visto altri ancora, un po’ più distratti: sgambetti inconsapevoli, presunti innocenti.
Vorresti una realtà alternativa che faccia la sua comparsa all’improvviso, schiacciando queste realtà principali, spiazzandole e disarmandole.
E tra attivismo, rabbia e impotenza, ti ostini ancora a immaginare l’altrove, mentre aspetti che questo invada di altri colori quell’assurdità che chiamano realtà.

Scena #0.

Figura umana di statura piccola, vestita di giallo, siede a un piccolo tavolo.
Davanti a lei, su un’altra sedia, una figura umanoide di statura altrettanto piccola.

Figura vestita di giallo:

«Ancora un po’ di tè?
Ti ho portat* qui così possiamo parlare.
Lì ogni volta che apro bocca ridono.
Oggi ho detto: “è una questione di principio”.
Mi hanno guardata, c’è stato un attimo di silenzio.

Poi hanno riso, tutt* in coro.

Mi sembrava pure una cosa bella: sono esplos* così, all’unisono,
come se un direttore d’orchestra avesse dato loro il via.
Così ho riso anch’io e, nuovamente, tutt* insieme, hanno smesso.

Sicur* che non vuoi un po’ di tè?

Qui invece posso parlarti o stare in silenzio, senza risate improvvise.
Mi piacciono le risate, ma senza spintoni.
Ti ricordi quando abbiamo fatto quel gioco di tapparci il naso e la bocca
e resistere senza respirare?
Vincevi sempre tu.
A me veniva da ridere, poi mi dimenticavo e respiravo.

Lyù dice che prima o poi smettono, che non devo dar retta a loro.
Io il poi non lo capisco, e il prima non me lo ricordo:
ogni volta cerco di ripetermelo, sotto gli spintoni.
Primaopoiprimaopoiprimaopoi, ma c’è solo l’adesso.

È come quando arriva ottobre:
mica te lo ricordi che prima morivi di caldo
e mica lo sai che poi arriverà la neve e Natale.
C’è solo la pioggia, e mentre ti bagni non ti serve il primaopoi.
Però io non voglio che Lyù si dispiaccia e allora faccio di sì con la testa.

Guarda che finisco tutto il tè se non ne prendi!

Lyù dice che un giorno mi porterà dove a nessuno sembrerò stran*.
Io ho detto che vorrei andare dove sono tutt* un po’ strani,
così a nessuno sembrerei normale.
Ha riso. Mi piacciono le sue risate.
Beh, mi piacciono anche le tue.

Anche se ti fai un po’ pregare.

Lyù capisce il poi e l’un giorno ma io no.
Io capisco il qui.
È qui che posso parlarti,
posso dirti principio, pedissequamente e sporadico.
Posso dirti che mi piacciono i peperoni e che non mi piace la vaniglia.
Posso dirti anche che mi piacciono la tua schiena e i tuoi capelli.»

Stanno in silenzio. Parte Space Oddity di Bowie.

«Ecco, lo vedi, è finito il tè.»

My personal Nerdom part #1. Some like it geek

The Other Side, Jorge Pérez Higuera
The Other Side, Jorge Pérez Higuera

“Mandami un abstract, un curriculum più discorsivo, due righe SU DI TE”

Ti chiedono di definire te stess*, di raccontarti.
Cosa hai mai da dire su di te?
Un po’ come Alice in Wonderland davanti al fumoso Caterpillar, you “hardly know, sir, just at present.”. Perché sai di esserti trasformat* tante di quelle volte che non puoi più descriverti come avresti fatto anche solo un anno fa.

Stacchi gli occhi dalla pagina che resta bianca in attesa di queste “2 righe”, accendi il bollitore e ti tuffi nel terzo tè alla vaniglia del pomeriggio.
Ti chiedono periodi certi, di quelli che terminano con un bel punto, quando tu ne avresti solo di interrogativi, e rispondono con vaporosa genericità quando sei tu a far domande (con tua grande, tangibile fatica).
Sei in dubbio sulla tua identità, su ciò che ti piace e su ciò che invece ti annoia. A chi ti chiede “che cosa fai… intendo, nella vita?” dai una risposta slabbrata, preceduta da una serie di mugolii, balbettii, occhi che roteano. “Ma, sai, ho dei dubbi anche su questo”. L’interlocutore solitamente storce il naso e lascia perdere, quando non rincara la dose con un: “Ma come! Dovresti dirlo con un po’ più di convinzione!”.
Hai imparato solo di recente che avere dubbi non è una condizione riservata a chi, come te, alberga nell’indecisione, ma è anche (e soprattutto) il presupposto di base di chiunque segua un pensiero scientifico.
E se è vero che questo è scritto sulla brochure che ti danno all’ingresso della fiera dell’ovvio, è anche vero che quando te l’hanno data eri distratt*, probabilmente intent* a scoprire faccine tra i buchi nell’intonaco. E poi, di certo, con quella brochure ci hai fatto una barchetta che hai regalato alla prima faccia simpatica incontrata per strada.
Dunque, se pur in ritardo, ti ritrovi sulla strada del dubbio, in compagnia di chi lo esalta e lo elegge a spirito guida (mentre storce naso e bocca davanti alla parola “spirito”).
In compagnia di chi ti rivela mondi inesplorati e accende lucine e lampadari su concetti del tutto nuovi. Apri gli occhi per la prima volta, quegli occhi monotematici, viziati e snob, drogati di performing art.

Ed ecco il nerdom.

Dal basso della tua ignoranza credevi che il “nerdom” fosse una sorta luogo dell’anima: a metà strada tra un pensatoio e un’enorme emporio. Pensavi avesse anche qualcosa del buco nero, perché nella tua testa il nerdom è minaccioso: ingoia, fagocita e distorce.
Invece salta fuori che la definizione di nerdom non è altro che: l’attitudine, il comportamento di un nerd. O, ancora meglio, il fatto stesso di essere nerd.
E qui capisci che ancora una volta pecchi di ingenuità: il segreto del suo significato sta tutto nell’anagramma, o negli anagrammi:

1)normed: conforme a una norma, a una regola.
Avendo passato adolescenza e giovinezza tra centri sociali e aule occupate stai già canticchiando “conforme a chi? conforme a cosa?”.
The gloomy no. Non ha mai sentito parlare dei CCCP, ma in compenso scuote la testa con desolazione se chiedi ingenuamente: “Che cos’è la Morte Nera?”.
Sì, ci sono delle regole, delle norme di base e tu le ignori tutte, piccol* anarcoide.

2)modern: e, no, qui non ci si riferisce a quel genere di danza che fa tanto palestra anni ’90, ma a un’ esaltazione della modernità, della tecnologia, addirittura a una fiducia nel futuro.
Tutto questo è nuovo per te, ma allo stesso tempo combacia perfettamente con la tua ossessione per il contemporaneo, per ciò che esprime lo zeitgeist e guarda oltre. Curioso come tali concetti siano vicini a quel che cerchi nell’arte.

Fai caso anche alle ultime tre lettere, “dom”, e questo ti basta per intuire che, per definizione, il nerd ha già vinto, comanda, sta sopra.
Perché è metodico. Perché ogni cosa è una missione da portare a termine con successo, che si tratti di una campagna di Sails of Glory o di gratificanti preliminari. E le missioni non sono roba da fanalini di coda.

Tu non hai mai visto Star Wars.
Non hai mai letto un manga.
Confondi Legolas con Lex Luthor.
Ma, improvvisamente, hai voglia di raccontarlo, questo nerdom sconosciuto, per come appare agli occhi di un* scribacchin* con la fissa del teatro sperimentale.
Perché, tra tutte le cose che hai capito troppo tardi, c’è anche questa: una passione totalizzante divora e non lascia spazio ad altro. Una passione che si nutre di altre passioni, idee e visioni, crea spazi infiniti, cambia stato, si evolve. E ti illudi di poter essere come l’universo: in espansione.

Torni al pc, la pagina non è più bianca. Il neologismo “kofkoocqcceeewwceeeeeewwcwef” si pavoneggia in tutto il suo Times New Roman 12: dei piccoli gnomi morbidi e giallognoli passeggiano incuranti sulla tua tastiera. Li scacci via con la mano, non è tempo di giocare. O forse sì: indugi in loro compagnia, mentre le dita saltellano e provano ad acchiapparli; dopo torneranno a consumarsi, a stancarsi, a ingegnarsi per scrivere vita morte e curriculum. Ma ora hanno una missione da compiere.