My Personal Japan. Part 3: Badtz Maru, il quotidiano e l’istante in cui è arrivato l’autunno.

[terza e ultima parte del report di viaggio in Giappone. La prima parte si trova qui, la seconda qui. Avvertenza: parlo spesso di chopstick, le bacchette per il cibo. La mia amica di Tokyo però ci tiene molto a ribadire che in Giappone hanno tutte le posate, persino i cucchiaini.]

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[Badtz Maru. Questo è il nickname che hai usato la prima volta che hai chattato in vita tua (avevi, suppergiù, 10 anni). Dall’altra parte c’era Actarus, sedicente uomo 28enne (non ricordi la risposta a quel “da dove dgt”) che credeva (se ci credeva) di parlare con una donna 23enne. Chi era davvero Actarus? Un’altr* bambin* annoiat* che millantava un’esistenza adulta? Una persona di mezza età? Un 28 enne vero, ingenuo e credulone? Poco importa: avevi l’impressione di saper gestire la storia inventata per entramb*, compreso il defilarti al momento del “mi dai il tuo numero?”. E questo non soltanto per via del comandamento “non dare il tuo numero agli sconosciuti” – perfettamente introiettato, ma anche un po’ innato- (specie se tal* sconosciut* sono davvero così stupid* da credere che tu abbia 23 anni), ma anche per la vergogna di dire che non ce l’hai un numero perché non hai un cellulare, perché hai 10 anni, cristo, e dopotutto sono ancora gli anni ’90, anche se per molto poco.]

Già, gli anni ’90. Ti sfilano davanti a marchio Sanrio®, mentre rievochi presunte furbizie infantili. Così lasci Tokyo, lasci il suo paesaggio, nel quale ti eri incastonat* bene, a detta di un occhio fidato: ripensando alla vergogna, leitmotiv che pare spiegare gran parte degli atteggiamenti locali (qui tutto parte non dal peccato, bensì dal senso di vergogna. Prendi nota), e con Badtz Maru a tracolla, Badtz Maru nelle bacchette acquistate, Badtz Maru on my mind, come quando di anni ne avevi 11 e non ne volevi sapere di Hello Kitty (ma di vergogna sì, oh se ne sapevi, pur non volendo). Lasci così Tokyo, e ti dirigi a Nikko.

Il Japan Rail Pass vi fa sentire due vip che non devono chiedere mai. Arrivat*, pagate la fregatura del ponte sacro (sei segretamente convint* che valesse bene un selfie). Ai templi e alle tombe buddiste famose, che si pagano, preferite i santuari shinto, semideserti, popolati solo dagli spiriti degli animali, tra i quali una rana che ti sorride beffarda, invitandoti a restare nel giardino semideserto. Scorgi Sailor Mars, o meglio, la sua alter ego Rea, sacerdotessa shinto che, con una gentilezza alla quale hai ormai fatto l’abitudine, elargisce spiegazioni ai visitatori circa una pagoda buddista. Il rapporto con la religione in Giappone è un mix di: pacifica convivenza tra buddismo e shintoismo, superstizione, devozione occasionale e who cares? Non serve aggiungere quanto questo ti affascini, specie se puoi acquistare un amuleto buddista protettivo con la faccia di Hello Kitty (Badtz Maru, Badtz Maru on my mind).

E poi: un parco bello da mozzare il fiato. L’autunno arriva in quell’istante esatto, non v’è dubbio. Siete sol*

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Nikko, autunno.

 

Abbandonato il sacro, si giunge nel turistico. Dango al sesamo nero abbrustoliti sul momento, poi spicy ramen. “Sembra un paese alpino in versione giapponese”, recitano scioccamente i tuoi appunti presi lì, sull’unghia. Non sai ancora come saranno i paesi alpini (che oltretutto hanno il pieno diritto di chiamarsi alpini, per via della denominazione “Alpi Giapponesi”). Freddo, stanchezza, un viaggio che deve proseguire. Arrivate faticosamente alla periferia di Utsunomiya, in viale dei ciliegi. Un po’ Mary Poppins in effetti sei, ma ti frega lo stupore di trovarti improvvisamente in una Sakura Avenue, dopo settimane in balia di strade senza nome. Oltretutto, soffri un po’per la mitologia mancata degli alberi di ciliegio: è autunno, i gradi in meno rispetto a Tokyo si fanno sentire, il Giappone da cartolina per te è rosso e giallo, senza quell’aura rosa e romantica. Il che farebbe dire a chiunque “peccato che”. (Ma soffri solo in parte: l’autunno chiude la porta, svela le passioni con il fascino di un inavvicinabile e geniale asperger. Non puoi, non potresti mai preferirgli una vezzosa primavera rosa senza sentire uno stucchevole senso di imitazione e doppiezza.)

La casa in cui dormite è l’interno di un manga: non avevi mai dormito in un disegno dalle porte scorrevoli. Vivi un momento da locale. E non si tratta solo di tatami e fouton, o di una vasca profonda che serve per rilassarsi e non per lavarsi (ci si lava prima, ci si lava fuori, in un traumatico rituale preparatorio). È il 7Eleven a due passi, fresco di inaugurazione; è il bagno provvisto solo di w.c.(ancora una volta deliziosamente piccolo e rosa); è la tv che offre solo programmi giapponesi, tra idol e soap improbabili tanto quanto le “fiction” di Rai1. È una porta che sembra, in tutto e per tutto, una serranda, svelando con il suo scorrere una goffa presunzione da viaggiator* (ma di questa storia non si parla, è un po’ come Fight Club). È una bettola assurda, scoperta per ostinazione, con anziane incredule alle prese con canzoni enka, musicaccia melodica.

Come veri locals, dunque, tornate a casa a vedere la tv: tisana calda e due (ormai ribattezzati) pinku man ripieni di castagne.

Nei giorni successivi scoprirari che ryokan non è una bestemmia pronunciata male, ma un tipo di albergo tradizionale provvisto di bollente onsen a cielo aperto. È il momento dell’incontro con il cuore montano del Giappone: un paesino che è una località sciistica in cui venite accolti con un inglese migliore di quello di Tokyo, al quale arrivate dopo un lungo viaggio nel semi-nulla, con treno shinkansen+treno che sembra una metro. Festa di paese (matsuri): bancarelle (vuoi assaggiare tutto-tutto), fuochi d’artificio, bambini entusiasti che vi fanno “Hello!”. Prima di dormire, saké e rotemburo. Scoprirai le montagne vaporose del Jigokudani, dove le scimmiette fanno il bagno indisturbate, tra gli sguardi inteneriti degli esseri umani.

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Jigokudani (Valle dell’inferno)

 

Vi rimettete in marcia verso Kanazawa, dove visitate un kenroku (giardino tipico giapponese) tra i più belli del Paese, e il parco del castello. Hotel western style e cena riduttiva (ma la città è famosa per i piatti a base di pesce e crostacei). La zona più ricca di locali è adorabile e alla mano, ma un po’ vuota, purtroppo, durante la settimana. Finite dentro il Jack Lemmon: barista e avventor* simpatic*: saké, UNO (sì, ci si gioca anche in Giappone) e, in sottofondo, Macarena e Scatman. Chi perde a UNO beve tequila offerta dall’intraprendente bartender (strano modo di far pagare una perdita al gioco, eh?). Chi vince, festeggia comunque con tequila. La serata finisce in un combini, a base di pizza-man e niku-man.

21st Century Museum of Contemporary Art: 500 yen + altri 500 per visitare entrambe le aree (collezione permanente e mostra sul design contemporaneo). Belle discussioni nascono fra voi circa l’annosa questione cosa è l’arte, fra The swimming pool di Leandro Erlich, You renew you di Pipilotti Rist e Blue Planet Sky, la finestra sul cielo, possibilità di respiro offerta da James Turrel. Davanti allo spettacolare L’Origine du mond di Anish Kapoor, una bambina, terrorizzata, dice subito “Ho paura!”. Provi meraviglia e invidia per una sensazione tanto potente.

E alla fine arriva Osaka. Porto ristretto ma sicuro dal quale esplorare il Giappone dell’ovest. Il primo impatto è devastante: trasandata e un po’ “tamarra”. Nostalgia istantanea per Tokyo e lo Yadoya. La zona dell’hotel è particolarmente brutta e triste, la stanza è ridicolmente piccola. Visita a Den Den Town, una simil-Akihabara, dove compri le chopsticks di Keroppi. Curry da Coco, catena che propone anche menù veg, già sperimentata a Tokyo. E un drink rifocillante al famoso Cinquecento (“due osusume per noi, grazie!”). Giornata che si conclude con una spesa di mezzanotte molto conveniente presso un grandissimo supermercato. Eccoti, incantat* dalla metropoli, topo di campagna.

Osaka, dunque, è un posto comodo al quale fare ritorno la sera. Sguaiata e orgogliosamente differente da Tokyo, si distingue per una spiccata attitudine alla risata. Imparerai a volerle bene. Da lì partirete alla volta della romantica Nara, con il suo gigantesco Buddha e i suoi famelici cerbiatti insistenti, sacri e indisturbati come le vacche in India. Da lì il pass magico vi farà giungere alla bellissima Kyoto, ai torii (più di 10,000) infiniti del Fushimi Inari Taishada da attraversare in salita, all’inaspettata foresta di bambù, al Kinkaku-ji, il tempio d’oro, e agli indimenticabili udon fatti a mano con tofu fritto in brodo.

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Kinkaku-ji, Kyoto

Da lì arriverete fino a Hiroshima, al suo Museo della Pace e al monumento dell’unico edificio rimasto in piedi dopo l’attacco.

“i saw the picture of them. Their faces, they looked like babies”.

Pranzo con un divino okonomiyaki veg da Nagataya, poi un traghetto, per raggiungere l’isola dell’isola, Miyajima, con il suo santuario shintoista di Itsukushima. Cerbiatti, mercato, sole, spiaggia. Uomini e donne in abiti tradizionali intenti a suonare e cantare durante la preparazione del mochi. De* bambin* provano ad aiutare, con grande serietà, nonostante la loro forza fisica sia del tutto inadeguata a un lavoro del genere. Dietro di te, sul traghetto del ritorno, due viaggiatori solitari si incontrano per la prima volta, esclamando frasi in un chiassoso inglese che tenevano silente da giorni. Non lo sanno, ma sono l’incipit perfetto per una storia.

Osaka porta il fardello degli ultimi giorni: difficile amarla anche solo per questo. La scena LGBTQI serale (concentrata per lo più nella zona di Doyama) non offre la stessa vitalità di Shinjuku Ni-chōme, o forse non sono le serate giuste. Qualche chiacchiera però riuscite a farla, in un bar chiamato Lu-pu, gestito da un’incuriosita bartender di nome Yu. Le persone vi domandano cosa vi piace del Giappone, ironizzando sul campanilismo Osaka-Tokyo. Un ragazzo dall’ottimo inglese vi dice che gli piacerebbe viaggiare in Europa, e chiede candidamente se sia pericoloso andare a Londra, per via del terrorismo. Lo è? Come si risponde a questa domanda, se non con la sincerità di chi in Europa vive, con la consapevolezza delle sue ricchezze culturali impagabili, delle sue contraddizioni, delle sue difficoltà?

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E alla fine, Osaka.

Osaka elargisce schiettezza e negozi dell’usato da svaligiare, Amerikamura e pop-culture, visi figli dell’immigrazione brasiliana e, soprattutto, gli ultimi taglienti scampoli di quotidianità giapponese.

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Hello Kitty umarell’, guardiana dei lavori stradali, Osaka

Un viaggio di ritorno troppo lungo per stare dentro a una sola giornata compie il  miracolo di portarvi a casa entro 24 ore (non importa se, per farlo, è costretto ad attraversare diversi fusi, tagliando qua e là pezzi di giornata per far quadrare i conti). Così, caric* di immagini, bagagli, suoni e odori, ti accorgi che il bello dell’essere apolide, in fondo, è che il viaggio può non finire mai.

My Personal Japan. Part #2: Tokyo, la risposta tra cassetti e afasia

[N.B. Qui potete leggere la prima parte, dedicata al primo weekend a Tokyo]

«D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.» (Marco Polo, da Le città invisibili, I. Calvino)

Dopo una sveglia tarda, la giornata inizia (già a metà) con una visita al Robot Restaurant. Siete lì per vedere uno spettacolo unico nel proprio genere. Come descriverlo? Ci provi; trattasi di un mix tra:

  • anime pieni di combattimenti tra mostri giganti e robottoni, guidati da colorate e succinte guerriere
  • i Power Rangers, conditi dalle tipiche mosse esagerate e dialoghi didascalici (che, a loro volta, affondano le proprie origini nelle forme teatrali del kabuki e nel bunraku, passando per il tokusatsu)
  • Honzen-ryōri: una forma altamente ritualizzata e cerimoniosa di banchetto tradizionale giapponese, che vede i commensali-pubblico dispost* sui due lati lunghi della stanza, ognun* con il proprio tavolino, e uno spazio centrale riservato alle esibizioni (da qui il nome “restaurant”, anche se al massimo ci si sgranocchiano pop-corn)

Dopo un weekend che ti aveva abituat* a spazi ristretti sviluppati in verticale, è straniante l’effetto provocato da questo enorme regno del kitsch. Colori sgargianti, pareti luminose, bagni psichedelici. Schermi sui quali vengono proiettate immagini rubate qua e là da videogames e chissà cos’altro: il post-internet qui si fa poesia pura, tra enormi farfalle e  piante in tremenda CGI, incoerente tanto nelle dimensioni quanto nei cromatismi. E questi erano i visual: lo spettacolo dal vivo è invece un carnevale di Rio, con dinosauri e mega-ragni, taiko e unicorni, recitazione espressionista e coinvolgimento della platea. Sei riuscit* a descriverlo? Probabilmente no.

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Robot Restaurant

I cassetti di Tokyo

I giorni successivi proseguono nel cuore pulsante di Tokyo; o forse sarebbe meglio dire “nei suoi cuori”, dato che la città è talemente ordinata da essere divisa in scompartimenti: sai esattamente cosa trovare e dove. Un po’ come avere delle targhette con su scritto “calzini” o “mutande”, applicate su ogni cassetto. Harajuku per lo shopping rockabilly e alternative, Akihabara (o Akiba) per cosplayer e maid cafè, Asakusa per turist*, selfie e souvenir tradizionali. E così via.

A Harajuku non hai fotografato le meravigliose gothic lolita (né ogni sottogenere lolitesco casual, sweet o punk) per via di quell’eccesso di rispetto che ti impedisce di considerare le persone come freaks da ammirare, aggiunto a quell’eccesso di pudore che ti impedisce di chiedere «Posso farti una foto?» (cosa che invece domandano alcune persone, con ossequiosa considerazione, a te e The Gloomy). Ti prepari però a far spazio in valigia alle nuove felpe con le orecchie, ai calzini con il pizzo, agli scamiciati acquistati a Takeshita-dori. C’è il tempo per un fugace incontro con degli adorabili coniglietti in un piccolissimo animal cafè [n.b.: in Giappone, specie in città, è difficile per le persone tenere degli animali da compagnia in casa. Questi luoghi danno loro l’opportunità di coccolare gatti o altri pet -anche i serpenti sono pet- per qualche ora. Per inciso, gli animali in questione sembrano gradire il trattamento]. Trovate, sfortunatamente, troppa fila per entrare al Kawaii Monster Cafè (ingresso: 500 yen).

Akiba. Due maido fuori da un locale sanno come prenderti, gridando «Kawaiiii, pinkuuu!» alla vista della tua chioma. Visita a un illuminatissimo e per niente nascosto sexy shop a 5 piani, a un negozio di sofisticate e curatissime bambole e a un inaspettato tempio Shinto. Per pranzo prendi una tregua dal consueto triple check sul menù optando per il ristorante veg Kamakura Fushikian. Nei giorni seguenti, l’economico connubio soba+tempura (o anche alghe wakame) rintracciabile in qualunque sobaya ti droga a livelli così appaganti che non necessiti più di altro cibo da monaci.

Asakusa: il cassetto delle “cose” storiche e di tutt* * turist* che non vedevi da giorni (ecco dove si erano cacciat*!). Visita ai templi buddisti e al santuario, poi alle innumerevoli bancarelle. Un morso ai dango e uno al taiyaki (snack dolci ma non troppo). Un obbligatorio sguardo al panorama dalla cima della Tokyo Tower [n.b. la cima vera, quella più alta, sarà chiusa per lavori fino all’estate 2017], bento box a prova di manga e squisiti onigiri all’umeboshi [googlate, googlate. Un indizio: quasi tutto ha a che fare con il riso].

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Dango (la D non è muta)
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Taiyaki

Shibuya-ku: il cassetto dove incontri Fumino Sugiama, attivista LGBTQIA e co-presidente del Tokyo Pride. Dopo aver cenato nel suo locale Irodori, che scopri essere un raffinato izakaya, riesci facilemente a ottenere un’intervista, data la sua estrema disponibilità.

Tra Miyazaki, HBO e Disney

L’anima bambina scalpita, dirigendovi prima al Museo Ghibli, dove vieni investit* da poesia e meraviglia. L’incantevole cittadina di Mitaka vi rimette al mondo. Parco, soba e un’insensata quanto spassosa tappa alla casa di Shoshanna in Girls.

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La fanciullezza continua a Tokyo Disneyland. E tu, bambin* occidentale cresciut* col mito di Disneyland Paris (abbastanza vicino da non essere impossibile, abbastanza lontano da essere agognato), poi divenut* troppo riot per concedertelo, sei arrivat* fino in capo al mondo, dove la Disney è esotica, per soddisfarlo. Star Tours, da Star Wars, è il gioco eletto: lo ripetete 5 volte (peccato non cogliere la stramba sintassi dello Yoda nipponico).

Da Disneyland a Odaiba il passo è breve. E brevemente sei invas* dal lirismo urbano di quella Tokyo che è proprio come te la immagini (e poco importa che tecnicamente non sia Tokyo). Fai merenda con Hello Kitty, ritrovi Badtz Maru e scopri Gundam. Per cena, omuraisu (omelette ripiena di riso- e di qualunque altra cosa desideri). Chiunque popoli Odaiba ti sembra ricco, di una ricchezza malinconica. Decidi che due personaggi sulla metro appartengono a un film di Sofia Coppola: una silfide vestita di bianco e il suo compagno, dotati di una bellezza da privilegiati, entrambi con un lecca lecca in bocca, entrambi intenti a guardare lo schermo del proprio smartphone. Non si guardano, eppure la loro posa è tenera, tra la noia e la complicità. Sembrano più intelligenti di quel che serva per essere felici.

L’ultimo sabato ti riserva un curry miracolosamente vegetariano e una serata in un posto speciale: dopo un saluto al Campy!, colorato bar di drag queen, scegliete l’A-Un, locale lesbian friendly nell’ormai familiare Shinjuku-Nichoume. A Tokyo i locali sembrano appartamenti: per le dimensioni e per il fatto che si trovino anche al secondo, terzo piano di un palazzo. Scovarli è un terno al lotto. Dentro l’A-Un, chiunque è un* dj, chinque è curios* e amabile verso il duo di gaijin col cappello. Piovono shottini, piovono risate.

La frase della serata: Oh, girl, you now we have a word for this? It’s Otaku!

Sinestesie, afasie. Saluti.

A Shinjuku, vivi un momento che potrebbe essere eterno o infinitesimale, a un incrocio, stregat* dall’armonia tra i rumori cittadini. Uno schiaffo sinestetico (in forma di sottopassaggio maleodorante di urina) ti riporta al reale. Nell’ultima notte dell’ultimo week-end a Tokyo scoprite che l’ultima metro è all’una.

A Nakano, verso casa, vi invitano dentro il pub all’impiedi più piccolo che ci sia. Impossibile rifiutare. Erina, bartender dal sorriso inebriante, offre un luogo no charge in cui non ci si annoia mai (condito con dell’ottimo whiskey).

Avresti voluto raccontare di un’amicizia speciale ritrovata davanti a una zaru soba. Degli spettacoli di danza contemporanea, dove il pubblico performa più de* performer e tutto si svolge sopra dei negozi alla moda, non nei teatri off. Del wi-fi quasi ovunque, che ti salva da alcuni momenti di panico in cui la sim giapponese si ribella, lasciandoti senza internet. Delle file per la metro. Le file, non i grumi scomposti di persone. Del divieto morale di starnutire o di soffiarsi il naso, della gentilezza (imposta) che pervade ogni cosa. Di quel* ragazz* che, nonostante la barriera linguistica, vi aiuta a capire come funzioni la lavanderia a gettoni, catapultandosi di corsa a casa propria per offrire un po’ di detersivo d’emergenza, e della tua incapacità di replicare con un inchino (a ogni «arigatou» sembri un* ballerin* che prende gli applausi). Della birra di prugna nella common kitchen, o di quella sera che avete provato a spiegare la differenza fra L e R, abbattendo ogni distanza fonetica con un mare di risate. Delle colazioni al Seven Eleven, tra sobapan e strane bibite energetiche. Di tutto ciò che resta nel cuore, che fatica a dividersi in cassetti o scompartimenti, travolto com’è dall’esperienza nella sua interezza. Che dopo tanto blaterare, ti porta a una rassegnata e sorridente afasia.

Tokyo è la risposta alla tua domanda di ragazz* di provincia, cresciut* con il mito della metropoli. Una di quelle risposte piene di parentesi, di incisi. Un libro aperto sulla tua scrivania, che proprio non vuoi chiudere, come a voler dire «dopo riprendiamo il discorso, eh?»

Attivi il Japan Rail Pass: è ora di salutare questa città che non ha mai dormito, se non per quei fugaci sonnellini nei posti più scomodi e assurdi, e di interrogare altri luoghi.

TO BE CONTINUED… [qui la terza e ultima parte]

Alice in Multilove. Adolescenza e drammaturgia: distruzioni per l’uso

Hipster-Alice-In-Wonderland

Nella tana dell’incertezza

Non son stata io, io in persona a levarmi questa mattina? Mi pare di ricordarmi che mi son trovata un po’ diversa. Ma se non sono la stessa dovrò domandarmi: Chi sono dunque? (Alice in Wonderland, L.Carroll)

L’incertezza sulla propria natura. La conosci, a stento la accetti, ne vieni travolt*. Tant’è che, se domani sarai web (copy)writer, oggi sei peer-coach in performing arts, come recita la tua qualifica professionale.

Sogni sotto teca

“Sto per confessarti un segreto: sai uno di quei sogni nel cassetto talmente grandi che il cassetto fatica ad aprirsi? Ecco, è da quando sono piccol* che ho un sogno così: quello di scrivere, nella vita.”

Perché, parlando di soddisfazioni, la più grande non è stata quella di sentirti dire: “Sai, il tuo spettacolo era una figata. Sono uscit* fuori che ero in stato semicomatoso. Quando è così vuol dire che sto proprio bene”. Questo è ciò che, in egual misura a)gonfia il tuo piccolo e mastodontico ego b)ti fa venire voglia di continuare, se con un tuo lavoro riesci almeno a toccare le corde di un esserino in divenire dalla sensibilità spiccata e tormentata.

Quello che invece davvero ti ha fatto sentire utile nella tua posizione di peer-coach è l’averl* vist* tutt* lì, sotto il sole di un pomeriggio di luglio, mentre rinunciavano al mare o alla fresca penombra delle proprie camerette per darsi in pasto a due figure che, a tentoni, mettevano insieme i pezzi di un puzzle senza alcuna immagine di riferimento. E, ancora, rivederl*, in un sabato pomeriggio invernale, rinunciare alle poche ore libere dalla scuola, pront* ancora una volta a un salto nel buio.

Ti sei sempre sentit* più a tuo agio (prima in maniera del tutto inconsapevole, poi furbescamente conscia) nella creazione di un ambiente: nella descrizione di una porzione di mondo, possibilmente da spiare o da osservare come dietro a una teca, piuttosto che in una costruzione narrativa lineare.

Nel primo step del progetto le porzioni di mondo (underground) si sono rivelate da sé nel momento in cui è stato trovato trovato il luogo. Quando Michael De Certeau parla di “necessità di fondare il luogo da cui [si] parla”, di farsi luogo, forse intende proprio questo: il valore di ciò che si va a enunciare, a narrare, seppur in senso non convenzionale, dipende e si fonda sull’ambiente da cui proviene.

In quel caso il luogo è stato del tutto artificiale: un giardino giapponese, la riproposizione di un altrove, uno spaccato protetto e protettivo che a sua volta ha accolto tanti spaccati sotto teca.

E in questo secondo step, grado zero di un più ampio progetto modulare, l’artificio raggiunge la sua quintessenza: un teatro, da ribaltare e riabitare, ma pur sempre un teatro.

Inventare un nuovo tempo

Il passo successivo, oltre a quello piuttosto immediato (e immediatamente necessario) del farsi luogo, è quello di provare a inventare un nuovo tempo: definizione di drammaturgia che trovi particolarmente azzeccata, partorita da Claudia Castellucci.

Il tempo, contrariamente allo spazio, difficilmente ci viene consegnato pronto.

Osservando e ascoltando uno spazio, riesci a comprendere cosa abbia da dirti: non devi far altro che farti tramite e lasciarlo parlare (intendiamoci, non che questo sia facile).

Il tempo invece va modellato, dichiarato, dominato, sedotto.

Invidi da sempre chi ha la capacità innata di giocarci, con un feeling immediato e duraturo.

Tu e il tempo avete sempre avuto degli incontri fugaci, spesso ricchi di passione, spesso infiniti lassi carichi di noia.

Ma in occasioni come queste, in cui la creazione di un tempo, quindi il tentativo di una drammaturgia, è subordinata a un’azione formativa (o ne è in qualche modo il suo rituale di chiusura) hai un carico di responsabilità diverso: nove piccole anime scalpitanti alle quali fornire delle chiavi di accesso, per le quali costruire una capanna e alle quali dare delle sveglie da programmare, per poter creare in autonomia ognuna il proprio tempo.

bianconiglio

Le soddisfazioni abbondano, in questo mondo altro: da uno sguardo che si solleva con diversa consapevolezza dopo un’indicazione data, a un’intuizione geniale partorita dal singolo o, apoteosi!, dal gruppo all’unisono. Da chi con coraggio replica a una tua proposta con una migliore, a chi ti ritiene degn* di un’importante e ambiziosa confidenza.

Ma per ogni soddisfazione c’è un dubbio, una crisi, una fuga: dagli abbandoni (e i conseguenti nuovi ingressi) alla domanda: dove se ne va la didattica, il peer-coaching agognato e tanto studiato, quando tutto è finalizzato a un esito performativo? Qual è il confine fra creare spettacolo e facilitare l’espressione di mondi adolescenti, che a loro somiglino e a loro appartengano? Qual è la giusta misura tra il percorso e il punto d’arrivo?

Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti. (Alice in Wonderland, L. Carroll)

Continui, come loro e insieme a loro, senza sapere come si arriva in quel luogo, cambiando strada e spostando la meta. Per rendere evidente l’inesplicabile.

My Personal Nerdom part #2. Ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare il Cosplay

Sono giorni di aggressività.
Sarà l’ora legale, che non hai mai capito, sarà che è tornato quel momento in cui tropp* hanno improvvisamente da dirti cosa dovresti essere e cosa dovresti fare.
Piovono suggerimenti non richiesti mentre qualcun* dalla nebbia poco oltre Legoland indica, invece, un nuovo punto di vista; nella nebbia ci son cose che a dirle non ci credi: scenari illuminanti e sguardi luminosi. Ed ecco, allora, una definizione azzeccata per la tua attività ininterrotta: oscillare tra il pop e l’apocalisse.

Contro ogni aggressività, contro ogni «dovresti», scegli di ripetere un’esperienza vissuta maldestramente qualche anno fa, quando ancora il nerdom ti era oscuro come la teoria della relatività ristretta, e recarti nel luogo della perdizione per eccellenza, imparando tante cose in più rispetto a quell* te ingenu* e spaesat* che fu.
Ecco dunque una miniguida per ogni candid* avventor*:

Il pop:

Oltre la nebbia di Legoland, oltre l’autostrada che si fa improvvisamente strettissima tra colline verdi e docili dopo la piana biancastra imperante, vi è Lucca Comics&Games.
Lucca C&G, come l’Halloween di Nightmare Before Christmas, è una città circondata da mura e prato verde in cui abitanti e sindaco, ogni anno, il giorno dopo la fiera, iniziano a pensare a quella successiva: un’incessante attività di brulicanti Umpa Loompa, guerriere Sailor e personaggi di One Piece, che la renda ogni anno più ricca, caotica, delirante.
La città viene allestita a fine ottobre ma sgonfiata e riposta nello sgabuzzino accanto al materassino per il mare dopo ognissanti. Zerocalcare, anello di congiunzione fra te e the gloomy, fra il nerdom e il centro sociale, fra Rebibbia e Bim Bum Bam, ne è cittadino onorario, mentre Cristina D’Avena ne possiede ormai le chiavi.

Cosa non fare a Lucca Comics

1. Non comprare il biglietto. Fumetti e giochi si comprano su internet, i ramen non sono più gratis dall’86 e in ogni caso non riusciresti a entrare per via dell’immensa coda.

2. Non assumere liquidi. La fila media per il bagno in un qualunque locale è la stessa che c’è per la Japan Town. Se hai comprato il biglietto (ahia, non hai letto la regola n°1?), devi fare delle scelte. Dimentica che il tuo corpo ha delle esigenze oppure usa i bagni chimici (certo, e come la mettiamo con mantello e calzamaglia?)

3. Noi siamo Anonimi. («Che Cosplayer sei?». Non rispondere, mai. E non deludere il prossim* ammettendo «No, sono vestit* normale»)

4. Gli Anonimi sono una legione. (Hai davvero detto Assassin’s Creed in luogo di Star Wars?)

5. Gli Anonimi non perdonano. (perciò non scambiare Deadpool per l’Uomo Ragno. Se lo fai, evita di dirlo a voce alta.)

6. Non stupirti della compagnia: se non ti guardano in faccia, stentano a salutarti o non colgono la tua richiesta di high five forse non è detto che ti stiano rifiutando: magari sono dei timidi otaku che danno confidenza quando decidono di averne voglia e non per seguire le convenzioni sociali.

Cosa fare a Lucca Comics : (ovvero come fregarsene delle apparenze e vivere felici)

7. Foto. Tante.

8. Sorridere. Lascia i pensieri a casa e non deludere chi pensa che anche tu sia un Cosplayer.

9. Ammira i crossplayer, cosplayer crossgender.

34. Un concetto ha sempre una versione porno, senza eccezioni. Goditi Lamù in perizoma senza puntualizzare sul fatto che dovrebbe indossare una culotte.

35. Se al momento un concetto non ha una versione porno, prima o poi verrà creata. (Abbi fede, Lucca la rigonfiano tutti gli anni)

38. In realtà non esiste alcun limite a tutto, nemmeno il cielo. (ci sono gruppi che possono permettersi di comprare un elicottero. Sii estasiat*)

42. Niente è sacro. (Godi per qualunque celestiale visione ma incazzati per il ban a Immanuel Casto. Siamo a Lucca C&G, non al Vaticano)

Una cosplayer di Maria Montessori
Una cosplayer di Maria Montessori durante Discorso Giallo (Fanny&Alexander)

L’apocalisse

Come sempre, divori e processi tutto ciò che vedi e senti: se in passato hai pensato che questo fosse un difetto da correggere, un bug, oggi lo accetti come una feature.
Interpreti la realtà: guardi le cose e hai già deciso come trasformarle, incorniciarle, riutilizzarle.
Pensi ai Cosplayer, alla loro metamorfosi, all’esibizione: vorresti averne uno stuolo, una folla, da mettere in scena per indagare, attraverso la loro pelle, le loro spade e la loro abnegazione, la dinamica del ruolo, dell’interpretazione, del gioco.
Ti perdi nel disegno luci: la loro bellezza sfacciata, un fondale bianco e dieci gelatine ghiaccio.
Il loro sorriso che resiste al caldo, al freddo, al trucco e ai tacchi e una voce off che domanda ossessivamente : «Who am I?».

Ti risveglia Mary Poppins: vuole inspiegabilmente una foto con te. Sorridi, sei a Lucca Comics.
Ti chiedi se qualcun* altr* riesca con la stessa disinvoltura a frequentare sia Santarcangelo che questo paradiso geek. Ti rispondono di sì, più di quant* pensi.
Sorridi ancora e capisci che questa è la caratteristica dei freaks, dei pesci fuor d’acqua: esser curios* di tutto, poter mordere il reale per risputarlo fuori sotto un’altra forma. Senza più paura di uscire dal seminato.

E, come sempre, torni al lavoro, qualunque nome questo abbia assunto nell’ultimo mese: tra il pop, che ti fa elaborare strategie di comunicazione non convenzionale per l’azienda convenzionata, e l’apocalisse, sempre in agguato, che ti racconta, vezzeggia e, temporaneamente, abbandona.

My personal Nord

Non lo avevi esattamente preventivato.
Ti eri fatt* un’idea un po’ diversa di come sarebbe andata.
Anche se hai sempre saputo che avresti lasciato LAputa, la terra natìa amata-odiata-estranea, per un generico altrove, purché ammiccante, ti eri figurat* un* te differente, non certo al sicuro, ma inserit* in un contesto che avesse perlomeno un nome (il fatto che il nome fosse teatro avrebbe già dovuto suggerirti l’instabilità dell’intera faccenda).
LAputa si trova a sud del buonsenso e un pelo più a nord dell’autocommiserazione, e da laggiù hai sempre ricercato il nord come si cerca una ragazza con gambe e ciglia troppo lunghe: con ostinazione e un senso di inadeguatezza costante.
Così, attratt* dalla bòrea e consapevole che si è sempre a sud di qualcos’altro, non hai mai disdegnato del tutto l’ipotesi dell’Islanda. Ma per adesso no, ancora non è andata così.

Sapere di essere fisicamente, nonché emotivamente, preparat* per affrontare i lidi settentrionali, civilizzati e climaticamente inospitali per la maggior parte dei mammiferi mediterranei (ma non per te, che sei nat* per sbaglio on the beach e al mare ci vai ancora con gli anfibi), non sempre è corrisposto a delle scelte oculate e a dei progetti di vita che avessero un senso e una continuità. Sarebbe stato troppo facile.
È che certe cose come: sapere cosa farne di se stessi, guardare in prospettiva, agireoggipercostruireilpropriodomani, ti fanno l’effetto della vellutata di porcini: qualcosa che hai schifato immensamente da bambin*, ma che brami e rimpiangi da quando i tuoi cachet minimalisti non ti consentono neppure di annusarla.
Hai scelto dunque, come si dice, di pancia: era il 2008, la crisi economica mondiale sembrava ancora non troppo mondiale; sembrava più un qualcosa che avrebbe investito gli Stati Uniti e che l’Europa fingeva di non vedere, con un po’ di compiaciuta indifferenza (con lo stesso sollievo sadico di quando la figa della classe pestava un chewing gum).
Dunque non ti sfioravano più di tanto pensieri come l’ansia del futuro e non prevedevi la drastica slavina dei fondi pubblici alla cultura che si sarebbe verificata di lì a poco, pochissimo.
La prima tappa è stata una scelta: scelta con il cuore, con la pancia, forse con un po’ di codardia paracula.

Il fatto che mentre scrivi sia su un treno che varca il confine tra una regione e l’altra (e dio solo sa quanto ancora ti mandi ai matti il labile concetto di confine tra le terre, abituat* fin dalla nascita alla svolazzante indipendenza dell’isola di LAputa), con addosso un quarto dei vestiti che possiedi attualmente (e hai solo due strati), indecis* su quale inflessione dare alla tua voce che, come il regionale, oltrepassa i confini tra territori noti e meno noti, non lo avevi previsto.
E sei su, dove si parla un dialetto soffice come la spuma, i phrasal verbs sono considerati universali ed è sempre tutto una domanda.
La bellezza austera di Legoland ti conquista, si oppone a quella inaccessibile e dorata di Desìa. Ma eviterai di parlarne, ti dici, rendendoti invece amabile come un cucciolo di foca e raccontando di quanto tempo perdi a fantasticare mentre dovresti impiegarlo per cose più utili. Di quanto desideri cose semplici e banali che non puoi permetterti, del cordone ombelicale sul quale ancora inciampi. Prendi appunti mentali ma nel mentre visualizzi come ricominciare ogni volta con pochi amici intorno.

Guardi fuori dal finestrino e Legoland appare come una distesa bianca e candida. Pochi alberi, un pavone che si specchia su un pezzo di vetro.
«Non c’è il vento qui. Mai stato. Se cerchi quello hai sbagliato direzione» l’uomo seduto accanto a te cerca di leggerti nei pensieri e un po’ ci azzecca. «Ma qualche chilometro più in là, verso le montagne, fanno festa ogni giovedì. Ottime mele candite con aceto e cannella. Le migliori che tu abbia mai assaggiato»
Guardi nuovamente fuori. Il pezzo di vetro è stato rimosso, cancellato, pulito via, con un’efficienza sbalorditiva. Il pavone non se ne cura e cammina verso un edificio che a te sembra una piccola fabbrica, a nord del divertimento.
Il treno riparte sbuffando, gli fa eco una donna carica di bagagli seduta davanti a te.
Mentre tu hai solo una valigia leggera, due occhi pesanti, degli anfibi che ancora scalpitano per andare verso quell’altrove ammiccante.

Where the magic happens (o anche no)

Ore 16.31, settembre, pagina 199.
La protagonista del libro che hai appena divorato trova lavoro.
Scoppi a piangere come se fosse appena successo a te, alla tua migliore amica, a un parente stretto.
Ok la pillola, ok gli ormoni, ok che sei sempre stat* un* sentimentale.
Ma qui c’è un problema.

La più classica delle ellissi temporali ha catapultato il personaggio dalla fine dell’estate del precedente capitolo, in cui era disoccupata e disperata, alla vigilia di Natale, in cui è prossima alle ferie pagate. Senti i campanellini, senti Jingle Bells, senti lo zucchero del pandoro che ti asfalta la gola. E sai che quel tuo pianto è frutto di una tensione che cerchi di non esternare troppo (se non con the gloomy, la cui pazienza farebbe irritare San Cirano), tensione che ora è stata liberata dall’immedesimazione. La protagonista di quel libro sei tu, tanti sono i punti in comune che vi uniscono. Ti identifichi in lei, ti sei riconosciut* (e pazienza se abòrri e bolli come reazionaria la definizione secondo cui il pubblico ha bisogno dell’arte per potercisi riconoscere: qui non si tratta di arte, questa è proprio cronaca).
Sei tu che alla fine della bella stagione hai bisogno di un lavoro, sei tu che mandi speranzos* curricula non richiesti completi di foto (di 6 anni fa), sei tu che, compulsivamente, premi il tasto refresh con la speranza di trovare nella tua inbox qualcosa di più di un aggiornamento di LinkedIn (che non sai usare).

Avresti potuto spendere qualche parola in più, ingegnarti per un inizio originale, spiazzante, accattivante.
Avresti potuto spiegare “Chi sei”, ma ilcopypiùbravoditalia dice che il “Chi sono” è del tutto out, superato, anni ’80, demodé.
Avresti potuto cominciare da molto più lontano. Invece cominci da oggi.

Nei giorni scorsi hai ricevuto delle risposte inaspettate alle tue autocandidature (poche, per la verità) e, sull’onda dell’entusiasmo, ignorando del tutto quell’intestazione a piè di pagina che rivelava quanti chilometri ti separano dal luogo magico in cui tutto, ma proprio tutto può accadere, perfino che qualcuno legga una tua mail e non la cestini al pari dell’ennesima inutile notifica di Google+ (scherzo, Google. Sai che ti adoro), hai risposto a tua volta: «certo, sono disponibiliss(ssssss)im*. Ehm. Disponibile. Posso, insomma, vediamo. Va bene giovedì? (perché se non va bene vengo pure di sabato alle 7 del mattino, eh)».
Segni su Google Calendar (visto?) l’appuntamento che pare lontanissimo. Ere geologiche ti separano dal pellegrinaggio al luogo magico, dove tutto può accadere, soprattutto che diano per scontato che tu possieda una macchina e non sia, per carità, un* di que* freakketton* appiedat*.

La mattina del colloquio (in realtà, della più informale «chiacchierata» quando «passi di qui») ti rivolgi a Google Maps (hai capito ora, sciocchin*?), che con il suo solito candore ti svela che per raggiungere il luogo ameno impiegherai 1ora e 51 minuti, contando anche quell’ultimo istante che passerai davanti allo specchio nella hall, tentando si assumere un’andatura adulta e self confident.

8 euro, a/r, 4 autobus; un minuto di ritardo sulla prima corsa. 5 ore in totale.
Ti prepari come se andassi in gita al lago e passi il viaggio in compagnia di turisti tedeschi convinti che l’estate non finisca prima di Halloween, trovi per miracolo il civico 5z/q, arrivi alla meta. Ti accoglie un CEO cordialissimo e abbronzato, stranamente preparatissimo sul tuo curriculum, incuriosito dal tuo background «inusuale».
Ti racconta dei problemi con i clienti, di quanto fatturavano prima, di quanto hanno dovuto tagliare adesso, matuseigiovaneenontelopuoiricordare. Un po’ di turpiloquio qua e là per farti capire che la situazione è informale.
Seguono i complimenti per la tua creatività.
Segue un «ci risentiamo quando potrò darti qualche certezza».
Seguono tre quarti d’ora di attesa della corriera di ritorno.
Non c’è una pensilina, non una panchina o un muretto. Ti siedi sul marciapiede mentre sfogli il libro appena iniziato. Una donna emigrata in Svizzera, tornata in Italia per le vacanze, ti fa i complimenti per il vestito e ti dice che da giovane ne aveva uno uguale. Ti dice anche che il colloquio è andato sicuramente bene e che ti richiameranno, ma dopo un poco si gira, si dimentica e ti rivolge la parola in tedesco.
Abbandoni con l’ultima corsa il luogo magico, dove può accadere tutto, anche che ti si faccia un colloquio assolutamente nella norma.
Ripensi a come modificare il tuo curriculum per farlo sembrare un po’ meno inusuale e un po’ più utile, ripensi a quel «ci risentiamo», provi a ignorare il resto della frase e ti concentri su quell’indicativo presente che significa, si sa, immediato futuro. Magari addirittura autunno.

Ok, l’estate non ti è mai piaciuta, ok, dicembre è da sempre il tuo mese preferito. Ma qui c’è una speranza alla quale ti aggrappi: quella che ti fa credere ancora ai folletti e ai «dobbiamo proprio rivederci»; l’ingenuità che ti fa apprezzare delle luminarie ben fatte nonostante l’astio per il consumismo-gli sprechi-le feste comandate, e che ti suggerisce che, a breve, quel pianto liberatorio sarà uno scroscio autoriferito e non solo il degno epilogo di un libro letto tutto d’un fiato.