#Shottini Quantistici: La Weltanschauung del* Freak Lance part#1

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Elina Brotherus – Giraffe and Owl from Carpe Fucking Diem

Lavoro in team: a distopic experience.

La tua inadeguatezza alla vita da scribacchin* in affitto full time si evince dalle piccole, insormontabili sfide quotidiane.

Freak Lance & Cliente Alfa®

Freak Lance in trasferta da Cliente Alfa® fighettissim* in veste di copy/account/creativ*/la qualunque.
Un sex-appeal da riviera romagnola l* accoglie in giacchetta perfetta, taglio di capelli perfetto, occhiali stilosi da chissà quanti mila euro (perfetti). In pochi minuti * FL è in grado di irrorare il caffè offerto* su:

documenti sparsi
tavolo
il proprio maglione
i sopracitati occhiali, posati incautamente sul sopracitato tavolo.

Prima che Cliente Alfa® se ne accorga, * FL cerca di pulire un po’ tutto con la manica del sopracitato maglione. Sporcando ancora di più le lenti degli occhiali (sì, quegli occhiali da centordicimila euro).
Un* FL beve solo tè aromatizzato alla vaniglia, che non necessita di zucchero aggiuntivo da mescolare, che se ne sta buono nella sua tazza personalizzata e non salta fuori da una tazzina di carta al primo rimbalzo di una paletta usa&getta.

Freak Lance & giovialità

Un* FL è liet* di lavorare in un team, ma alcuni momenti mettono in luce la pretesa di condividere una precisa weltanschauung. Tale concezione del mondo propria degli esseri sociopatici esclude la visione di serie tv doppiate e reality show in cui la gente si umilia per un piatto di linguine alle bacche di goji: questa impossibilità di pacifica convivenza l* porta spesso e volentieri a desiderare un luogo di rifugio lontano dalla pausa pranzo condivisa.

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Freak Lance & creatività prêt-à-consommer

Un* FL ha capito, volente o nolente, di essere vittima di quel perfezionismo disadattativo, mix di narcisismo e ansia, tutt’altro che positivo, tutt’altro che lodevole e tremendamente intralciante del «Posso farlo meglio, posso farlo molto meglio e, sai che ti dico? mi sa che manco lo inizio, tanto potrei sempre farlo meglio!».
Perciò, mentre FL si crogiola nel proprio perfezionismo, indecis* se utilizzare la parola molto o optare per quell’indubbia sfumatura differente propria di tanto, gli ordini arrivano in forma di rassicuranti evergreen: fallo bene-fallo in fretta. «Emozionami. Per ieri.»

Per distopia si intende, in medicina, la dislocazione di viscere o di un tessuto dalla sua normale sede. * FL è indubbiamente un tessuto prelevato e impiantato in un altrove.

(P.S. * FL non è snob. Non del tutto, almeno. È solo cascat* con i suoi anfibi sporchi dentro una realtà immaginifica differente, in cui tutt* indossano i tacchi a spillo)

 

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Prima o poi il lavoro arriva. Bando per una resilienza artistica

Prima o poi un lavoro arriva. Come uno schiaffo mentre dormi.

Come un «ma guarda che oggi c’è il compito di matematica» mentre, appena arrivat* a scuola, cerchi di smaltire gli effetti dell’after («tanto domani ho solo due ore di educazione fisica e poi assemblea»).

Prima o poi un lavoro arriva, o qualcosa di simile. E neppure male, eh.
Una proposta lavorativa frettolosa, urgente, come urgente è il tuo bisogno di portare la giacca in riparazione o di riempire il frigo di cibo vero: proteine, carboidrati. Che sono queste verdure già mezze mosce?
Hai bisogno di uno stipendio come hai bisogno dell’aria, ne va della tua dignità di umanoide. Ti senti un essere a metà, privat* non solo del potere d’acquisto ma del potere di risposta breve alla domanda:

«Che lavoro fai?»

«beh, vedi, è un momento di transizione, perché io in teoria lavoro in teatro»

«ah, quindi reciti?»

«no, no, non recito più. Non in senso canonico. Al massimo fingo»

Sorridi imbarazzat* mentre chi ti ha posto la domanda si chiede se ci sei o ci fai.

«Che lavoro fai, dunque?» «Content Writer. Social Media Strategist. Seo Specialist Junior. SocialPluriMediaAssistantConsultantMarket(t)ter».

Non hai la minima idea di cosa vogliano dire queste parole ma almeno le metti in fila con una sicumera degna di Giorgio Mastrota quando cercava di convincerti che quelli erano proprio gli ultimi giorni per avere le doghe ortopediche direttamente sotto le chiappe.
È solo uno step, ti dici, ti dicono, non un approdo. Ma va bene, sei liquid*, puoi occupare anche questo spazio semi-sconosciuto. E almeno non risuonano le solite frasi, con puntini di sospensione, colpi di tosse e sospiri che intervallano parole altrettanto anglofone e ancor più misteriose, e che portano con sé un carico di imbarazzo, un carretto di «non son degn*».

Ogni operat*e artistic* che si rispetti si farebbe tagliare il dito del piede che usa per dipingere opere astratte piuttosto che affermare «Sono un*artista». Le frasi sono ricche di provo, cerco, nel mio percorso… di quell’inadeguatezza che anche tu indossi come una felpa gialla taglia XL. Non puoi cercare di nasconderla, non puoi ammettere di averla. Ci stai scomod* e a tuo agio al contempo. Non ne sei degn*, poiché è firmata, e contemporaneamente non la vuoi, perché crea problemi nel movimento, è vistosa, attira le api e gli sguardi insospettiti.
Hai la possibilità di indossare una t-shirt nera, elegante, che si abbini a tutto, più o meno della tua taglia (più o meno: non pretendere troppo da una taglia unica. E poi se sei nat* microsize vuoi dar forse la colpa all’industria tessile mondiale?). Eppure vuoi la tua fottuta felpa gialla. Ma cazzo, no che non la vuoi, dove siamo, all’asilo?
Decidi allora di andare a fare questo benedetto shopping, questa cosa che non hai mai capito: tu i vestiti li vorresti pronti, fatti su misura e già stesi sul letto, da poter ammirare e forse, ogni tanto, da indossare, con parsimonia (e un pizzico di «non sono degn*», sia mai che ci si senta adeguat* al mondo).

Il lavoro puramente creativo è nascosto dietro numeri che non sai leggere, li hai dimenticati il giorno del diploma al liceo. Avevi giurato a te stess*, in prima elementare, che la tua guerra alle cifre un giorno sarebbe finita e che avresti vinto tu. Piuttosto supponente come moccios*, ma in fondo hai avuto ragione. Per un po’.
Hai avuto la presunzione di pensare che ti sarebbe sempre andata bene così: abitare da bohémien* in mansarde prestate, consumare pasti messi insieme con la stessa fantasia pragmatica della Peppina quando faceva il caffè con 4 kg di cipolle (per unire l’utile allo stomachevole).
I progetti artistici più belli e challenging sono sempre quelli meno pagati e poco vendibili.
Vacilli, oscilli, ma non vuoi più assecondarla questa follia dell’artista che può permettersi di esserlo: non hai rendite né eredità generose e, in ogni caso, vedi i bravissim* sgobbare per 4 date l’anno.

Non ne puoi più di chi, con la leggerezza inconsapevole di chi tira dei macigni pensando siano granelli di sale, si permette ancora frasi come: «L‘artista deve scendere a compromessi per restare nel proprio ambito, altrimenti fa un altro lavoro e si tiene l’arte come Passione (certo, ne va della sua Professionalità)». Se senti ancora una volta la parola Passione abbinata all’arte pensi che vomiterai; se senti ancora la parola Professionalità accanto a un mestiere che non dà da vivere pensi che urlerai in preda alle convulsioni, quantomeno affinché tutti se ne accorgano.

Scott Pilgrim Level Up

Ti dici che un secondo (primo?) lavoro non ti renderà meno “artista”, così come lavorare 12 ore al giorno in teatro-spaziononconvenzionale-meandridelcervello non ti hai mai res* automaticamente meritevole del titolo.
L’arte è un’inganno: come un amore folle ma corrisposto solo a giorni alterni.
Ti ripeti che non esistono strade segnate, nessun obbligo, e questo già lo sai.
Che il lavoro che arriva è bello, e questo è vero, con tutti i compromessi fra numeri e parole che si porta dietro.

Vuoi che le persone smettano di straparlare di arte come se fosse qualcosa da potersi definire. Vuoi che ogni animo sensibile trovi il proprio spazio. Vuoi continuare a torturarti, sai che lo farai.

Ma vuoi anche una piantana in salotto.

Vuoi andare in Asia e in Sudamerica.

Vuoi dei capelli che non somiglino a un’opera pubblica inaugurata e poi lasciata alle intemperie, al fogliame, alle cartacce.

Vuoi essere te, senza definirti o sentirti meno qualcosa solo perché hai sempre creduto che sarebbe andata in un certo modo.
E poiché non ammetti compromesso, ma solo scelte, scegli la doppiezza, forse la triplezza, o comunque la moltitudine, e indìci il tuo personale

Bando per una Resilienza Artistica: come attraversare la realtà e uscirne rafforzat*

Requisiti fondamentali per l’ammissione:

  • Esperienza comprovata e documentabile nell’assorbimento di energia dall’ambiente esterno, specie se poco affine all’attività creativa
  • Spiccata capacità di resistenza allo stress, all’ usura e al buonsenso
  • Elevata attitudine al rilascio di energia assorbita in precedenza in ambienti ostili e impreparati
  • Idoneità alla doppiezza o al multiforme

Si offre:

  • Spazio angusto per scrivere e arrovellarsi il cervello per tutto il giorno, tutti i giorni: in lingue e linguaggi diversi, tra numeri e parole
  • Il privilegio di una doppia identità e di un perenne conflitto amore-odio-sto benissimo- ma chi me lo ha fatto fare

 

Tra la frustrazione e la stasi c’è un movimento centripeto che ti farà dormire pochissimo e vibrare di idee da realizzare. Sei già lì che giri. In compagnia di quei piccoli gnomi morbidi e giallognoli sulla tua tastiera.

My Personal Nerdom part #2. Ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare il Cosplay

Sono giorni di aggressività.
Sarà l’ora legale, che non hai mai capito, sarà che è tornato quel momento in cui tropp* hanno improvvisamente da dirti cosa dovresti essere e cosa dovresti fare.
Piovono suggerimenti non richiesti mentre qualcun* dalla nebbia poco oltre Legoland indica, invece, un nuovo punto di vista; nella nebbia ci son cose che a dirle non ci credi: scenari illuminanti e sguardi luminosi. Ed ecco, allora, una definizione azzeccata per la tua attività ininterrotta: oscillare tra il pop e l’apocalisse.

Contro ogni aggressività, contro ogni «dovresti», scegli di ripetere un’esperienza vissuta maldestramente qualche anno fa, quando ancora il nerdom ti era oscuro come la teoria della relatività ristretta, e recarti nel luogo della perdizione per eccellenza, imparando tante cose in più rispetto a quell* te ingenu* e spaesat* che fu.
Ecco dunque una miniguida per ogni candid* avventor*:

Il pop:

Oltre la nebbia di Legoland, oltre l’autostrada che si fa improvvisamente strettissima tra colline verdi e docili dopo la piana biancastra imperante, vi è Lucca Comics&Games.
Lucca C&G, come l’Halloween di Nightmare Before Christmas, è una città circondata da mura e prato verde in cui abitanti e sindaco, ogni anno, il giorno dopo la fiera, iniziano a pensare a quella successiva: un’incessante attività di brulicanti Umpa Loompa, guerriere Sailor e personaggi di One Piece, che la renda ogni anno più ricca, caotica, delirante.
La città viene allestita a fine ottobre ma sgonfiata e riposta nello sgabuzzino accanto al materassino per il mare dopo ognissanti. Zerocalcare, anello di congiunzione fra te e the gloomy, fra il nerdom e il centro sociale, fra Rebibbia e Bim Bum Bam, ne è cittadino onorario, mentre Cristina D’Avena ne possiede ormai le chiavi.

Cosa non fare a Lucca Comics

1. Non comprare il biglietto. Fumetti e giochi si comprano su internet, i ramen non sono più gratis dall’86 e in ogni caso non riusciresti a entrare per via dell’immensa coda.

2. Non assumere liquidi. La fila media per il bagno in un qualunque locale è la stessa che c’è per la Japan Town. Se hai comprato il biglietto (ahia, non hai letto la regola n°1?), devi fare delle scelte. Dimentica che il tuo corpo ha delle esigenze oppure usa i bagni chimici (certo, e come la mettiamo con mantello e calzamaglia?)

3. Noi siamo Anonimi. («Che Cosplayer sei?». Non rispondere, mai. E non deludere il prossim* ammettendo «No, sono vestit* normale»)

4. Gli Anonimi sono una legione. (Hai davvero detto Assassin’s Creed in luogo di Star Wars?)

5. Gli Anonimi non perdonano. (perciò non scambiare Deadpool per l’Uomo Ragno. Se lo fai, evita di dirlo a voce alta.)

6. Non stupirti della compagnia: se non ti guardano in faccia, stentano a salutarti o non colgono la tua richiesta di high five forse non è detto che ti stiano rifiutando: magari sono dei timidi otaku che danno confidenza quando decidono di averne voglia e non per seguire le convenzioni sociali.

Cosa fare a Lucca Comics : (ovvero come fregarsene delle apparenze e vivere felici)

7. Foto. Tante.

8. Sorridere. Lascia i pensieri a casa e non deludere chi pensa che anche tu sia un Cosplayer.

9. Ammira i crossplayer, cosplayer crossgender.

34. Un concetto ha sempre una versione porno, senza eccezioni. Goditi Lamù in perizoma senza puntualizzare sul fatto che dovrebbe indossare una culotte.

35. Se al momento un concetto non ha una versione porno, prima o poi verrà creata. (Abbi fede, Lucca la rigonfiano tutti gli anni)

38. In realtà non esiste alcun limite a tutto, nemmeno il cielo. (ci sono gruppi che possono permettersi di comprare un elicottero. Sii estasiat*)

42. Niente è sacro. (Godi per qualunque celestiale visione ma incazzati per il ban a Immanuel Casto. Siamo a Lucca C&G, non al Vaticano)

Una cosplayer di Maria Montessori
Una cosplayer di Maria Montessori durante Discorso Giallo (Fanny&Alexander)

L’apocalisse

Come sempre, divori e processi tutto ciò che vedi e senti: se in passato hai pensato che questo fosse un difetto da correggere, un bug, oggi lo accetti come una feature.
Interpreti la realtà: guardi le cose e hai già deciso come trasformarle, incorniciarle, riutilizzarle.
Pensi ai Cosplayer, alla loro metamorfosi, all’esibizione: vorresti averne uno stuolo, una folla, da mettere in scena per indagare, attraverso la loro pelle, le loro spade e la loro abnegazione, la dinamica del ruolo, dell’interpretazione, del gioco.
Ti perdi nel disegno luci: la loro bellezza sfacciata, un fondale bianco e dieci gelatine ghiaccio.
Il loro sorriso che resiste al caldo, al freddo, al trucco e ai tacchi e una voce off che domanda ossessivamente : «Who am I?».

Ti risveglia Mary Poppins: vuole inspiegabilmente una foto con te. Sorridi, sei a Lucca Comics.
Ti chiedi se qualcun* altr* riesca con la stessa disinvoltura a frequentare sia Santarcangelo che questo paradiso geek. Ti rispondono di sì, più di quant* pensi.
Sorridi ancora e capisci che questa è la caratteristica dei freaks, dei pesci fuor d’acqua: esser curios* di tutto, poter mordere il reale per risputarlo fuori sotto un’altra forma. Senza più paura di uscire dal seminato.

E, come sempre, torni al lavoro, qualunque nome questo abbia assunto nell’ultimo mese: tra il pop, che ti fa elaborare strategie di comunicazione non convenzionale per l’azienda convenzionata, e l’apocalisse, sempre in agguato, che ti racconta, vezzeggia e, temporaneamente, abbandona.

Lobby Roads. Le 5 strade del potere che non hai percorso

stage con rimborso
Lo Stage, pratica BDSM fra le più estreme

Strabuzza gli occhi e, segretamente, si sfrega le mani con soddisfazione.
Ti sembra di vederle: un secondo paio di mani che sotto la scrivania si compiacciono di aver trovato qualcun* come te da spennare, spremere, sfruttare.
E non perché tu sia merce, di per sé, così rara o preziosa, ché di scribacchin* che sanno fare un po’ di questo e un po’ di quello in fondo è pieno il globo (lo è?). Ma il tuo insolito cv, comparato a quelli di imberbi neo-laureat* tutto-marketing-niente-esperienza che si sono fatti avanti per una posizione tanto appetibile, fa breccia nel suo cuore di CEO©.

30 giorni di prova. Full time. Gratis.

A strabuzzare gli occhi ora sei tu.

6 mesi di stage con rimborso al di sotto della soglia minima pronunciabile a voce alta e… (squillo di trombe) prospettiva di inserimento immediato.

«Come reagisce sotto pressione?»
Che domanda anni ’80, cuore di CEO©. Ti aspetti un Ciribiribì Kodak da un momento all’altro.
Chissà cosa vorrebbe che rispondessi. La tentazione è quella di stupire con un candido «malissimo», ma ti limiti a un sopracciglio ricurvo.
«Perché alla fine si tratta di un periodo formativo completamente spendibile».
Spendibile e sperperabile come, evidentemente, il tuo tempo. Il tuo full time.

Gioisci nell’ accorgerti di come il mondo dell’arte e quello del marketing si siano finalmente incontrati e uniti nel sacro vincolo del no budget.

Sei infatti più che avvezz* a bellissime (quelle sì) e stimolanti proposte di collaborazioni artistiche low (no) budget: perché mai dovresti stupirti per questa tendenza allargat*? Sari mica così ingenu*?
Per ogni offerta simile pensi a come sei stat* snob a aborrire gli hobby pensando che non ti riguardassero.
Hai canalizzato ogni energia, ogni pratica e ogni scoperta per creare dei setting, degli ambienti e, dillo pure, delle storie. E farlo per mestiere.
Ma tra le cose che hai scoperto da poco ce n’è una curiosa e croccante: hai saltato quel passaggio tanto mainstream dell’hobby come dopolavoro, come svago, e lo hai direttamente innalzato alla nobile posizione di professione full time.
E ora prova a presentarti: col tuo nome poco serio e la dicitura “professione hobbysta”. Fai parte di quella schiera che ha eletto il rischio maggiore a scelta di vita, e ti ritrovi oltre il lavoro e oltre il dopo-lavoro: sei nell’era del post-postlavoro.
Nessuno stipendio che sostenga quello che credevi essere un mestiere ma una serie di rimborsi di spese effettuate con i soldi prestati, bofonchiati, immaginati.

Sei stat*, ancora una volta, sciocc*, perché è evidente cosa ti sia sfuggito: una L al posto della H.
Hai messo una H e un apostrofo di troppo; tossivi, forse, in quel momento, quel momento sbagliato in cui ti sei trovat* a fare l’hobbysta mentre potevi fare, agiatamente, lə lobbysta, l’unico mestiere che non conosce mai crisi, se non d’identità (in fondo, chi diavolo sa cosa sia un* lobbist* e cosa faccia per esserlo?)
Già Dargen D’Amico, lobbista della parola rimata, indiscusso poeta tra i più influenti degli anni ’10, suggeriva come esista il passatempo di creare e consolidare lobby dietro le cose più disparate, perfino i semafori.
Con un semplice cambio di lettera avresti potuto intraprendere alcune delle più fortunate carriere da lobbista e far parte di alcuni tra i più oscuri e potenti gruppi di pressione al mondo:

  1. La lobby delle borse blu dell’Ikea: per un qualche motivo sembreremmo avercela tutt* contro. O, almeno, tutt* coloro che sono costrett* a subire la frustrazione e l’assurdità dell’invito: “Ti piace la tua borsa gialla? Prendine una blu”. La lobby delle borse blu regna incontrastata alle casse e impedisce la diffusione delle borse gialle al di fuori dei confini Ikea.
  2. La lobby degli sciroppi per la tosse, spin-off della lobby dell’industria farmaceutica. Misurino a forma di bicchiere da shot, colori sgargianti, effetti inebrianti. Il tutto per favorire abusi, dipendenza e picchi di vendite.
  3. La lobby dei web designer scarsi, i cui principali scopi sono il boicottaggio del buon gusto, la diffusione delle teorie complottiste new age tramite banner psichedelici e la perdita delle diottrie su vasta scala. Legata indissolubilmente alla lobby degli oculisti e degli psichiatri.
  4. La lobby degli ombrelli: strettamente connessa alla lobby delle previsioni del tempo e, naturalmente, a quella del controllo climatico e delle scie chimiche. Se continui a perderli, distruggerli durante le tempeste e dimenticarli all’ingresso del bar è perché in qualche modo te la sei inimicata.
  5. La lobby delle botole. Così potente e segreta che non è dato sapere per chi lavori e contro quale rimedio naturale o istituzione sacra stia lavorando.

Fai un lungo respiro, ti alzi. Immagini quella stessa cifra che ti è stata proposta come rimborso mensile in cambio delle fatidiche 40 ore settimanali nelle mani de* figl* adolescenti di chi ti sta davanti, ogni sabato. Non sorridi, non è stato un piacere conoscersi.

Sgusci fuori, c’è ancora luce. Una donna si affaccia a una finestra dalle persiane verdi e accende una sigaretta; un ragazzo lancia una trottola lungo il marciapiede, fa un balzo, la insegue. È un buon inizio, per una storia.