My Personal Japan. Part #2: Tokyo, la risposta tra cassetti e afasia

[N.B. Qui potete leggere la prima parte, dedicata al primo weekend a Tokyo]

«D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.» (Marco Polo, da Le città invisibili, I. Calvino)

Dopo una sveglia tarda, la giornata inizia (già a metà) con una visita al Robot Restaurant. Siete lì per vedere uno spettacolo unico nel proprio genere. Come descriverlo? Ci provi; trattasi di un mix tra:

  • anime pieni di combattimenti tra mostri giganti e robottoni, guidati da colorate e succinte guerriere
  • i Power Rangers, conditi dalle tipiche mosse esagerate e dialoghi didascalici (che, a loro volta, affondano le proprie origini nelle forme teatrali del kabuki e nel bunraku, passando per il tokusatsu)
  • Honzen-ryōri: una forma altamente ritualizzata e cerimoniosa di banchetto tradizionale giapponese, che vede i commensali-pubblico dispost* sui due lati lunghi della stanza, ognun* con il proprio tavolino, e uno spazio centrale riservato alle esibizioni (da qui il nome “restaurant”, anche se al massimo ci si sgranocchiano pop-corn)

Dopo un weekend che ti aveva abituat* a spazi ristretti sviluppati in verticale, è straniante l’effetto provocato da questo enorme regno del kitsch. Colori sgargianti, pareti luminose, bagni psichedelici. Schermi sui quali vengono proiettate immagini rubate qua e là da videogames e chissà cos’altro: il post-internet qui si fa poesia pura, tra enormi farfalle e  piante in tremenda CGI, incoerente tanto nelle dimensioni quanto nei cromatismi. E questi erano i visual: lo spettacolo dal vivo è invece un carnevale di Rio, con dinosauri e mega-ragni, taiko e unicorni, recitazione espressionista e coinvolgimento della platea. Sei riuscit* a descriverlo? Probabilmente no.

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Robot Restaurant

I cassetti di Tokyo

I giorni successivi proseguono nel cuore pulsante di Tokyo; o forse sarebbe meglio dire “nei suoi cuori”, dato che la città è talemente ordinata da essere divisa in scompartimenti: sai esattamente cosa trovare e dove. Un po’ come avere delle targhette con su scritto “calzini” o “mutande”, applicate su ogni cassetto. Harajuku per lo shopping rockabilly e alternative, Akihabara (o Akiba) per cosplayer e maid cafè, Asakusa per turist*, selfie e souvenir tradizionali. E così via.

A Harajuku non hai fotografato le meravigliose gothic lolita (né ogni sottogenere lolitesco casual, sweet o punk) per via di quell’eccesso di rispetto che ti impedisce di considerare le persone come freaks da ammirare, aggiunto a quell’eccesso di pudore che ti impedisce di chiedere «Posso farti una foto?» (cosa che invece domandano alcune persone, con ossequiosa considerazione, a te e The Gloomy). Ti prepari però a far spazio in valigia alle nuove felpe con le orecchie, ai calzini con il pizzo, agli scamiciati acquistati a Takeshita-dori. C’è il tempo per un fugace incontro con degli adorabili coniglietti in un piccolissimo animal cafè [n.b.: in Giappone, specie in città, è difficile per le persone tenere degli animali da compagnia in casa. Questi luoghi danno loro l’opportunità di coccolare gatti o altri pet -anche i serpenti sono pet- per qualche ora. Per inciso, gli animali in questione sembrano gradire il trattamento]. Trovate, sfortunatamente, troppa fila per entrare al Kawaii Monster Cafè (ingresso: 500 yen).

Akiba. Due maido fuori da un locale sanno come prenderti, gridando «Kawaiiii, pinkuuu!» alla vista della tua chioma. Visita a un illuminatissimo e per niente nascosto sexy shop a 5 piani, a un negozio di sofisticate e curatissime bambole e a un inaspettato tempio Shinto. Per pranzo prendi una tregua dal consueto triple check sul menù optando per il ristorante veg Kamakura Fushikian. Nei giorni seguenti, l’economico connubio soba+tempura (o anche alghe wakame) rintracciabile in qualunque sobaya ti droga a livelli così appaganti che non necessiti più di altro cibo da monaci.

Asakusa: il cassetto delle “cose” storiche e di tutt* * turist* che non vedevi da giorni (ecco dove si erano cacciat*!). Visita ai templi buddisti e al santuario, poi alle innumerevoli bancarelle. Un morso ai dango e uno al taiyaki (snack dolci ma non troppo). Un obbligatorio sguardo al panorama dalla cima della Tokyo Tower [n.b. la cima vera, quella più alta, sarà chiusa per lavori fino all’estate 2017], bento box a prova di manga e squisiti onigiri all’umeboshi [googlate, googlate. Un indizio: quasi tutto ha a che fare con il riso].

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Dango (la D non è muta)
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Taiyaki

Shibuya-ku: il cassetto dove incontri Fumino Sugiama, attivista LGBTQIA e co-presidente del Tokyo Pride. Dopo aver cenato nel suo locale Irodori, che scopri essere un raffinato izakaya, riesci facilemente a ottenere un’intervista, data la sua estrema disponibilità.

Tra Miyazaki, HBO e Disney

L’anima bambina scalpita, dirigendovi prima al Museo Ghibli, dove vieni investit* da poesia e meraviglia. L’incantevole cittadina di Mitaka vi rimette al mondo. Parco, soba e un’insensata quanto spassosa tappa alla casa di Shoshanna in Girls.

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La fanciullezza continua a Tokyo Disneyland. E tu, bambin* occidentale cresciut* col mito di Disneyland Paris (abbastanza vicino da non essere impossibile, abbastanza lontano da essere agognato), poi divenut* troppo riot per concedertelo, sei arrivat* fino in capo al mondo, dove la Disney è esotica, per soddisfarlo. Star Tours, da Star Wars, è il gioco eletto: lo ripetete 5 volte (peccato non cogliere la stramba sintassi dello Yoda nipponico).

Da Disneyland a Odaiba il passo è breve. E brevemente sei invas* dal lirismo urbano di quella Tokyo che è proprio come te la immagini (e poco importa che tecnicamente non sia Tokyo). Fai merenda con Hello Kitty, ritrovi Badtz Maru e scopri Gundam. Per cena, omuraisu (omelette ripiena di riso- e di qualunque altra cosa desideri). Chiunque popoli Odaiba ti sembra ricco, di una ricchezza malinconica. Decidi che due personaggi sulla metro appartengono a un film di Sofia Coppola: una silfide vestita di bianco e il suo compagno, dotati di una bellezza da privilegiati, entrambi con un lecca lecca in bocca, entrambi intenti a guardare lo schermo del proprio smartphone. Non si guardano, eppure la loro posa è tenera, tra la noia e la complicità. Sembrano più intelligenti di quel che serva per essere felici.

L’ultimo sabato ti riserva un curry miracolosamente vegetariano e una serata in un posto speciale: dopo un saluto al Campy!, colorato bar di drag queen, scegliete l’A-Un, locale lesbian friendly nell’ormai familiare Shinjuku-Nichoume. A Tokyo i locali sembrano appartamenti: per le dimensioni e per il fatto che si trovino anche al secondo, terzo piano di un palazzo. Scovarli è un terno al lotto. Dentro l’A-Un, chiunque è un* dj, chinque è curios* e amabile verso il duo di gaijin col cappello. Piovono shottini, piovono risate.

La frase della serata: Oh, girl, you now we have a word for this? It’s Otaku!

Sinestesie, afasie. Saluti.

A Shinjuku, vivi un momento che potrebbe essere eterno o infinitesimale, a un incrocio, stregat* dall’armonia tra i rumori cittadini. Uno schiaffo sinestetico (in forma di sottopassaggio maleodorante di urina) ti riporta al reale. Nell’ultima notte dell’ultimo week-end a Tokyo scoprite che l’ultima metro è all’una.

A Nakano, verso casa, vi invitano dentro il pub all’impiedi più piccolo che ci sia. Impossibile rifiutare. Erina, bartender dal sorriso inebriante, offre un luogo no charge in cui non ci si annoia mai (condito con dell’ottimo whiskey).

Avresti voluto raccontare di un’amicizia speciale ritrovata davanti a una zaru soba. Degli spettacoli di danza contemporanea, dove il pubblico performa più de* performer e tutto si svolge sopra dei negozi alla moda, non nei teatri off. Del wi-fi quasi ovunque, che ti salva da alcuni momenti di panico in cui la sim giapponese si ribella, lasciandoti senza internet. Delle file per la metro. Le file, non i grumi scomposti di persone. Del divieto morale di starnutire o di soffiarsi il naso, della gentilezza (imposta) che pervade ogni cosa. Di quel* ragazz* che, nonostante la barriera linguistica, vi aiuta a capire come funzioni la lavanderia a gettoni, catapultandosi di corsa a casa propria per offrire un po’ di detersivo d’emergenza, e della tua incapacità di replicare con un inchino (a ogni «arigatou» sembri un* ballerin* che prende gli applausi). Della birra di prugna nella common kitchen, o di quella sera che avete provato a spiegare la differenza fra L e R, abbattendo ogni distanza fonetica con un mare di risate. Delle colazioni al Seven Eleven, tra sobapan e strane bibite energetiche. Di tutto ciò che resta nel cuore, che fatica a dividersi in cassetti o scompartimenti, travolto com’è dall’esperienza nella sua interezza. Che dopo tanto blaterare, ti porta a una rassegnata e sorridente afasia.

Tokyo è la risposta alla tua domanda di ragazz* di provincia, cresciut* con il mito della metropoli. Una di quelle risposte piene di parentesi, di incisi. Un libro aperto sulla tua scrivania, che proprio non vuoi chiudere, come a voler dire «dopo riprendiamo il discorso, eh?»

Attivi il Japan Rail Pass: è ora di salutare questa città che non ha mai dormito, se non per quei fugaci sonnellini nei posti più scomodi e assurdi, e di interrogare altri luoghi.

TO BE CONTINUED… [qui la terza e ultima parte]

Don’t panic, BI PAN. Tre brevi liste strettamente personali.

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Recentemente c’è stato il primo compleanno di Feynman on the Beach. Più precisamente, il 14 settembre. Ma Feynman ha un* genitore numero 1 snaturat*, un* di quell* che pensano «Sì, vero, devo fare il regalo a Feynman, che fra un po’ compie gli anni» e invece poi hanno sempre qualcosa di più urgente da fare: lavorare, limarsi le unghie, procrastinare, combattere il sistema, fare la lavatrice, lavorare, preparare un mojito DAVVERO sbagliato, ecc.

Il problema è che ogni volta che SI SA di dover fare qualcosa ma la si rimanda, la cosa in questione si placa, ma solo per un periodo di tempo limitato: minuti, ore, giorni. È come avere fame ma cercare di resistere, poi mangiare un pezzo di crackers e dire «Bene, ho risolto, ora posso tornare al mio tutorial Diventa anche tu graphic designer in 10 mosse». Poi, dopo 10 minuti, mangiarsi le unghie e avere un’altra mezzora di quiete. Poi sentire i crampi dell’autodigestione e fiondarsi sugli avanzi della pizza del giorno prima, divorandoli in meno di tre secondi. Poi sedersi e avere ancora fame.

Rileggendo il paragrafo appena scritto, è piuttosto ovvio che quello appena fatto non è un esempio calzante, ma solo una digressione tipica di chi convive sia con un ADHD che con una fame ossessivo-compulsiva. L’esempio calzante sarebbe, piuttosto, quello di chi si è iscritto in giurisprudenza ma non riesce a dare il primo esame. E un bel giorno, stanc* delle domande di amici e parenti, dichiara trionfante di aver preso 30. «Tanto ho un’intera sessione per darlo davvero!». Poi gli esami diventano due, tre, quattro, e le sessioni vanno avanti. L* studente* quasi ci prende gusto a inventare colloqui mai avvenuti (cioè, ma vuoi mettere? Ricevere complimenti e sguardi soddisfatti piuttosto che minacce di tagli ai fondi). Così la cosa va avanti, diventa enorme, come le lanette di polvere che si accumulano negli angoli quando non si rispetta il proprio turno di pulizia; va avanti, cresce e, come la sorella scema nascosta da Stephanie Forrester in soffitta, comincia a gridare per la fame e la voglia di uscire allo scoperto. Fino al giorno della finta laurea, in cui ormai non si può più tornare indietro, tanto indietro nel tempo, fino al primo anno e ammettere «No, non l’ho mai dato ‘sto cazzo di esame, mi fa schifo giurisprudenza, io volevo fare il fioraio, volevo fare» e si è costretti a andare dritt*, a testa alta incontro al mostro di fine livello: la figura di merda Pro.

Ecco, qui sulla spiaggia un po’ di esami sono stati saltati, ma tu vedi di porvi rimedio prima dell’irreparabile. Con finto orgoglio potresti dichiarare che hai colto ogni buona occasione per stare zitt*: femminicidi, #fertilityWTFday, casi orrendi di slutshaming e revenge porn, #fertilityWTFday vol. II, operai* brutalmente uccis* dalla “strada”, cyberbullismi… E invece no: la realtà è che gridavi, ma soffocavi la rabbia, incapace di farla uscir fuori così, a caldo, sotto forma di discorsi sensati o utili (e sì che trovare le parole nonostante le emozioni e in virtù delle emozioni dovrebbe essere il tuo mestiere).

Volevi raccontare dell’estate, resa un periodo accettabile e carino dalla visita in sLOVEnia, di LAputa, della tua geografia sentimentale da #MyPersonalSUD, e dei parallelismi con l’amata scrittrice d’infanzia, che sembra scrivere per te adult* e che trasforma LAputa in Donora, strizzandoti l’occhio ogni poche pagine.

Ma no: ora sei un* freelance, lancia libera, in picchiata libera, e questo lascia meno tempo ai (re)flussi di coscienza on the beach.
Per cui, farai ciò che si fa quando ci si sente in errore ma si hanno dei buoni propositi: una bella lista. Anzi, tre:

Lista delle cose che accadono

  • cambiamenti lavorativi ai quali si fa fatica a star dietro. Per cui, meglio provare a starci sempre davanti
  • nuove creature, belle e ultra-demanding, rosa e vapo-rose (sorry again, Feynman, vai ai giocare sulla spiaggia, genitore numero 1 c’ha da fare)
  • un inspiegabile impulso che spinge verso la narrativa (la narrazione persiste, ma questa forma non te l’aspettavi) e le kettlebell (da brav* post-modern* riesci a trovare una connessione fra le due cose)
  • lettura in corso di una super inspiring Lena Dunahm, stavolta in versione romanziera ( Con lei è sempre un po’ come guardarsi allo specchio. Un sempio? Pagina 65: «I don’t think I met a Republican until I was nineteen». Ecco, appunto.)

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Lista delle cose che accadranno a breve

  • visita a un nuovo pianeta. E relativo reportage: “Tokyo: a guide for snobbish, geeky, arty people who don’t give a f**k about all those trivial and tourist-stuff” coming soon
  • coaching, di nuovo e finalmente. Oh, grande amore per la didattica!

Lista delle cose che vorresti

  • vorresti che la voce non ti si strozzasse in gola davanti a ogni bullismo, davanti allo slut shaming, davanti al body shaming. E se proprio deve, pazienza per la voce, che si muovano le gambe
  • vorresti parlare con fermezza e intelligenza di ciò che ti sta a cuore, dei privilegi e delle uguaglianze. E che questo stesso spazio virtuale possa essere, umilmente, luogo di reale accoglienza
  • vorresti il dono della sintesi, va bene anche usato, non sei schizzinos*
  • vorresti, insomma, sempre le parole giuste. L’arma per combattere ciò che c’è di ingiusto
  • vorresti più «si può fare!» e meno: «bel progetto, ma non c’è budget perché il FUS [fondo unico per lo spettacolo, n.d.r.] ha deciso che non sa quanti soldi dare ai teatri, alle residenze artistiche e alle persone che a quanto pare dovrebbero fare le cose per la gloria»

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Così, al grido di SI PUò FARE,  un messaggio di positività e un augurio, che oggi, badabèn, è la Giornata Mondiale della Bisessualità e Pansessualità: Don’t worry, BI HAPPY (+ un personalissimo/politicissimo: don’t panic, BI PAN! ♥ )

 

Multilove//Sunshine. I Macelli di Certaldo, la cura e l’ignoto

(Disclaimer?) Quando ci si sente troppo Uncle Sam, si può anche dire “io”. «Non è compiacimento, ché anzi mi considero soltanto un esempio qualunque della specie, perciò quell’io verbale non è altro che un io grammaticale.» (da  Patrizia Cavalli, L’io singolare proprio mio). Senza esagerare.

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Ho quasi evitato di parlarne, soffocando la spinta orgogliosa che, alla fine, mi ha imposto di farlo. Ma, se è vero che «la narrazione quotidiana della propria vita è [sempre, aggiungo io] un’affermazione politica», si può pensare di praticare questa narrazione anche in presenza di una conquista e utilizzare i propri spazi (autocreati, ci mancherebbe) per parlare di sé, allo scopo di non parlare solo di sé.

Con le parole ci riempio il frigo, e, in un senso più esteso, faccio ciò che in fondo ho sempre voluto: inventarmi le cose dalla mattina alla sera. Siano esse scritte su un Google Doc, impresse su una pagina web o su carta, o, nel caso che preferisco, fugaci e ineffabili come un’alba.
Multilove//Sunshine è stato fatto: dalle ceneri Alice Underground, dalle ceneri di Multilove//grado 0 (di cui avevo parlato qui), in Val d’Elsa ha albeggiato un amore scollato e collettivo. Evolutosi, involutosi, trasformatosi: amore mutilato, un po’ tumefatto e, grazie al cielo, esplosivo. Tutto questo nel contesto di uno di quei festival che fino all’anno scorso guardavo con gioia dalla platea. Multilove è stata una deviazione: verso un luogo atipico, casa di residenze, casa di artist* anomal* e innovativ*, casa di stagioni coraggiose e, prima ancora nel tempo, casa di macello.
E ora, casa di cosa?

Non so mai cosa dire quando chiude uno spazio teatrale, o quando si trova davanti a un cambio di rotta così preoccupante da sembrare una chiusura, una fermata brusca dopo tanta strada percorsa. Ultimamente è stato un destino comune a molti di questi luoghi: una virata o, peggio, un vuoto (burocratico, progettuale, and so on), l’ignoto.

Questa casa che ha ospitato le mie ossessioni e i miei sbagli, lo ha fatto, prima e dopo, con quelli, meravigliosi, di tant* altr*.

E anche Multilove è stato questo: tentativi in caduta libera. 12 anime scalpitanti che hanno scelto una porzione di reale da plasmare, modificare e presentare a un pubblico. 12 lingue, 12 luoghi, un percorso guidato, ma non troppo.

Non so mai cosa dire quando chiude uno spazio e forse non so ma cosa dire quando realizzo qualcosa. Improvvisamente, mancano le parole, per paura di dirne di sciocche, superflue.

Utilizzo allora quelle “critiche” di Andrea Mancini, che ha ri-disegnato, con la lucidità che solo uno sguardo esterno può avere, cioè che ha visto, non solo durante le due repliche:

Conosco Maurizia Settembri da almeno quarant’anni e la sua ricerca nel nuovo teatro non si è mai fermata, ha lavorato molto, costruendo eventi importanti, come Fabbrica Europa, ma soprattutto ha portato in Italia, soprattutto dai paesi di lingua francofona, gruppi allora sconosciuti, che si sono imposti sul mercato internazionale. Uno dei suoi maggiori pregi è stato comunque quello di entrare in rapporto con il teatro giovane che si fa in Italia, aiutando alcune realtà a produrre spettacoli. Dico questo perché non è da tutti appoggiare una realtà come quella degli ex Macelli di Certaldo ed essere presente per tutte le repliche dello spettacolo. Credo che in pochi, a parte Maurizia e i suoi collaboratori, l’avrebbero fatto. Ed è già questo un segno di grande attenzione.

Poi ci sono i problemi incrociati da questa struttura, che ormai da sette anni lavora in locali per tanti versi straordinari, dove si sono uccise bestie a non finire e che conservano ancora le tracce di questo loro passato: i ganci dove le vacche venivano appese, gli scolatoi nel pavimento, da dove scorreva il sangue. Un luogo adattissimo insomma ad un teatro alla Artaud, un teatro della crudeltà. Ma in realtà per questi ragazzi, guidati da Tiziano Massaroni, l’unica crudeltà sarebbe quella di sospendere l’attività, come sembra si sia costretti a fare. Come ha detto il sindaco, Giacomo Cucini, “E’ un vero peccato che un cambiamento nella normativa penalizzi, invece di avvantaggiare, uno spazio come questo che, come tutti i frequentatori sanno, è tanto spartano e sobrio quanto accogliente per il pubblico e funzionale per lo spettacolo. La richiesta di aumentare gli standard di sicurezza, in un momento in cui reperire risorse economiche è difficile per qualsiasi esigenza, è davvero un imprevisto

[…]

Il progetto degli ex Macelli diventa ancora più prezioso davanti a spettacoli come quello cui abbiamo assistito sabato scorso, questo “Multilove / Sunshine” prodotto appunto da Fabbrica Europa, la manifestazione che da molti anni occupa in modo straordinario gli spazi della Stazione Leopolda di Firenze, ma anche altri luoghi nella periferia urbana, come in questo caso a Certaldo. Lo spettacolo, a cui un folto e divertito pubblico ha assistito, era un insieme di performance giocate sulle molti soluzioni spaziali che la struttura può offrire: dal bar esterno alla sala, fino all’importante tabernacolo cinquecentesco dei Giustiziati, dipinto splendidamente da Benozzo Gozzoli e oggi lasciato a degradarsi lungo il corso del fiume Agliena

[…]

L’interesse della serata è venuto soprattutto dalla leggerezza delle motivazioni, non sembra esserci nessuna filosofia dietro questi micro atti performativi, ma questo crea appunto la loro prima giustificazione. Certo questi dodici giovanissimi attori: Aurora Nuti, Amelia Pecoretti, Viola Caradonna, Valerio Signorini, John K.Benazzi, Eleonora Tinti, Gabriele Tampucci, Virginia Galgani, Alesiya Khodosevich, Giulia Campatelli, Greta F, Primavera Contu, hanno costruito il loro lavoro a partire da improvvisazioni, che proprio l’ultima performer, Primavera Contu [insieme a Lorenzo Cianchi], ha sapientemente cucito insieme, costruendo alcuni momenti (che potevano anche essere di più) dove l’azione si intrecciava al diretto coinvolgimento del pubblico, facendo diventare la serata qualcosa che a me ha ricordato – chiedo perdono ai puristi – alcune straordinarie performance di Julian Beck e del Living Theatre, dove lo spettatore era coinvolto, non solo emotivamente in ciò che avveniva. Qui ci siamo ad esempio trovati a ballare, mentre in altri momenti abbiamo spiato le azioni che si svolgevano nelle varie stanze destinate agli attori, fino al gabinetto o al magazzino delle luci, ma anche a spiare altre situazioni, come quella in cui una ragazza (avevo scritto “un’attrice”, ma è forse meglio generalizzare la sua qualifica) fa versi e versacci davanti all’obiettivo di un computer che è collegato con un videoproiettore, che all’esterno fa esplodere per un tutti il gesto un po’ scemo, molto privato, di una giovanissima. Non entriamo nella descrizione degli altri micro atti, in genere divertenti, intelligenti, pieni di stimoli, che raccontano bene l’assurdità del nostro attraversare una contemporaneità spesso vuota, se non ci fossero le mosche bianche di alcuni momenti di vivacità culturale, come questo fornito dagli ex Macelli di Certaldo. Insomma, Viva gli ex Macelli! Mi sembra il momento giusto per dirlo.

e quelle “sceniche” di Giulia Campatelli, performer di Multilove, che rivelano l’importanza di una complessità da ricercare e praticare:

«Io sono arrivata in questo luogo e non ho trovato niente di quello che speravo.

Ho allora ipotizzato l’esistenza di un altro luogo, un luogo Y: chiamiamolo ‘quel luogo’. È probabile che si possa giungere in quel luogo tramite correnti d’aria… cerchi concentrici o magari sentimenti o emozioni»

A tutt* coloro che, con cura e con amore multiplo, si sono fatti luogo di sperimentazione vera.

Da vicino, nessun* è normale. Per fortuna

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Xavier Le Roy in Self-Unfinished. Photo by Katrin Schoof.

 

Disclaimer: i fatti narrati sono frutto di pura fantasia. Oppure no. Decidete voi.

A sei anni ti sono cresciute due noccioline pesanti come macigni dove avrebbe dovuto esserci solo un paesaggio piano e due ridicoli capezzoli a solo scopo illustrativo.

A sette, due germogli sotto le ascelle: giocavi a palla avvelenata con i gomiti stretti contro il torace, prima di prendere coraggio e dichiarare che volevi estirparle, quelle piantine precoci.

A nove: i primi strappi violenti, ché da dove vieni tu, a LaPuta, ci si fa la ceretta ancor prima di fare la prima comunione (anche se tu sei stat* lasciat* consapevolmente senza battesimo). Qualche anno dopo, il primo bacio umido e impacciato, a bocca spalancata, con il rischio di prendersi a dentate sugli incisivi.
Lo stesso anno, il primo insulto.

A tredici, l’esilarante incontro con l’ipocondria top level: l’allora ministr* Mo’ Ratti aveva fatto distribuire nelle scuole degli opuscoli degni del migliore film horror: droga, alcol, malattie veneree, invasione zombie. Il tutto buttato sui banchi, senza uno straccio di spiegazione o di discussione allegata.

Grasse risate accompagnarono la lettura dei velati inviti all’astinenza «perché, ricorda: dalle ferite del cuore non si guarisce», qualche risata in meno coinvolse l’attenta disamina delle malattie sessualmente trasmissibili.

Gli orrori si facevano largo fra le pagine dalla grafica fumettosa (fatta appositamente per apparire giovane, e dunque più vicini ai giovani interlocutori).

Qualcosa di particolarmente mostruoso attirò la tua attenzione: protuberanze e condilomi di varie forme e dimensioni, causati da un virus, che si manifestano dentro la vagina. Trasmissibili con rapporti sessuali, anche incompleti, o attraverso i BAGNI PUBBLICI.

Bagni pubblici.

Non riuscisti a andare oltre, e ancora oggi hai un vago senso di vertigine e nausea al pensiero.

Seguirono paranoie e controlli, nella convinzione di aver sicuramente contratto il detestabile virus. «Sono Anormale, la mia forma è Anormale».

Seguirono pianti notturni e un’irrevocabile, matura decisione: «Genitrice, io voglio andare dal ginecologo». (Le professioni mediche hanno sempre l’articolo determinativo davanti: come se già esistessero, da sempre, nella nostra vita, delle persone inequivocabili che ricoprono quei ruoli. «Stai male, perché non vai DAL medico?» «I tu* bambin* sono DAL pediatra?». Generalmente, declinati al maschile.)

Fosti criptic*, nel tuo lapidario annuncio. Al che, tua madre ebbe un sussulto malcelato. Seguì un dialogo un po’ Goldoniano, ricco di a parte:

LEI: «Cosa è successo?» [«Imbecille, hai forse avuto rapporti non protetti e ora hai un ritardo? Devo ucciderti?»]

TU: «Niente, voglio solo andare dal ginecologo» [«Devo aver preso una malattia perché sono molto stran*, Anormale. Lo dice il libretto del Ministero»]

LEI, ostentando una gran calma: «Ok, va bene, ti prendo un appuntamento. Però dimmi cosa hai fatto» [«Non prendo nessun appuntamento, tanto alla fine di questa conversazione sarai mort*»]

TU: «Mi sa che ho una malattia» [«Muoio! Sto per morire! E tutto per colpa di un bagno pubblico!»]

LEI: «Hai avuto rapporti non protetti?» [«Conto fino a tre, poi esplodo, giuro»]

TU: «No!» [«Ma credi che sia così scem*?! È colpa dei bagni pubblici, quei luoghi mortali!»]

LEI, perdendo progressivamente l’aplomb: «E che malattia sarebbe? E come diavolo l’avresti presa???» [«L’avevo sorpravvalutat*, pensavo fosse incinta. Invece è solo molto confus* e con un QI evidentemente molto basso»]

TU: «Questa! [le cose brutte non si nominano, come Voldemort] Nei bagni pubblici!», sbattendole in faccia l’opuscolo con una bella orecchia sulla pagina incriminata

LEI, provando a trattenere le risate: «… condilomi? Cioè… ma non è che ti confondi con il clitoride?» [«Poverett*, bisogna proprio spiegar* l’ABC…»]

TU:     -_-
[ «Non è mica così grande, e comunque lo frequento da tempo immemore, so riconoscerlo»]

LEI: «Io non capisco. Bagni pubblici… cioè, come cazzo hai fatto?» [«Non ti ho insegnato davvero nulla, eh»]

TU: «In che senso?» [«Già, in effetti, come diavolo ho fatto?»]

LEI: «Insomma… tu vai nei bagni pubblici e poggi la fica direttamente sul cesso???»

TU: «NO!!! Ma per chi mi hai pres*!» [«Ah. Intendevano quello. Pensavo fosse tutto dovuto alla malsana aria dei bagni pubblici»]

LEI: «E allora!!!» [«Ok, qualcosa ti ho insegnato. Ma sul concetto di rapporto causa-effetto c’è ancora tanto da lavorare.»]

Alla fine dal* ginecolog* ci sei stat*, e non avevi nulla. «Sei solo fatt* così. Il tuo corpo è fatto così, non è Anormale. Siamo tutt* divers*».

Negli anni hai continuato ad avere dei rapporti conflittuali con il concetto di normalità e, ancor prima, con il concetto di norma; con il concetto di forma corporea “normale”, con l’ identificazione in uno standard e l’adesione a un modello.

Speri che, ad oggi, non si schiaffino più sui banchi libercoli terroristi che invitano all’astensione e non spiegano nulla. Speri che se ne parli, della diversità e dell’uguaglianza, ché le due cose non sono in contrasto, se ben argomentate.
Speri che si parli di interstizi e di spazi liminali, non di ferite del cuore, di bellissime scale di grigi, tra i bianchi e i neri, non di normatività.

Guardi un muro di mattonelle; un* esserin* blu, sedicenne e saltellante, ti spiega come raggiungere il luogo X: attraverso sentieri tortuosi, domande aperte, cerchi concentrici di energia, cadute, rimbalzi. Non sembra interessat* alla normalità. E ha ragione.

Le Erinni: quando il senso di colpa ti sorprende, sorprendilo con gli Afterhours

Disclaimer: questo post è stato scritto con estremo senso di colpa. Nel tempo impiegato per la stesura di esso si sarebbero potuti effettuare due tutorial sull’utilizzo di Pinterest per la promozione dei propri eventi, bonificare due paludi, effettuare almeno tre comizi sulle disparità di genere nel Triveneto. Per rimediare, le Erinni hanno già commissionato la stesura di almeno tre post impegnati.

Le Erinni ti inseguono, ti braccano, ti fanno la posta e poi ti aspettano dietro l’angolo, all’incrocio, per farti lo sgambetto.

Esseri mitologici che incarnano il senso di colpa e si manifestano a te in forma di:

  • tua madre che scuote la testa davanti al tuo nuovo taglio di capelli 
  • l’insegnante di yoga
  • amic* irriducibilmente punk e fuori corso schifati e basiti per il tuo contratto a tempo indeterminato
  • il panda del WWF deluso dai tuoi ultimi acquisti che non sono in ecopelle
  • *l commess* della bottega equa e solidale al cospetto della tua Cola Conad (zucchero, caffeina e 1,45€ in meno rispetto al Guaranito®)

E mentre pensi che questo senso di colpa non lo vorresti perché non ti aiuta e non ti renderà una persona che lavora meglio-sorride meglio-lotta meglio-scopa meglio, sei terrorizzat* dalla prospettiva: starò scrivendo qualcosa di estremamente reazionario?

Un incubo che da solo batte la nudità alla lavagna, l’esame di maturità invalidato dopo anni e la bomba atomica che ti esplode dentro l’autoradio.

Non sono reazionario, cantava Manuel Agnelli. Non sono reazionari-o, non sono reazionari-o.
Sì, ma neppure immaginario, per cui suscettibile di agenti esterni e di quella cosa straniante chiamata “mondo esterno”.

Le Erinni arrivano alla vista serale della pila di piatti da lavare, si siedono sul divano, fra te e la stanchezza, sorseggiano un Negroni sbagliato mentre, con un ghigno dipinto sul volto, ti dicono di non far caso a loro. Ti guardano, mentre non fai:

non fai abbastanza esercizio, non mangi abbastanza sano, non ti fai valere abbastanza, non fai abbastanza vita sociale né abbastanza attivismo.

Ti guardano, soddisfatte, mentre non scrivi abbastanza, mentre non ti proponi abbastanza.

Le Erinni si nutrono di Negroni accompagnato da non-abbastanza alla paprika.

cersei-lannister
Oh, honey. Non far caso a me.

Atto di dolore: mie Erinni, mi pento e mi dolgo dei miei risultati mancati, perché mancandoli ho meritato i vostri castighi e tradito la mia promessa di essere sempre presente a me stess*, pien* di energie, sempre sul pezzo.

Propongo, con il vostro strano aiuto, una nuova to-do-list per colmare tutti i risultati non raggiunti e non offendervi, così, mai più.

Non sarai reazionari-*, ma i retaggi cattolici te li porti dietro come l’Imodium in viaggio: ben nascosto, ma oh, non si sa mai. Te li ha messi tua madre nello zainetto, tipo il k-way quando andavi in gita, «che magari piove».

Le Erinni, in forma del* fig* fascinos* e di successo che potresti essere se, ti si appollaiano sulla spalla come un condor quando chiudi il libro che stai leggendo; perché leggerlo in lingua originale è tutta un’altra cosa, ma quella velocità data dalla lettura nella tua madrelingua, pur maltradotta, pur traditrice, ti manca, specie alla sera, quando hai kg. di parole addosso.

Le Erinni sono lì, pronte con la frusta, senza safeword, in forma di Simone de Beauvoir, in forma del subcomandate Marcos e di Gramsci, in forma di blogger, di guru del web marketing e di moderno santino di riferimento, ogni volta che non sei all’altezza, ogni volta che il capitalismo ti seduce e ogni volta che te ne allontani saltellante. Ogni volta che abbracci il solipsismo e ogni volta che te ne penti.

«Ok, Erinni. A me piacevate molto nell’Orestea, vi seguivo sempre, davvero. Pure quando via hanno fatte Eumenidi, che comunque perdevate un po’di smalto a essere in buona, ma capisco che era necessario per l’audience.

Io non sono reazionari-*, Erinni. Anzi, lo sento il peso del privilegio, me l’accollo tutto il fardello del vantaggio rispetto a altrui condizioni, così come sento l’ingiustizia generazionale, la mia diversità, lo scalino che mi separa socialmente da.
Non c’ho tutta l’energia però, Erinni mie. E devi dormire, e devi scrivere, e devi essere e devi fare. Ogni tanto mi piace pure ascoltarmi Shakira, e pure Christina Aguilera quando cantava Genie in a bottle, che tutti pensavamo sparisse nel giro di un mese tipo Vitamin C (e chi è? eh, appunto), e invece eccola ancora sulla cresta dell’onda.

Sto scrivendo narrativa, Erinni, per la prima volta nella vita. Poi ve lo passo il manoscritto, così mi massacrate con l’editing e col test di Bechdel (quello lo passo, mi sa, ho studiato), giuro. Sta per debuttarmi uno spettacolo in un bel festival Erinni; ho imparato cos’è un’espressione regolare questa settimana, e qual è la giusta distanza fra le piante quando si coltivano i pomodori.
È pure ricominciato Unreal, Erinni. Dai, che ce lo guardiamo inseme. I piatti li laviamo un’altra volta».

 

Tamagotchi. Secondo dialogo sulla dipendenza

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Due figure umane, A e B, sulla cima dell’Everest.

A-Insomma, mi ami?

B-Ti vedo più come un coabitante del mio disagio

A-Avessi due euro per ogni volta che mi rispondi in modo evasivo a quest’ora potrei comprare l’Everest

B-Due euro

A-Sì, due euro…

B-Perché dici due euro? Di solito si dice un centesimo, o al massimo, un euro…

A-Mi piacciono i numeri pari. Sono come la simmetria: mi rassicurano.

B-A me la simmetria ha sempre dato un senso d’angoscia

A-E’ per questo che non possiamo essere solo in due?

B-Non è una regola, ma l’amore simmetrico mi da le vertigini

A-E allora, cos’è che vorresti?

B-Hai presente quando sei con qualcuno con cui puoi parlare dello stato del porno mainstream nell’era contemporanea, mentre sorseggi una Caipiriña in un club privée la sera del tuo compleanno?

A-… decisamente no.

B-Neppure io, ma credevo fosse il sogno di tutti. In quel caso sì che potrei pensarci.

A-A cosa?

B-Al numero due. Alla simmetria.

A-Non ho un’opinione in merito al porno mainstream. A me m’attizza il soft erotico vietato ai minori di 14… Sono mainstream. Non c’è speranza per noi?

B-No, ma non disperiamo. In fondo, anche in Padania ci si innamora…

Forever Young (Adult)

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Troppo giovane per le borse di studio per la ricerca indipendente, troppo vecchi* per quelle di studio-dipendente-dalle-date-d’esame. Tutto è sempre un nuovo inizio, ma all’ennesima volta che un’impiegat* statale ti tratta come un* 18enne al primo impiego il sorriso di circostanza si trasforma in una semiparesi che nasconde la voglia di rispondere davvero con la gestualità di un* 18enne.

Abbandonat* all’invio solitario di CV, cover letters, applications, portfoli, questionari, domande di ammissione, in cui racconti di avere una spiccata attitudine per lavoro in team, sviluppata probabilmente durante i pomeriggi passati a creare cori greci che infestassero i tuoi drammi (salvo poi sentirti dire che no, non c’è budget, niente coro, riduci e fai un monologo) resisti, abituat* all’idea che lo Stato per te non ci sia mai stato, che il welfare sia solo un inglesismo senza corrispettivo in italia(no), al fatto più o meno scontato che fino ai 35 sei una promessa, poiché prometti solennemente, davanti a IO, di lavorare sottopagat*, senza contributi, in salute e in malattia, finché vecchiaia non ti separi da* nuov* giovan*, scagliandoti dall’altra parte, quella delle promesse disattese.

Postmodern* a sufficienza per snobbare radici, tradizioni e presepi, ricerchi
un’identità (due identità, tre identità, quattro identità si dondolavano sopra il filo di una ragnatela, e trovando la cosa interessante…) in continua mutazione. Ascolti cantaut*i italian* indie rock che parlano di te (ma guadagnano sei volte tanto), della tua disillusione e del romanticismo al tempo della doppia spunta blu (come la metti con la faccenda del “non riconoscersi nell’opera d’arte?” Non si sa. Sei postmodern*, ed è la scusa per qualunque non-scelta).

Onicofagia e paura dell’ignoto come ingredienti essenziali della ricetta per il tuo personal branding: fai fatica a essere te stess* per svariate ore al giorno, tiri avanti grazie al giubilo dato dai 5 minuti di certezze quotidiani: l’identità autoriale è un’illusione, l’identità autoriale è una menzogna.

Non dormire, pensa, scrivi, sveglia, ancora 10 minuti, colazione sull’autobus, tè, scrivi, tè, pensa, tè, non perdere tempo, mangia, leggi, capitalizza, scrivi, pensa, chiedi, scrivi, fatti venire un’idea, fretta, pensa, fretta, frutta, tè, ama, non dormire, fatti venire un’idea per realizzare l’idea di prima, non sbuffare, mangia, sogna, gatte, glutei, shake, blog, twitter, bevi, bòia. Shh.

Young-Adult-Charlize-Theron

Immagini sia così che si diventi adult*: fare un lavoro che da bambin* non avresti potuto riassumere in una sola parola e fare finta di sapere come ci si comporta quando le cose brutte accadono anche a te, di colpo.
Facendoti sentire sol*, come un ananas in mezzo alla neve.

(Mentre ignori che anche tutt* gl* altr* hanno ben poche palme sulle quali abitare).

Alice in Multilove. Adolescenza e drammaturgia: distruzioni per l’uso

Hipster-Alice-In-Wonderland

Nella tana dell’incertezza

Non son stata io, io in persona a levarmi questa mattina? Mi pare di ricordarmi che mi son trovata un po’ diversa. Ma se non sono la stessa dovrò domandarmi: Chi sono dunque? (Alice in Wonderland, L.Carroll)

L’incertezza sulla propria natura. La conosci, a stento la accetti, ne vieni travolt*. Tant’è che, se domani sarai web (copy)writer, oggi sei peer-coach in performing arts, come recita la tua qualifica professionale.

Sogni sotto teca

“Sto per confessarti un segreto: sai uno di quei sogni nel cassetto talmente grandi che il cassetto fatica ad aprirsi? Ecco, è da quando sono piccol* che ho un sogno così: quello di scrivere, nella vita.”

Perché, parlando di soddisfazioni, la più grande non è stata quella di sentirti dire: “Sai, il tuo spettacolo era una figata. Sono uscit* fuori che ero in stato semicomatoso. Quando è così vuol dire che sto proprio bene”. Questo è ciò che, in egual misura a)gonfia il tuo piccolo e mastodontico ego b)ti fa venire voglia di continuare, se con un tuo lavoro riesci almeno a toccare le corde di un esserino in divenire dalla sensibilità spiccata e tormentata.

Quello che invece davvero ti ha fatto sentire utile nella tua posizione di peer-coach è l’averl* vist* tutt* lì, sotto il sole di un pomeriggio di luglio, mentre rinunciavano al mare o alla fresca penombra delle proprie camerette per darsi in pasto a due figure che, a tentoni, mettevano insieme i pezzi di un puzzle senza alcuna immagine di riferimento. E, ancora, rivederl*, in un sabato pomeriggio invernale, rinunciare alle poche ore libere dalla scuola, pront* ancora una volta a un salto nel buio.

Ti sei sempre sentit* più a tuo agio (prima in maniera del tutto inconsapevole, poi furbescamente conscia) nella creazione di un ambiente: nella descrizione di una porzione di mondo, possibilmente da spiare o da osservare come dietro a una teca, piuttosto che in una costruzione narrativa lineare.

Nel primo step del progetto le porzioni di mondo (underground) si sono rivelate da sé nel momento in cui è stato trovato trovato il luogo. Quando Michael De Certeau parla di “necessità di fondare il luogo da cui [si] parla”, di farsi luogo, forse intende proprio questo: il valore di ciò che si va a enunciare, a narrare, seppur in senso non convenzionale, dipende e si fonda sull’ambiente da cui proviene.

In quel caso il luogo è stato del tutto artificiale: un giardino giapponese, la riproposizione di un altrove, uno spaccato protetto e protettivo che a sua volta ha accolto tanti spaccati sotto teca.

E in questo secondo step, grado zero di un più ampio progetto modulare, l’artificio raggiunge la sua quintessenza: un teatro, da ribaltare e riabitare, ma pur sempre un teatro.

Inventare un nuovo tempo

Il passo successivo, oltre a quello piuttosto immediato (e immediatamente necessario) del farsi luogo, è quello di provare a inventare un nuovo tempo: definizione di drammaturgia che trovi particolarmente azzeccata, partorita da Claudia Castellucci.

Il tempo, contrariamente allo spazio, difficilmente ci viene consegnato pronto.

Osservando e ascoltando uno spazio, riesci a comprendere cosa abbia da dirti: non devi far altro che farti tramite e lasciarlo parlare (intendiamoci, non che questo sia facile).

Il tempo invece va modellato, dichiarato, dominato, sedotto.

Invidi da sempre chi ha la capacità innata di giocarci, con un feeling immediato e duraturo.

Tu e il tempo avete sempre avuto degli incontri fugaci, spesso ricchi di passione, spesso infiniti lassi carichi di noia.

Ma in occasioni come queste, in cui la creazione di un tempo, quindi il tentativo di una drammaturgia, è subordinata a un’azione formativa (o ne è in qualche modo il suo rituale di chiusura) hai un carico di responsabilità diverso: nove piccole anime scalpitanti alle quali fornire delle chiavi di accesso, per le quali costruire una capanna e alle quali dare delle sveglie da programmare, per poter creare in autonomia ognuna il proprio tempo.

bianconiglio

Le soddisfazioni abbondano, in questo mondo altro: da uno sguardo che si solleva con diversa consapevolezza dopo un’indicazione data, a un’intuizione geniale partorita dal singolo o, apoteosi!, dal gruppo all’unisono. Da chi con coraggio replica a una tua proposta con una migliore, a chi ti ritiene degn* di un’importante e ambiziosa confidenza.

Ma per ogni soddisfazione c’è un dubbio, una crisi, una fuga: dagli abbandoni (e i conseguenti nuovi ingressi) alla domanda: dove se ne va la didattica, il peer-coaching agognato e tanto studiato, quando tutto è finalizzato a un esito performativo? Qual è il confine fra creare spettacolo e facilitare l’espressione di mondi adolescenti, che a loro somiglino e a loro appartengano? Qual è la giusta misura tra il percorso e il punto d’arrivo?

Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti. (Alice in Wonderland, L. Carroll)

Continui, come loro e insieme a loro, senza sapere come si arriva in quel luogo, cambiando strada e spostando la meta. Per rendere evidente l’inesplicabile.